El Ser Querido – The BelovedTEMPO DI LETTURA 5 min

El Ser Querido - The Beloved
Recensione Film El Ser Querido - The Beloved Cinema Presentato al Festival di Cannes 2026

Un dramma familiare che usa il cinema per parlare di assenze e riconoscimento.

Logo del Festival di Cannes 2026

Sinossi

El Ser Querido (The Beloved) racconta l’incontro tra il celebre regista Esteban Martinez e sua figlia Emilia Vera, giovane attrice con cui non ha più un vero rapporto dall’infanzia. Quando l’uomo decide di affidarle un ruolo nel suo nuovo film, il set diventa progressivamente il luogo in cui tensioni familiari, rancori irrisolti e fragilità emotive riemergono sotto la superficie professionale.

El Ser Querido utilizza il cinema per parlare soprattutto dell’incapacità di comunicare. Il film costruisce infatti un racconto intimista e dolorosamente trattenuto in cui il set cinematografico diventa progressivamente uno spazio emotivo instabile, quasi una zona di collisione tra vita privata e rappresentazione. Dietro la storia apparentemente semplice di un regista che decide di dirigere la propria figlia dopo anni di distanza, l’opera nasconde una riflessione molto più amara sul peso delle assenze familiari e sulla difficoltà di distinguere davvero il ruolo professionale da quello affettivo.

Es raro, pero estoy bien.

Fin dalle prime sequenze emerge chiaramente come il casting di Emilia Vera nel nuovo film del padre non sia mai percepito come un gesto neutrale. La giovane attrice teme immediatamente che la troupe possa interpretare la scelta come un semplice caso di nepotismo, e il film utilizza questa tensione iniziale per introdurre qualcosa di molto più profondo: Emilia non vuole essere vista come “la figlia del regista”, perché questo significherebbe accettare un rapporto che nella realtà non è mai veramente esistito.
Il personaggio di Esteban Martinez viene costruito con grande intelligenza proprio attraverso le sue contraddizioni. Regista stimato, rispettato e apparentemente sicuro di sé, l’uomo appare incapace di gestire qualsiasi forma di vulnerabilità emotiva reale. Il set rappresenta per lui uno spazio di controllo assoluto, un ambiente in cui ogni gesto, emozione e relazione possono essere organizzati e disciplinati attraverso il linguaggio del cinema. Tuttavia, la presenza della figlia finisce progressivamente per incrinare questa struttura di controllo, costringendolo a confrontarsi con una dimensione personale che non riesce davvero a dominare.

IL PESO PSICOLOGICO DELL’ABBANDONO


Il film evita intelligentemente di costruire un conflitto esplicito o melodrammatico. Tutto rimane continuamente trattenuto, suggerito attraverso silenzi, esitazioni e tensioni che emergono improvvisamente nei momenti più quotidiani. Emilia osserva il padre vivere serenamente accanto alla nuova famiglia, ai nuovi figli e alla nuova moglie, e il film lascia percepire con grande delicatezza il senso di esclusione e smarrimento che attraversa la protagonista. Non c’è mai bisogno di grandi spiegazioni verbali: basta il modo in cui lei guarda quella vita da cui sente di essere stata cancellata.
Proprio per questo motivo, El Ser Querido risulta particolarmente efficace nel raccontare il peso psicologico dell’abbandono. Emilia non cerca realmente una riconciliazione sentimentale classica, né il film costruisce la narrazione attorno a un percorso di perdono tradizionale. Ciò che la protagonista sembra desiderare è piuttosto una forma minima di riconoscimento umano, la possibilità che il padre la guardi finalmente come persona e non soltanto come attrice o presenza problematica da gestire sul set.

RACCONTARE L’INCOMUNICABILITÀ


La pellicola colpisce soprattutto per la capacità di raccontare l’incomunicabilità senza ricorrere a grandi esplosioni melodrammatiche. Le emozioni rimangono quasi sempre compresse, suggerite più attraverso il comportamento quotidiano e la gestione dello spazio che tramite dialoghi esplicativi. Anche i momenti di tensione più forti non assumono mai la forma di una vera catarsi narrativa, ma lasciano piuttosto emergere la sensazione che certe ferite familiari continuino a esistere proprio perché troppo profonde per essere realmente risolte attraverso una semplice conversazione.
Molto efficace risulta anche la riflessione sul rapporto tra controllo artistico e vulnerabilità personale. Il protagonista maschile appare come una figura abituata a organizzare il caos emotivo attraverso il linguaggio del cinema, ma il film suggerisce continuamente quanto questo bisogno di controllo nasconda in realtà una profonda incapacità di gestire le relazioni umane più intime. In questo senso, El Ser Querido utilizza il processo creativo come metafora della difficoltà di confrontarsi con ciò che sfugge alla razionalizzazione: il dolore, il rancore, il desiderio di approvazione e il senso di abbandono.

L’ARTE COME FUGA DALLA REALTÀ


Particolarmente riuscito è inoltre il modo in cui l’opera evita qualsiasi giudizio netto sui propri personaggi. El Ser Querido non cerca colpevoli assoluti né figure eroiche da assolvere completamente. Tutti appaiono intrappolati dentro una rete di incomprensioni, rimpianti e incapacità emotive che il tempo ha reso sempre più difficili da affrontare. Proprio questa ambiguità morale conferisce grande autenticità al racconto, impedendo al film di scivolare verso soluzioni sentimentali troppo facili.
L’opera sembra così interrogarsi continuamente su quanto il lavoro artistico possa diventare un modo per evitare la vita reale. I personaggi comunicano meglio attraverso il cinema che nella quotidianità, ma il film lascia costantemente il dubbio che questa mediazione finisca anche per impedire un confronto davvero sincero. La macchina da presa diventa contemporaneamente strumento di vicinanza e barriera emotiva, luogo di confessione e nascondiglio, e il set cinematografico uno spazio simbolico in cui identità professionale e fragilità personali finiscono continuamente per sovrapporsi, costruendo una riflessione estremamente sensibile sul bisogno di essere visti e riconosciuti dagli altri.

 

Scheda film
Titolo originaleEl Ser Querido
RegiaRodrigo Sorogoyen
SceneggiaturaIsabel Peña, Rodrigo Sorogoyen
InterpretiJavier Bardem, Victoria Luengo, Melina Matthews, Marina Foïs, Malena Villa, Raúl Prieto, Raúl Arévalo, Núria Prims, Laura Birn
DistribuzioneCinema
Durata135′
OrigineSpagna, Francia, 2026
FestivalPresentato al 79° Festival de Cannes
Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Attraverso una regia trattenuta, dialoghi mai eccessivamente esplicativi e una tensione emotiva costantemente sotterranea, l’opera racconta con grande delicatezza quanto possa essere difficile colmare le distanze create dal tempo, dall’assenza e dai ruoli che le persone finiscono inevitabilmente per interpretare nella vita degli altri. Più che parlare di riconciliazione, il film riflette sulla possibilità fragile, imperfetta e mai definitiva, di imparare finalmente a guardarsi davvero.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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