
Out There guarda alle stelle per raccontare una cosa molto più umana: il coraggio necessario per accettare ciò che non possiamo spiegare.
Sinossi
Maz (Nerys Amber Stocks) è una giovane appassionata di astronomia che vive in una tranquilla cittadina gallese e non ha mai superato la misteriosa scomparsa del padre scienziato. Quando crede di aver individuato qualcosa di inspiegabile nel cielo, coinvolge nella ricerca il migliore amico Elis (Tom Moya), un eccentrico teorico del complotto (Aneurin Barnard) e un sedicente medium (Michael Sheen). Quella che sembra una semplice caccia agli UFO si trasforma in un’indagine sul passato della famiglia e sui segreti nascosti dietro una vecchia vicenda.
La fantascienza è spesso il linguaggio attraverso cui il cinema racconta ciò che non siamo in grado di comprendere, e Out There sfrutta proprio questa possibilità per costruire una storia che dietro UFO, cospirazioni e fenomeni inspiegabili nasconde una riflessione molto più terrena sul lutto. Simon Ryninks, al suo esordio, parte infatti dall’immaginario più riconoscibile della fantascienza popolare per raccontare una ragazza che non riesce ad accettare la scomparsa del padre e che trova nell’idea dell’ignoto una possibilità per continuare a interrogarsi sul passato. Maz non è semplicemente una giovane ossessionata dagli extraterrestri: il suo telescopio diventa uno strumento attraverso cui osservare un mondo dal quale si sente progressivamente distante, nella speranza che da qualche parte esista una risposta capace di ricomporre ciò che la sua famiglia ha perduto. La sua ricerca diventa così una metafora della difficoltà di accettare l’assenza, soprattutto quando a essere scomparsa è una figura genitoriale attorno alla quale si è costruita buona parte della propria identità.
UFO, EIFFEL 65 E ANNI ’90
L’altra grande forza di Out There è l’ambientazione anni ’90, utilizzata da Ryninks con un entusiasmo che va ben oltre la semplice ricostruzione d’epoca. La musica è probabilmente l’elemento più evidente, con una selezione di brani pop e dance che vanno da “Blue” degli Eiffel 65 a “Doctor Jones” degli Aqua, che restituisce immediatamente l’atmosfera di una stagione nella quale la cultura televisiva, quella musicale e l’immaginario fantascientifico potevano convivere con una naturalezza oggi quasi nostalgica.
Anche costumi e scenografie contribuiscono a creare un piccolo universo nel quale gli anni ’90 non sono solo un periodo storico, ma un modo diverso di immaginare il futuro. Particolarmente riuscita la scelta di costruire attorno a Maz una piccola comunità di personaggi eccentrici, ciascuno convinto a modo proprio di possedere una chiave per interpretare ciò che sta accadendo.
Michael Sheen trova una dimensione irresistibilmente ironica nel ruolo del bizzarro Shifty Gruff, mentre Aneurin Barnard interpreta il mondo delle teorie del complotto con un’energia volutamente sopra le righe. Il risultato è un equilibrio tra avventura, commedia e fantascienza che impedisce al film di diventare troppo serio, senza però ridicolizzare le emozioni dei suoi protagonisti. L’ambientazione gallese contribuisce inoltre a rafforzare il contrasto tra la dimensione apparentemente ordinaria della cittadina e la vastità dell’universo che Maz osserva attraverso il telescopio. Il cielo rappresenta infatti una promessa di possibilità infinite, mentre il paese in cui vive sembra progressivamente più piccolo quanto più cresce il suo desiderio di scoprirne i segreti.
L’IMPORTANZA DI GUARDARE AL FUTURO
Al centro del film rimane però soprattutto il rapporto tra Maz ed Elis, che permette a Ryninks di affiancare alla storia sul lutto una riflessione più universale sull’adolescenza e sulla necessità di prendere strade differenti per poter crescere. I due condividono inizialmente la stessa ricerca, ma progressivamente emerge una differenza fondamentale nel loro modo di guardare al futuro: mentre Maz è ancora profondamente ancorata alle domande lasciate dal passato, Elis sente il bisogno di costruire una nuova vita lontano dal luogo in cui è cresciuto. È una dinamica molto semplice, ma funziona perché evita di presentare la crescita come un percorso necessariamente condiviso. L’adolescenza consiste anche nello scoprire che le persone con cui abbiamo condiviso tutto possono desiderare qualcosa di diverso da noi, e che voler bene a qualcuno non significa impedirgli di partire.
Out There affronta questo passaggio con la stessa leggerezza con cui affronta le proprie componenti fantascientifiche, senza trasformare mai il rapporto tra i due in un melodramma. La ricerca di Maz diventa quindi anche un percorso verso una forma più adulta di consapevolezza: alcune domande possono trovare una risposta, mentre altre devono semplicemente smettere di governare la nostra vita. In questo senso, il film è particolarmente efficace nel suggerire che il bisogno di trovare un colpevole può diventare una conseguenza naturale del lutto, soprattutto quando si è troppo giovani per comprendere davvero le circostanze di una perdita.
ALZARE GLI OCCHI AL CIELO PER GUARDARE AVANTI
È proprio questa combinazione di leggerezza e malinconia a rendere Out There un esordio piacevole, seppur legato a schemi di genere già visti in molti altri prodotti coevi. Il film non cerca di reinventare il genere UFO e non pretende di offrire una nuova mitologia fantascientifica, ma utilizza un immaginario familiare per parlare di famiglia, amicizia e perdita con un tono personale e sorprendentemente tenero.
La regia di Ryninks mantiene un ritmo molto sostenuto, passando rapidamente dall’avventura alla commedia e dalla commedia alla dimensione emotiva, e questa velocità può occasionalmente rendere alcuni passaggi meno approfonditi di quanto meriterebbero. Allo stesso tempo, però, è proprio questa energia a impedire alla storia di diventare eccessivamente sentimentale.
Il film preferisce correre, scherzare e guardare il cielo piuttosto che fermarsi troppo a lungo sul dolore, trovando nella cultura pop degli anni Novanta un linguaggio ideale per raccontare una generazione ancora capace di immaginare che tutto sia possibile. La componente fantastica rimane volutamente ambigua e non ha bisogno di trasformare ogni mistero in una risposta definitiva, perché ciò che conta davvero è il percorso emotivo di Maz e la consapevolezza che alcune perdite possono essere elaborate senza essere completamente spiegate. Il telescopio con cui la ragazza guarda le stelle diventa così l’immagine più significativa dell’intero film: uno strumento pensato per osservare qualcosa di lontanissimo che finisce per aiutare a comprendere ciò che è molto più vicino.
Out There racconta, in fondo, il momento nel quale una ragazza deve smettere di cercare una risposta nel cielo per poter finalmente guardare davanti a sé. E lo fa con una leggerezza che non cancella il dolore, ma permette di attraversarlo senza perdere la capacità di continuare a meravigliarsi.







