
First Zone racconta un mondo sommerso per parlare, in realtà, di ciò che resta quando l'unico modo per sopravvivere sembra essere dimenticare come si vive insieme agli altri.
Sinossi
Dopo una catastrofe climatica che ha sommerso gran parte del mondo, Fenna vive isolata in una vecchia turbina eolica, adattandosi a un’esistenza dominata dalla necessità di sopravvivere. Una violenta tempesta la costringe però ad abbandonare il proprio rifugio e a intraprendere un viaggio attraverso un paesaggio acquatico diviso in diverse zone. Lungo il percorso incontra altri sopravvissuti, scoprendo progressivamente quanto sia difficile proteggersi dal dolore attraverso l’isolamento.
Il cinema post-apocalittico ha spesso raccontato la fine della civiltà attraverso la spettacolarità della distruzione, trasformando il collasso del mondo in un pretesto per mostrare città devastate, orde di nemici e paesaggi dominati dalla violenza. First Zone sceglie invece una strada radicalmente diversa, quasi opposta, perché la catastrofe rimane soprattutto una presenza invisibile che ha già modificato irreversibilmente il modo in cui gli esseri umani abitano il pianeta. L’acqua è ovunque, le vecchie coordinate geografiche sono state sostituite da zone numerate e la sopravvivenza sembra dipendere dalla capacità di non attirare l’attenzione.
Fenna, interpretata da una convincente Hadewych Minis, è il prodotto perfetto di questo nuovo mondo: resistente, diffidente, pragmatica e apparentemente incapace di concedersi qualsiasi forma di vulnerabilità. Il viaggio attraverso le zone diventa così molto più di una semplice traversata attraverso un paesaggio post-apocalittico. È un percorso emotivo nel quale la protagonista viene progressivamente costretta a confrontarsi con ciò che ha cercato di lasciarsi alle spalle.
Thom Lunshof, al suo esordio alla regia, dimostra una notevole sicurezza nel sottrarre anziché aggiungere, lasciando che siano gli spazi vuoti, i rumori e i pochi incontri umani a raccontare quanto accaduto. La scelta più efficace riguarda proprio la minaccia, perché i nemici non vengono quasi mai mostrati direttamente, ma soltanto suggeriti attraverso rumori, racconti, presenze lontane e situazioni capaci di generare una tensione costante senza trasformare il film nell’ennesimo survival movie.
FRAMMENTI DI UMANITÀ
La componente più interessante del film è però il modo in cui la sopravvivenza viene messa in relazione con la necessità di appartenere a una comunità. Fenna ha costruito la propria esistenza sull’autosufficienza, come se l’isolamento fosse l’unico modo per evitare ulteriori perdite, ma il viaggio la obbliga continuamente a confrontarsi con altre persone. Il rapporto con la compagna di viaggio interpretata da Violet Braeckman rappresenta il cuore emotivo dell’opera proprio perché nasce dalla diffidenza e si sviluppa senza mai scadere nel sentimentalismo. Il film, che un po’ ricorda nelle intenzioni The Last Of Us, non è interessato a spiegare dettagliatamente come sia nato il nuovo ordine sociale, ma a mostrare frammenti di umanità sopravvissuta alla catastrofe. Una radio che trasmette musica e racconti di tesori sommersi, una famiglia incontrata lungo il cammino, una persona che offre un rifugio o semplicemente la condivisione di uno spazio diventano così gesti più importanti di qualsiasi grande rivelazione narrativa.
UN MONDO DOMINATO DALL’ACQUA
Visivamente, First Zone trova una delle sue qualità principali nella capacità di trasformare l’acqua in uno spazio narrativo anziché in un semplice elemento scenografico. Le ambientazioni olandesi contribuiscono a costruire un paesaggio che appare allo stesso tempo familiare e alieno, nel quale turbine eoliche, paludi, imbarcazioni e strutture sommerse compongono le tracce di una civiltà ormai irriconoscibile. L’assenza di un mondo terrestre tradizionale accentua inoltre la sensazione di disorientamento della protagonista e dello spettatore, mentre la numerazione delle zone introduce una dimensione quasi “burocratica” all’interno di un universo ormai completamente al collasso, suggerendo che persino dopo la fine del mondo gli esseri umani abbiano bisogno di stabilire confini, categorie e percorsi ben definiti.
Anche la colonna sonora acustica, malinconica e rarefatta, accompagna questa atmosfera senza cercare di trasformare ogni momento in un’occasione epica. Ancora una volta, il riferimento ideale può essere quello delle composizioni di Gustavo Santaolalla per The Last Of Us, ma qui la pellicola utilizza quella sensibilità con maggiore attenzione alla contemplazione piuttosto che all’azione. Il risultato è un film che procede lentamente e che potrebbe mettere alla prova chi cerca un racconto post-apocalittico più tradizionale, e soprattutto chi non è disposto ad accettare di muoversi in un ambiente senza conoscerne l’intera storia.
In realtà, dietro questa apparente incompletezza si nasconde uno dei punti più forti dell’identità del film: il mondo non viene spiegato perché Fenna stessa non possiede tutte le risposte, e lo spettatore è costretto a condividere la sua percezione frammentaria di una realtà ormai impossibile da ricostruire completamente.
CIÒ CHE RESTA DEGLI ESSERI UMANI
Il vero centro di First Zone, quindi, non è la catastrofe climatica ma ciò che rimane dell’essere umano quando la catastrofe ha già cancellato quasi tutte le certezze. Il film evita accuratamente di trasformare il cambiamento climatico in una semplice premessa fantascientifica, utilizzando invece l’acqua come metafora di una condizione emotiva nella quale ogni punto di riferimento può improvvisamente scomparire. Fenna sembra aver trovato la propria risposta attraverso la solitudine, ma il viaggio dimostra quanto quella soluzione sia fragile. Il ricordo diventa allora una forma di resistenza tanto importante quanto il cibo, il riparo o una barca funzionante, perché conservare ciò che si è stati significa impedire che il mondo precedente scompaia completamente.
First Zone vuole far capire allo spettatore che sopravvivere significa certamente essere abbastanza forti da affrontare la corrente, ma forse significa anche accettare che nessuna roccia può rimanere per sempre immobile. In questo equilibrio tra solitudine e comunità, memoria e futuro, paura e speranza, il film trova una propria voce delicata e inquieta, trasformando un’odissea post-apocalittica in una riflessione sorprendentemente intima sulla necessità di tornare a essere umani.







