Pretty BabiesTEMPO DI LETTURA 7 min

Pretty Babies
Recensione Film Pretty Babies Cinema Presentato all'EIFF 2026

Pretty Babies di Tyler-Marie Evans trasforma il mito del vecchio cinema hollywoodiano in un malinconico viaggio attraverso l’illusione dell’American Dream.

Logo dell'Edinburgh International Film Festival 2026

Sinossi

Marie e Luna sono due adolescenti affascinate dal glamour del vecchio cinema hollywoodiano e convinte che Los Angeles possa trasformare i loro sogni in realtà. Quando il futuro immaginato da Marie sembra improvvisamente infrangersi, le due amiche decidono di fuggire verso Hollywood, portando con sé una videocamera, pochi soldi e un’enorme fiducia nel proprio destino. Durante il viaggio incontrano altre ragazze che condividono aspirazioni simili, ma che hanno imparato a sopravvivere sfruttando il proprio corpo e lo sguardo degli altri. Il sogno americano comincia così a mostrare il suo lato più oscuro, mettendo alla prova l’amicizia e l’innocenza delle due protagoniste.

C’è qualcosa di profondamente malinconico nel modo in cui Pretty Babies guarda a Hollywood, perché Tyler-Marie Evans costruisce il proprio esordio alla regia attorno a un sogno che nasce già dentro un’immagine del passato. Marie (Emily Alyn Lind) e Luna (Sadie Stanley)non desiderano semplicemente diventare famose, ma vogliono entrare in quella versione idealizzata del cinema che hanno imparato ad amare attraverso le vecchie star, i loro volti perfetti e una promessa di eternità costruita dall’industria. Il riferimento a figure come Bette Davis e Joan Crawford diventa così molto più che una citazione cinefila, trasformandosi nella lente attraverso cui due ragazze cercano di interpretare un mondo che non conoscono. La loro fuga verso Los Angeles assume inizialmente i contorni di una fiaba adolescenziale, con la videocamera a documentare un viaggio che dovrebbe condurle verso la realizzazione dei propri desideri. Evans, però, è interessata soprattutto alla distanza tra ciò che viene immaginato e ciò che esiste realmente, costruendo un film nel quale l’American Dream appare come una gigantesca scenografia destinata progressivamente a perdere consistenza.

UNA SOCIETÀ IMMERSA NEL VOYEURISMO


Pretty Babies non racconta dunque soltanto la disillusione di due aspiranti attrici, ma osserva il modo in cui un’intera cultura ha insegnato alle giovani donne a desiderare soprattutto di essere guardate. È proprio lo sguardo altrui, infatti, a diventare il centro gravitazionale dell’opera, in una società nella quale bellezza, desiderabilità e successo finiscono per sovrapporsi continuamente. La protagonista Marie parte da una concezione quasi colpevole della propria sessualità, cercando contemporaneamente di comprenderla e di utilizzarla come possibile strumento di emancipazione, mentre Luna sembra aver già interiorizzato una regola molto più brutale: per ottenere qualcosa bisogna dimostrare di essere abbastanza forte da sopportarne il prezzo. Il film trova così una delle proprie intuizioni più efficaci nel rapporto tra aspirazione artistica e sfruttamento, suggerendo come il confine tra i due possa diventare terribilmente sottile quando il valore di una persona viene stabilito dalla capacità di attirare un pubblico.
La regia di Evans accompagna questa riflessione attraverso uno stile volutamente irregolare, che alterna la luminosità quasi romantica delle fantasie adolescenziali a immagini sempre più fredde, sporche e disorientanti. Pretty Babies possiede una grammatica visiva che sembra continuamente oscillare tra il videoclip, il road movie e il cinema indipendente americano, mantenendo però una forte identità personale soprattutto nella rappresentazione dello spazio. La strada dovrebbe essere il luogo della libertà, ma diventa progressivamente un corridoio senza uscita, mentre motel, automobili, locali e camere anonime sostituiscono quella Hollywood scintillante che Marie e Luna avevano costruito nella propria immaginazione.
Anche il montaggio contribuisce a questa sensazione di progressivo cortocircuito, comprimendo alcuni passaggi del viaggio in sequenze quasi ipnotiche e facendo percepire il tempo come qualcosa che le protagoniste attraversano senza riuscire davvero a controllarlo. La componente sonora è altrettanto importante, con una colonna musicale capace di sostenere tanto l’euforia iniziale quanto il carattere sempre più inquietante dell’esperienza.
Evans evita fortunatamente di trasformare la storia in una semplice denuncia didascalica, lasciando che siano le contraddizioni delle protagoniste a portare avanti il discorso. Luna, in particolare, rappresenta la forma più estrema del sogno hollywoodiano, perché la sua ambizione non è soltanto diventare una star, ma raggiungere una condizione nella quale ogni gesto possa essere osservato, desiderato e invidiato. La sua ossessione assume progressivamente una dimensione quasi tragica, senza che il film abbia bisogno di trasformarla in una caricatura. Allo stesso tempo, Marie rappresenta la possibilità di immaginare un’esistenza diversa, nella quale l’amore e un futuro apparentemente ordinario possano avere più valore della fama. La contrapposizione tra le due non è mai completamente netta, perché entrambe sono vittime della medesima fantasia e entrambe cercano disperatamente di attribuire un significato alle proprie scelte.

CO-DIPENDENZA E MANIPOLAZIONE


È proprio l’amicizia tra Marie e Luna a impedire a Pretty Babies di ridursi a una semplice storia sull’industria dello spettacolo, perché il film parla soprattutto della difficoltà di separarsi dalle persone con cui si è condiviso un sogno. Luna diventa progressivamente incapace di distinguere ciò che desidera da ciò che deve desiderare, mentre Marie comincia a comprendere che l’obiettivo inseguito per tutta la vita potrebbe non appartenerle davvero. La loro relazione attraversa quindi una trasformazione dolorosa nella quale affetto, dipendenza, protezione e manipolazione finiscono per convivere, rendendo impossibile stabilire con immediatezza chi stia salvando chi. Evans affronta questo rapporto senza cercare facili colpevoli, lasciando emergere la fragilità di due ragazze che stanno tentando di diventare adulte utilizzando gli strumenti sbagliati e soprattutto le immagini sbagliate.
Anche i personaggi incontrati lungo il percorso contribuiscono a costruire questo mosaico di solitudini, mostrando persone che cercano nel corpo, nel denaro, nel sesso o nella notorietà una risposta a bisogni molto più profondi. In questo senso, il film è particolarmente efficace quando suggerisce che dietro l’ossessione per essere desiderati esista spesso il desiderio ancora più elementare di sentirsi finalmente importanti per qualcuno. Il rapporto con Jake introduce una possibilità apparentemente alternativa, ma anche questa viene osservata con uno sguardo privo di facili idealizzazioni, perché l’amore non viene presentato come una soluzione magica capace di cancellare le ferite accumulate. La vulnerabilità di Marie rimane così il vero centro emotivo del film, soprattutto quando la sua idea di libertà entra in conflitto con il bisogno di sentirsi accettata. Se alcune svolte narrative possono risultare volutamente melodrammatiche e talvolta persino eccessive, la scelta appare coerente con un’opera che vuole confrontarsi con la natura artificiale delle immagini attraverso un linguaggio altrettanto artificioso. Pretty Babies sembra infatti suggerire che anche il dolore, quando viene vissuto attraverso gli occhi di chi è cresciuto con il cinema come modello esistenziale, finisca inevitabilmente per assumere una forma cinematografica.

LE INSIDIE DEL SOGNO AMERICANO


Il risultato è un esordio imperfetto ma sicuramente ambizioso, nel quale Tyler-Marie Evans dimostra soprattutto di possedere una voce visiva riconoscibile e una sensibilità precisa nel raccontare la vulnerabilità femminile senza ridurla a un semplice oggetto narrativo. Il film può talvolta spingere troppo sul pedale della disperazione, alcune transizioni appaiono volutamente brusche e determinate scelte melodrammatiche rischiano di rendere meno sottile una riflessione che altrove trova invece immagini di notevole forza. Tuttavia, proprio questa natura frastagliata contribuisce alla personalità di un’opera che non sembra interessata alla perfezione formale quanto alla rappresentazione di un mondo nel quale le persone continuano a recitare anche quando non sanno più quale parte interpretare.
Pretty Babies non offre una risposta rassicurante, ma trova nella nostalgia per quelle immagini perdute la propria ragione più profonda, trasformando il sogno di Hollywood in una riflessione sulla necessità di continuare a sognare anche quando si è ormai scoperto quanto possa essere pericoloso farlo.

Scheda film
Titolo originalePretty Babies
RegiaTyler-Marie Evans
SceneggiaturaTyler-Marie Evans
InterpretiEmily Alyn Lind, Sadie Stanley, Ashley Benson, Madelaine Petsch, Elias Kacavas
DistribuzioneCinema
Durata92 minuti
OrigineStati Uniti, 2026
FestivalPresentato all’EIFF 2026
Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Pretty Babies è un esordio visivamente audace e malinconico, capace di utilizzare il mito hollywoodiano per riflettere sulla mercificazione dello sguardo, sulla vulnerabilità femminile e sulla natura illusoria del sogno americano. Tyler-Marie Evans mostra una personalità registica già evidente, sostenuta da interpretazioni intense, una colonna sonora suggestiva e un linguaggio volutamente irregolare che non sempre trova il perfetto equilibrio, ma lascia comunque intravedere una voce cinematografica interessante.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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