
Con Peccato, Emanuela Fanelli trasforma la propria immagine pubblica in un esilarante gioco di realtà e finzione, affidando al nonsense la costruzione di un mockumentary imprevedibile e sorprendentemente libero.
Nel 2049 Emanuela Fanelli ha 63 anni, vive appartata in un piccolo paese della Valle d’Aosta e, soprattutto, il mondo sembra essersi dimenticato di lei dopo una non ben specificata – per il momento – vicenda giudiziaria. È un punto di partenza talmente assurdo da risultare quasi elegante nella sua follia, perché Peccato non perde tempo a giustificarlo. La serie lo assume come un dato di fatto e costruisce attorno a questa premessa un mockumentary che procede con la compostezza di un’inchiesta giornalistica mentre racconta una realtà completamente fuori asse. Ed è proprio in questa frizione tra forma e contenuto che il pilot della nuova serie targata HBO Max trova la propria identità, affidando al nonsense non soltanto una funzione ornamentale, ma il compito di governare l’intera narrazione.
La premessa, del resto, contiene già una delle idee più interessanti della serie. Emanuela Fanelli immagina il proprio fallimento proprio mentre la sua carriera è tutt’altro che fallita. È un gioco che funziona perché parte da una paura molto concreta del mondo dello spettacolo, quella di essere dimenticati dopo essere stati celebrati, e decide di affrontarla nel modo meno drammatico possibile, prendendosi in giro. Il futuro serve così soltanto a spostare un po’ più in là una domanda che riguarda invece il presente.
IL FANTASTICO TRACOLLO DELLA FANELLI
Il mockumentary è un formato che può facilmente diventare un alibi per accumulare trovate, ma Peccato dimostra di avere un’idea più precisa del proprio meccanismo. Malcolm Pagani arriva per ricostruire la parabola di una Emanuela Fanelli ormai dimenticata e, attraverso interviste, materiali d’archivio e ricostruzioni, il passato della protagonista viene progressivamente riscritto sotto gli occhi dello spettatore. Il gioco non consiste semplicemente nel chiedersi dove finisca la realtà e dove cominci la finzione, ma consiste nel vedere quanto poco importi, a un certo punto, distinguere le due cose.
Il merito di Emanuela Fanelli sta anche nella disponibilità a mettere in discussione il suo stesso personaggio. La serie non costruisce un monumento alla sua protagonista, né sembra particolarmente interessata a proteggerne l’immagine. Al contrario, la espone al ridicolo, la trascina dentro situazioni paradossali e ne utilizza la riconoscibilità come materia prima per demolire le aspettative che il pubblico potrebbe avere nei suoi confronti. È un’operazione che richiede una certa dose di autoironia e che permette alla comicità di non assumere mai la forma dell’autocompiacimento.
UNA PERSONALITÀ CROCCANTE
In questo senso Peccato si muove dentro una tradizione del nonsense contemporaneo che, in Italia, ha trovato, nel periodo più recente, anche in Valerio Lundini una delle sue espressioni più riconoscibili. Non perché le due comicità siano sovrapponibili, ma perché condividono quella voglia di prendere una situazione familiare e spostarla appena fuori asse, lasciando che l’assurdo emerga quasi da solo. E guardando oltreoceano si potrebbe chiamare in causa anche comici come Nathan Fielder o Diane Morgan, soprattutto per il modo in cui l’assurdità viene trattata con una serietà quasi sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo.
La comicità di Peccato, insomma, non ha sempre bisogno della battuta. Può stare nel tempo con cui viene pronunciata, nella reazione di chi la ascolta o, ancora meglio, nella totale assenza di reazione davanti a qualcosa che in qualsiasi altra circostanza richiederebbe quantomeno un’alzata di sopracciglio. La serie però sembra aver capito che, davanti al nonsense, la cosa più divertente da fare è spesso comportarsi come se fosse tutto perfettamente normale.
UNA PERIFERIA CARINA
Anche la presenza dei numerosi volti del cinema e della televisione italiana acquista senso all’interno di questo dispositivo. Sabrina Ferilli, Ferzan Özpetek, Tullio Solenghi, Piera Detassis, Paola Cortellesi – ma il trailer già mostra altre personalità del cinema italiano in arrivo nei prossimi episodi – chiamati a partecipare al gioco non vengono utilizzati soltanto come apparizioni prestigiose, ma come strumenti attraverso i quali la serie può deformare ulteriormente la percezione della realtà. Le loro identità pubbliche sono riconoscibili, ma vengono leggermente spostate, alterate, ricollocate in un contesto nel quale ciò che sappiamo di loro non coincide più necessariamente con ciò che ci viene raccontato. Solo una cosa sembra accomunarli quasi tutti: lo scetticismo in merito a un interesse documentaristico nei confronti della Fanelli.
Premi, festival, carriere, rapporti professionali e rituali dell’industria diventano così materia per una satira che non ha bisogno di spiegare ogni riferimento. Il problema, semmai, è che una parte di questo umorismo rischia di funzionare meglio per chi conosce già molto bene quel mondo. Ma il principio resta comunque interessante e il cinema italiano diventa un enorme serbatoio di identità, relazioni e convenzioni da prendere e deformare.
È qui che Peccato guarda inevitabilmente anche a serie come Boris o Call My Agent – Italia, pur muovendosi su un terreno molto diverso. Il mondo dello spettacolo diventa quindi materiale comico perché viene raccontato dall’interno, attraverso persone ben conosciute dallo spettatore e che accettano di buon grado di giocare con la propria immagine pubblica.
QUANDO IO GUIDO, GUIDO.
Volendo tirare le somme, la serie non sembra avere paura di essere stupidamente divertente, non sente la necessità di trasformare ogni trovata in una riflessione sulla fama, sul successo o sull’identità e, soprattutto, non vuole dimostrare a tutti i costi quanto sia intelligente la propria comicità. La serie costruisce con precisione il proprio mondo per poi comportarsi come se fosse perfettamente normale che quel mondo non abbia alcun senso.
Ed è forse qui che Peccato trova la sua intuizione migliore: il nonsense non è necessariamente assenza di logica, ma una logica applicata alla cosa sbagliata. Quando il nonsense funziona, funziona perché viene lasciato libero di essere nonsense. È una comicità che può sembrare semplicissima proprio perché, quando è fatta bene, non mostra tutti i meccanismi che la tengono in piedi. Il valore aggiunto non sta necessariamente nella battuta, ma nella costruzione della situazione, nel controllo del tono e nella capacità di mantenere la faccia seria mentre tutto intorno precipita nell’assurdo.
E in questo, Emanuela Fanelli, è senza dubbio una fuoriclasse.
THUMBS UP 👍
- Emanuela Fanelli
- Tutti gli “ospiti” del documentario
- Paola Cortellesi Presidente della Repubblica
THUMBS DOWN 👎
- Niente di rilevante







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