Her Private HellTEMPO DI LETTURA 6 min

18/08/2026
Her Private Hell
Recensione FilmHer Private Hell Nicolas Winding Refn Neon

Nicolas Winding Refn torna al cinema dopo 10 anni di assenza, ma l'estetica non basta a salvare il suo film.

Sinossi

In una metropoli sospesa tra realtà e incubo, l’attrice Elle si ritrova coinvolta in una relazione sempre più disturbante con il padre Johnny Thunders e con Dominique, un tempo sua amica e ora sua matrigna. Sullo sfondo si aggira il Leather Man, figura mitologica e sanguinaria che sembra uscita da un racconto dell’orrore. Parallelamente, il soldato K attraversa un Giappone surreale alla ricerca della figlia perduta. Due percorsi apparentemente lontani finiscono per incontrarsi in un universo dominato da desiderio, violenza e ossessione.

Ci sono film che chiedono allo spettatore di abbandonare la logica per lasciarsi trasportare dalle immagini, e poi ci sono film che sembrano aver semplicemente dimenticato di costruire qualcosa che valesse la pena seguire. Her Private Hell, ritorno al cinema di Nicolas Winding Refn a dieci anni da The Neon Demon, appartiene purtroppo alla seconda categoria.
Il problema non è la sua natura astratta, né il rifiuto di una narrazione tradizionale. Un film può essere enigmatico, surreale, persino deliberatamente incomprensibile e riuscire comunque a costruire una forte connessione emotiva con il proprio pubblico. Il cinema di Refn lo ha dimostrato più volte, anche nelle sue opere più radicali.
Qui, però, la distanza tra forma e contenuto diventa quasi invalicabile. Her Private Hell è un’opera esteticamente ricercata, tecnicamente impeccabile in numerosi aspetti e attraversata da immagini che rimangono impresse nella memoria, ma sotto quella superficie scintillante sembra esserci troppo poco.
Il risultato è un film che, per gran parte dei suoi 109 minuti, chiede allo spettatore di contemplare qualcosa che prova costantemente ad emergere dalla nebbia e dalle luci al neon, ma che non riesce mai davvero a suscitare un reale interesse.

UN INCUBO SENZA UN VERO CENTRO


Elle, interpretata da Sophie Thatcher, è un’attrice che arriva in una misteriosa struttura alberghiera e si ritrova coinvolta nelle dinamiche disturbanti che ruotano attorno al padre Johnny Thunders e a Dominique, sua ex amica e ora compagna del genitore. Il rapporto tra i tre dovrebbe costituire il cuore psicologico della storia, soprattutto perché Refn costruisce una rete di desideri, gelosie e tensioni sessuali che sembra voler evocare il mito di Elettra, il complesso edipico e una riflessione sulla sessualità come forma di potere.
Il problema è che il film suggerisce continuamente qualcosa senza mai riuscire a trasformare le proprie suggestioni in un pensiero compiuto. Elle dovrebbe essere tormentata, ma il tormento rimane spesso un concetto astratto; Dominique dovrebbe rappresentare una figura di fascinazione e minaccia, ma il personaggio non acquista mai una consistenza sufficiente; Johnny dovrebbe essere il centro gravitazionale attorno al quale ruotano le altre figure, ma appare più che altro come un elemento decorativo all’interno della composizione; e infine, il Leather Man dovrebbe essere la figura più memorabile dell’intera pellicola: un assassino mitologico vestito di pelle, capace di attraversare il tempo e perseguitare le proprie vittime, e invece resta soprattutto un’immagine, una presenza da osservare, più che una figura da comprendere o temere. Il suo legame con la mitologia familiare di Elle e con il percorso del soldato K dovrebbe fornire una struttura simbolica alla storia, ma finisce invece per aumentare la sensazione di arbitrarietà.
La sceneggiatura di Refn ed Esti Giordani sembra quasi avere paura di dire troppo, finendo paradossalmente per non dire quasi nulla.

SALVATE IL SOLDATO K


Ancora più problematica è la presenza di Private K, interpretato da Charles Melton. Il soldato americano è impegnato nella ricerca della figlia scomparsa e finisce coinvolto in una vicenda che comprende Yakuza, combattimenti e una sorta di dimensione infernale legata al Leather Man. È una linea narrativa che sembra provenire da un film completamente diverso e, paradossalmente, è proprio quella che funziona meglio.
Le sequenze d’azione permettono finalmente al film di acquisire ritmo, fisicità e una tensione che manca quasi completamente alle interminabili conversazioni della parte principale. Melton, inoltre, riesce a dare al proprio personaggio una presenza magnetica nonostante una caratterizzazione ridotta all’osso.
Il problema è che Private K sembra appartenere a un altro universo narrativo, e il suo progressivo avvicinamento alla vicenda di Elle non produce quella sensazione di convergenza che dovrebbe rendere significativa la struttura parallela. Piuttosto, sembra di assistere a due film differenti costretti a condividere lo stesso spazio.

AUTOEROTISMO VISIVO


La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck è probabilmente l’elemento più riuscito dell’intera operazione. Refn costruisce una metropoli artificiale, avvolta nella nebbia e composta da alberghi, corridoi, stanze e spazi urbani che sembrano esistere al di fuori del tempo. Le immagini sono dominate da colori saturi, contrasti estremi, luci al neon e composizioni geometriche che trasformano ogni inquadratura in un quadro. L’influenza di Dario Argento, in particolare di Suspiria e Inferno, è evidente, così come quella di un cinema horror nel quale il colore non serve semplicemente a illuminare lo spazio, ma diventa parte integrante della narrazione.
Anche il montaggio lavora in maniera interessante sul rapporto tra dilatazione temporale e improvvise accelerazioni. Le sequenze d’azione spezzano il ritmo contemplativo della parte centrale, creando un contrasto evidente tra l’immobilità dei dialoghi e la violenza dei combattimenti.
Il problema non è quindi necessariamente la lentezza, ma l’assenza di una progressione emotiva capace di giustificarla. Un film lento può essere ipnotico; Her Private Hell è spesso semplicemente statico. I personaggi parlano lentamente, si muovono lentamente e osservano lentamente, ma raramente la dilatazione temporale produce una maggiore tensione.

UN CONFUSO COLLAGE PSICHEDELICO


Il difetto fondamentale di Her Private Hell non è quindi quello di essere troppo strano, troppo lento o troppo astratto. È che non riesce a trasformare la propria stranezza in qualcosa che abbia un peso emotivo. Il film non approfondisce realmente le proprie idee, preferendo accumulare simboli e immagini fino a creare una sorta di collage psichedelico nel quale ogni elemento può apparentemente significare qualsiasi cosa. E quando tutto può significare tutto, alla fine nulla sembra significare davvero qualcosa.
Her Private Hell sembra un’opera costruita per essere ammirata, non vissuta. La storia è esile, i personaggi rimangono archetipi, le tematiche vengono continuamente evocate senza essere realmente sviluppate e la struttura narrativa finisce per sembrare un pretesto attraverso il quale Refn può riproporre ancora una volta la propria grammatica estetica. Dopo dieci anni di assenza dal cinema, il ritorno di Nicolas Winding Refn avrebbe potuto rappresentare l’occasione per dimostrare come la sua ossessione per la forma potesse ancora evolversi. Her Private Hell dimostra invece soprattutto quanto sia difficile scambiare l’estetica per sostanza senza che, prima o poi, lo spettatore se ne accorga.

Scheda film
Titolo originaleHer Private Hell
RegiaNicolas Winding Refn
SceneggiaturaNicolas Winding Refn, Esti Giordani
InterpretiSophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Shioli Kutsuna, Aoi Yamada, Dougray Scott, Diego Calva, Jason Hendil-Forssell
Distribuzione / PiattaformaNeon
Durata109′
OrigineDanimarca, Regno Unito, Stati Uniti, 2026
Data di uscita18/05/26 (Cannes), 16/08/26 (EIFF)

Il giudizio di Recenserie

BURN THEM ALL

Nicolas Winding Refn torna al cinema dopo dieci anni con Her Private Hell, un horror cyberpunk visivamente impressionante ma penalizzato da una storia esile, personaggi inconsistenti e una narrazione che confonde troppo spesso atmosfera e profondità.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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