
Valentina Maurel firma un dramma familiare ambizioso sulla maternità e sui legami spezzati, ma il risultato resta frammentato e narrativamente debole.
Sinossi
Dopo anni trascorsi in Europa, Elsa torna in Costa Rica e ritrova la sorella minore Amalia, sempre più attratta da un percorso esoterico ed esistenziale, e la madre Isabel, impegnata nella ripubblicazione del suo libro di poesie erotiche. Tra ritorni, distanze familiari e tentativi di ricomposizione, le tre donne cercano un equilibrio che il film fatica a rendere davvero compiuto.
Come per altri film presentati a Cannes, e recuperabili nella pagina Instagram di Recenserie, anche per Siempre Soy Tu Animal Materno, in inglese Forever Your Maternal Animal, chi scrive è riuscito a partecipare alla presentazione in sala con tanto di regista e membri del cast. In questo caso la costaricana Valentina Maurel debutta a Cannes con la sua seconda pellicola e lo fa dando un discorso d’apertura che merita di essere riportato perché funge perfettamente da collegamento a quella che poi sarà la recensione.
Maurel ha inizialmente spiegato che il titolo è tratto da un testo che le leggeva sua madre da piccola e che ha usato senza troppo rifletterci per rispondere alla domanda di un giornalista riguardo a cosa stesse lavorando come seconda pellicola. Da lì ha poi spiegato che, pur non avendo ancora niente tra le mani, ha dovuto creare qualcosa che in qualche modo avesse senso per quel titolo a cui si era legata a doppia mandata. Tra i due film è poi diventata madre e, con tutte le conseguenze che porta un neonato nella propria vita, ha cominciato a scrivere scene in posti e momenti diversi, sperando poi di trovare un buon filo conduttore che mettesse tutto assieme dando un senso a quello che aveva partorito.
La regista ha poi concluso il discorso rivolgendosi al pubblico, chiedendo di farle poi sapere, evidentemente in formato recensione, se fosse riuscita nel suo intento. Questa è stata una lunghissima digressione per arrivare al punto in questione, ovvero rispondere a Valentina Maurel sulla riuscita o meno di questo suo collage: la risposta è un secco no.
UN COLLAGE CHE NON TIENE
Bisogna partire da un presupposto, ovvero che Forever Your Maternal Animal è selezionato nella categoria Un Certain Regard come Teenage Sex And Death At Camp Miasma e Club Kid, e quindi il festival ci ha evidentemente visto qualcosa di valido e interessante. E infatti si vede che il film è girato con cuore, perché si nota la cura di Maurel nelle inquadrature, così come si nota anche il tentativo di portare in auge diversi lati della Costa Rica, da quello più povero a quello più esoterico.
Tutto però è fatto in maniera discontinua e dopo 100 minuti di film è davvero difficile dire con certezza se le tre protagoniste abbiano effettivamente compiuto un percorso. Facendo un passo indietro, Siempre Soy Tu Animal Materno segue la storia di tre donne, Elsa, Amalia e Isabel, rispettivamente figlia maggiore, figlia minore e madre, che sono in diversi punti della propria vita. Elsa è tornata dal Belgio dove ha lasciato un ragazzo; Amalia è chiaramente non in grado di essere autosufficiente e ha anche una certa propensione a credere a fantasmi ed esoterismo, tanto che a un certo punto sostiene di essere stata violentata da uno spettro; infine la madre è alla disperata ricerca di un boost morale che arriva tramite la ripubblicazione del suo libro di poesie erotiche.
Le donne hanno diverse interazioni dirette e diversi momenti di confronto ma, vuoi per dei tagli incisivi in fase di montaggio, vuoi perché effettivamente la trama lascia molto a desiderare per 100 minuti, alla fine la sensazione è sempre quella che tutte e tre siano estremamente distanti l’una dall’altra nonostante i tentativi di passare tempo insieme. Tanto che il finale chiarisce veramente poco quello che ne sarà di tutte e tre e questo non è affatto un bene dato che arriva dopo 100 minuti estremamente lenti e a volte didascalici da un mero punto di vista visivo, con inquadrature e scene che vengono ripetutamente interrotte o risultano fini a sé stesse.
TRE DONNE, POCA STRADA
Il motivo è anche dovuto ai personaggi scelti come protagonisti, dato che Elsa è molto introversa, parla veramente poco, non ha amici e prova semplicemente, senza successo, a salvare sua sorella dalla crisi esistenziale che sta affrontando; mentre Amalia è un personaggio molto alternativo, sempre introverso ma anche più dark e difficile da comprendere visto che non le viene dato alcun background che ne giustifichi tutte le peculiarità. La madre, invece, sembra essere il personaggio più “normale” e anche in una relazione stabile con un altro uomo, non il padre di Elsa e Amalia, che però non si vede per l’intera durata del film.
Tra l’altro Maurel ha scelto di riprendere i due attori principali del suo film d’esordio, I Have Electric Dreams, e ha castato sia Daniela Marín Navarro che Reinaldo Amién anche qui, rispettivamente nei ruoli di figlia e padre. Chiaramente nel corso della pellicola Maurel prova a far interagire il più possibile i personaggi per farli progredire, ma è altresì vero che il film è anche popolato da una serie infinita di scene interrotte nel momento più sbagliato, scene che, se proseguite, avrebbero migliorato di molto la percezione dello spettatore. E invece il pubblico rimane tagliato fuori da diversi momenti mentre viene colpito da una sequela di scene non utili e che evidentemente non sono state collegate affatto.
Chiaramente le intenzioni di Maurel sono quelle di fare un film su una famiglia composta da tre donne in difficoltà, ma è anche molto evidente che questo film non sia assolutamente per un pubblico mainstream. È molto difficile da digerire anche per un festival e il motivo è proprio l’assenza di un chiaro percorso narrativo che dia un senso corale a tutte le scene. Oltre ovviamente al ritmo estremamente compassato e monocorde della pellicola, che finisce per rendere Siempre Soy Tu Animal Materno un’opera sincera nelle intenzioni ma fragile nella costruzione.








