
Lucia Calamaro porta scienza, isolamento e disagio esistenziale dentro un film anomalo per il cinema italiano contemporaneo.
Sinossi
L’arrivo di una nuova scienziata nella base italiana in Antartide stravolge la routine del gruppo soprattutto quando una scoperta importantissima li porta a decidere il futuro della loro vita attuale e futura.
Lucia Calamaro, acclamata autrice teatrale a livello mondiale, esordisce alla regia con un film che spiazza per ambientazione, contesto storico e tematiche: la base italiana Sidera in Antartide come unico set per un gruppo di ricercatori alle prese con la speranza di scoprire qualcosa che possa cambiare le sorti del mondo e dare un senso alla loro ricerca.
Come si deduce da quanto scritto sopra, l’intento è totalmente fuori da qualsiasi cosa che faccia il cinema italiano contemporaneo: parlare di scienza, non solo tramite la speranza riposta in un possibile nuovo futuro ma mischiata con la necessità di convivere coi propri demoni interiori, messi in risalto da mesi di isolamento forzato.
Proprio qui sta il tema centrale del film e la sua caratteristica più interessante: porre i personaggi al centro di riflessioni mai scontate sul senso della propria esistenza, cercando una soluzione e un equilibrio, precario e discutibile, tipico delle opere drammaturgiche dell’autrice.
PADRE, FIGLIA, ISOLAMENTO
La Calamaro parte da un rapporto padre/figlia che non si ferma solo a qualcosa di scontato ma lo prende come spunto per riflettere sulle scelte fatte, sui fallimenti conseguenti e le possibilità che si cercano per trovare la pace.
L’isolamento della base, ricostruita sul monte Soratte vicino Roma, nel bunker famoso durante il ventennio, permette di vedere come i demoni interiori mai risolti, che possono essere comuni a tutti ma qui esacerbati dalla ripetizione dei giorni e degli esperimenti, aprano la strada a riflessioni mai scontate sul posto che ognuno ha nel mondo senza trovare facili scorciatoie all’italiana dell’ultimo periodo ma anzi ponendo il disagio al centro come condizione quasi irrisolvibile dello stare al mondo, con cui avere a che fare senza sconti e consolazioni.
Ed è proprio in questa sospensione forzata che il film trova il suo punto più interessante, perché usa lo spazio chiuso e il tempo ripetuto per scavare dentro i personaggi invece di limitarsi a usarli come semplici funzioni narrative.
SCIENZA E ITALIANITÀ
L’altro merito, anche se non sempre a fuoco, è la riflessione su cosa vuol dire essere italiani e le battaglie che spesso caratterizzano questo popolo.
Non solo la burocrazia ma anche quanto il senso di se stessi si perda all’interno di ostacoli onnipresenti e fastidiosi, dando una chiave diversa sul senso dell’arrangiarsi, tratto tipico di cui vergognarsi o vantarsi a seconda delle situazioni.
La scoperta evidenzia quanto l’essere geni e bravi si confonda all’interno di dinamiche sociali miste di senso del dovere, opportunismo e voglia di lasciar perdere.
Il film prova così a parlare di scienza senza trasformarla in feticcio, ma usandola come detonatore morale e umano dentro un contesto profondamente italiano, tra ambizione, frustrazione e compromesso.
UN FILM BELLO MA SBILANCIATO
Interpretazioni notevoli di Barbara Ronchi e Valentina Bellé, senza menzionare Silvio Orlando. Gli altri attori purtroppo non possono ricevere le attenzioni dovute poiché in potenza portatori anch’essi di tematiche interessanti di cui si sente il bisogno di sapere avendo più tempo a disposizione.
Il giudizio finale resta quello di un film bello ma non perfettamente equilibrato, pieno di spunti interessanti ma anche di parti un po’ troppo stereotipate. Cosa strana considerando le opere teatrali di un’autrice come la Calamaro.
Forse una cosa necessaria per dare al film un accesso a un pubblico più largo alleggerendo le parti più ostiche tipiche delle sue opere. Eppure, proprio nella sua irregolarità, Antartica – Quasi Una Fiaba conserva un’identità forte e un’ambizione rara nel panorama italiano recente.






