
Sacred Creatures trasforma una crisi spirituale in una parabola surreale sulla fede, l’idolatria e il bisogno umano di credere.
Sinossi
Tre fratelli separati da tempo si ritrovano nella villa in campagna di un artista italiano di nome Renzo (Antonio De Matteo), fidanzato di Ray, uno dei tre, mentre Miriam, la sorella più piccola, è appena tornata dopo un periodo di trattamento psichiatrico. La giovane interpreta ciò che le è accaduto come un risveglio spirituale, mentre la sorella più grande Michelle lo considera il sintomo di una nuova crisi. Quando Miriam entra in contatto con l’eccentrica Carlotta (Pia Engleberth), la zia di Renzo, la sua particolare visione del mondo comincia però ad attirare un numero crescente di persone.
In Sacred Creatures, esordio alla regia di Frieda Luk, la domanda più interessante non riguarda tanto la natura di ciò che accade alla protagonista Miriam (Olivia Luccardi)quanto il bisogno degli altri di attribuirgli un significato. Dopo essere stata sottoposta a un trattamento psichiatrico, la giovane interpreta la propria esperienza come uno spiritual awakening, mentre Michelle (Romina D’Ugo), sua sorella, continua a considerarla una manifestazione di una patologia. Il film evita però deliberatamente di stabilire chi delle due abbia ragione, trasformando questa ambiguità nel proprio principale motore narrativo. Miriam diventa progressivamente uno specchio nel quale ogni personaggio proietta le proprie necessità, paure e convinzioni, fino a trasformare una vicenda privata in qualcosa di molto più grande. E il suo riferimento costante a un libro di massime filosofiche, utilizzato quasi come un testo sacro, contribuisce alla costruzione di un linguaggio che progressivamente assume la forma di una nuova liturgia.
There is no shame in your desires.
UNA FEDE DEL TUTTO LAICA
Frasi apparentemente semplici acquistano così un peso differente a seconda di chi le ascolta, perché possono rappresentare tanto un invito alla liberazione quanto una giustificazione per abbandonare qualsiasi forma di controllo. È proprio questa ambivalenza a rendere Miriam un personaggio affascinante, soprattutto perché Frieda Luk non sembra interessata a stabilire se sia una profeta, una ragazza fragile oppure entrambe le cose contemporaneamente. Il film preferisce mantenere una zona d’ombra nella quale spiritualità e malattia possono persino coesistere, lasciando che sia lo spettatore a decidere quanto credere a ciò che vede. In questo senso, Sacred Creatures utilizza il concetto di fede in maniera sorprendentemente laica: credere non significa necessariamente avere ragione, ma trovare una struttura capace di dare ordine a qualcosa che altrimenti sembrerebbe incomprensibile.
La parte più riuscita dell’opera emerge però quando questa fede individuale comincia a trasformarsi in fenomeno collettivo. La comunità che circonda Miriam finisce progressivamente per costruire attorno a lei una vera e propria mitologia, mentre la zia Carlotta diventa una sorta di intermediaria tra la ragazza e un gruppo di persone sempre più convinte di trovarsi davanti a qualcuno dotato di qualità straordinarie. L’aspetto più ironico e inquietante è che la trasformazione non avviene attraverso un’imposizione, ma attraverso il semplice desiderio degli altri di credere. Una persona che inizialmente appare bisognosa di aiuto diventa così una guida spirituale, poi un simbolo e infine qualcosa di molto vicino a una figura religiosa.
LA FEDE COME STRUMENTO DI CONTROLLO COLLETTIVO
A rendere ancora più particolare questa trasformazione è il modo in cui la regista costruisce l’Italia del film, che non è tanto un luogo realistico quanto uno spazio quasi mitologico nel quale superstizione, religione e quotidianità possono convivere senza apparenti contraddizioni. La campagna italiana, la villa, i personaggi locali e perfino le figure apparentemente più marginali sembrano appartenere a un universo nel quale l’assurdo può improvvisamente diventare plausibile. La regista utilizza una composizione molto controllata e un tono costantemente imprevedibile, alternando momenti di commedia nera a passaggi di autentica inquietudine senza mai abbandonare quella dimensione di realismo magico che costituisce l’identità più precisa dell’opera.
Anche la scelta di far parlare Olivia Luccardi in italiano – che a discapito del nome è del tutto anglofona – con una pronuncia volutamente imperfetta, contribuisce a una sensazione di estraneità che si adatta perfettamente alla protagonista: Miriam sembra appartenere contemporaneamente a quel luogo e a un altro piano dell’esistenza che soltanto lei sostiene di poter percepire. La componente sovrannaturale rimane sempre sufficientemente ambigua da poter essere interpretata tanto come manifestazione reale quanto come costruzione collettiva, e il film sfrutta questa incertezza fino alle sue estreme conseguenze.
La pellicola sembra così rifiutare l’idea stessa che ogni mistero debba necessariamente essere risolto, preferendo lasciare allo spettatore la responsabilità di decidere se ciò che sta osservando sia una forma di trascendenza oppure il risultato di un bisogno disperato di credere. In questo senso, il film si avvicina più alla favola nera che al thriller tradizionale, utilizzando la suspense non tanto per chiedersi cosa accadrà, quanto per capire fin dove possa spingersi una comunità prima che la fede smetta di essere una scelta individuale e diventi una forma di controllo collettivo.
UN’ESPERIENZA PIÙ CHE UN FILM
Il risultato è un esordio originale e difficile da incasellare, sostenuto soprattutto dall’interpretazione di Olivia Luccardi, capace di rendere Miriam contemporaneamente vulnerabile, magnetica e imprevedibile. Il film non è sempre altrettanto efficace nel mantenere il proprio equilibrio tonale, alcune svolte possono apparire volutamente eccentriche e il simbolismo talvolta viene spinto fino al limite dell’ostentazione, mentre la componente familiare resta in parte sacrificata alla costruzione della parabola spirituale. Tuttavia, proprio questa scelta contribuisce alla singolarità di un film che sembra più interessato a creare un’esperienza che a fornire risposte. Il rapporto tra i tre fratelli diventa progressivamente il terreno sul quale si scontrano diverse forme di fede: quella assoluta di chi vuole credere, quella razionale di chi pretende di spiegare e quella più pragmatica di chi vorrebbe semplicemente tornare a una vita normale.
Sacred Creatures non chiede di decidere se Miriam sia davvero una creatura sacra, ma suggerisce qualcosa di forse più inquietante: che la risposta conti meno del fatto che qualcuno abbia bisogno di considerarla tale. La fede può nascere da una rivelazione, da una fragilità o semplicemente dalla necessità di trovare un significato, ma una volta condivisa può assumere una forza completamente autonoma. Frieda Luk costruisce quindi un’opera imperfetta ma sorprendentemente personale, capace di trasformare una storia familiare in una parabola sull’idolatria contemporanea e sulla nostra eterna necessità di trovare qualcuno o qualcosa in cui credere.








