
John Travolta debutta alla regia con un racconto tenero, nostalgico e molto personale sul suo amore infantile per gli aerei.
Sinossi
Ambientato nell’età d’oro dell’aviazione, Propeller One-Way Night Coach segue il giovane Jeff, appassionato di aeroplani, e sua madre Helen durante un viaggio di sola andata attraverso gli Stati Uniti verso Hollywood. Tra scali inattesi, assistenti di volo gentili, passeggeri eccentrici e la scoperta della prima classe, quello che dovrebbe essere un semplice volo si trasforma in un ricordo destinato a segnare per sempre il futuro del bambino.
È quasi romantico scrivere la recensione del primo film di John Travolta ambientato in aereo proprio nel viaggio di ritorno in aereo da Cannes. È romantico perché quello che Travolta mostra è un mondo di aerei, aeroporti e membri dell’equipaggio gentili e felici, esattamente il contrario del volo low-cost in cui è stipato chi scrive queste righe.
John Travolta ha realizzato Propeller One-Way Night Coach, sottotitolato anche Volo Notturno Per Los Angeles, scrivendolo, dirigendolo e producendolo perché lo ha descritto come un progetto estremamente personale e voleva realizzarlo esattamente nei tempi e nei modi che gli sembravano più giusti. Giusto per dare un po’ di contesto, il film si basa sull’omonimo libro scritto dallo stesso Travolta e pubblicato nel 1997, ed è completamente basato sulla sua infanzia, sul suo amore gigantesco nei confronti degli aerei e anche sulla sua famiglia.
Prima di andare oltre bisogna specificare che il romanzo era rivolto a un pubblico molto giovane e pre-adolescenziale, e quindi anche questa pellicola, pur essendo rivolta a tutti, strizza sicuramente più l’occhio a un pubblico più giovane e che magari apprezza titoli come Lemony Snicket – Una Serie Di Sfortunati Eventi, Polar Express e così via.
UN VOLO DI MEMORIA
L’approccio al film è chiaro fin dalle prime battute: Travolta fa da voce narrante e anche da voce personale di Jeff, il bambino protagonista, che, con la sua ingenua fanciullezza, compie il suo primo viaggio aereo verso Los Angeles con una serie di stop lungo il percorso, piuttosto normali qualche decade fa, insieme alla madre, il tutto alla volta della California.
Travolta trasporta lo spettatore in una sorta di realtà alternativa che sembra anni luce distante dalla realtà degli aeroporti che si vive in prima persona in questi anni, e in questo c’è la magia del suo film, anche perché è pressoché sempre vista dal punto di vista di Jeff. Propeller One-Way Night Coach funziona meglio quando smette di cercare una vera trama e si abbandona alla dimensione del ricordo, alla nostalgia per un’aviazione più elegante, più ordinata, più umana e, probabilmente, molto più romanzata di quanto non fosse davvero.
Il fatto che Travolta sia anche un pilota rende tutto ancora più personale e quasi tenero, perché il film non sembra nascere da un calcolo industriale ma da un bisogno privato: mettere in immagini un’infatuazione infantile mai davvero superata. E in questo senso la sua presenza vocale, a metà tra narratore onnisciente e padre che racconta una favola prima di dormire, diventa una delle scelte più coerenti dell’intera operazione.
AEROPORTI DA FAVOLA
Travolta sceglie uno stile retrofuturistico per rappresentare gli aeroporti: asettici, bianchi, estremamente ampi e privi di persone. Praticamente il contrario degli aeroporti grigi, caotici e stretti che spesso si incontrano in giro. Allo stesso modo opta in generale per riproporre gli anni Cinquanta e Sessanta nel modo più accurato possibile all’interno degli aeroplani: gente che fuma come se non ci fosse un domani, sedili moquettosi, legno ovunque, assistenti di volo sorridenti e una sensazione diffusa di viaggio come evento e non come tortura logistica.
A livello visivo, a parte una CGI discutibilissima, non gli si può davvero dire molto. Anzi, la ricostruzione di questo universo ovattato e artificiale è probabilmente l’aspetto più riuscito della pellicola, perché restituisce con chiarezza l’idea di un mondo filtrato dallo sguardo di un bambino. Il problema di questi 61 minuti è piuttosto nello scopo del racconto e nei personaggi che si incontrano lungo il percorso.
I vari character che Jeff e la madre incrociano durante il viaggio servono soprattutto a intrattenere i due protagonisti, ma non fanno mai veramente parte di una trama orizzontale che, comunque, resta molto blanda. Quindi, per assurdo, non avrebbe guastato avere qualche minuto in più per esplorare alcuni personaggi secondari e trasformarli in qualcosa di più di semplici apparizioni funzionali alla meraviglia del giovane Jeff.
UNA BUONANOTTE INCOMPIUTA
Ascoltando Travolta che parla, si ha la sensazione di essere di fronte a una storia della buonanotte, qualcosa che si legge, o in questo caso che si fa guardare, ai propri figli prima di andare a letto. E in tal senso non avrebbe fatto male un doppio approccio anche per un target di pubblico più adulto, perché lo scopo della pellicola sfugge di mano diventando semplicemente un viaggio da A a B e niente di più. Ed è esattamente quel “niente di più” che guasta la visione.
Il film resta un oggetto curioso, sincero, brevissimo e visivamente più interessante di quanto ci si potrebbe aspettare, ma non riesce mai davvero a trasformare la sua nostalgia in un racconto pienamente compiuto. Propeller One-Way Night Coach è un atto d’amore evidente, e proprio per questo è difficile volergli male, ma resta anche un progetto più affettuoso che incisivo, più vicino a un ricordo illustrato che a un vero film capace di sostenersi fino in fondo.
C’è qualcosa di genuinamente dolce nel vedere John Travolta, dopo decenni di carriera e dopo aver ricevuto anche la Palma d’Oro onoraria a Cannes, scegliere come debutto alla regia non un grande film di prestigio, ma una piccola favola personale sugli aerei. Peccato solo che, una volta decollato, il film sembri accontentarsi di restare in quota senza trovare davvero una destinazione narrativa più forte.







