
Tra reunion nostalgiche, colpi di scena discutibili e personaggi sacrificati sull'altare del fan service, American Horror Story continua a confondere l'accumulo di sorprese con la coerenza narrativa.
American Horror Story: 13 si avvicina al finale con una certezza sempre più difficile da ignorare: Ryan Murphy e Brad Falchuk sembrano convinti che basti riunire i personaggi più amati del franchise per restituire alla serie la vitalità di un tempo. Gli episodi precedenti avevano già mostrato i limiti di questa strategia, tra resurrezioni prive di conseguenze e ritorni concepiti più per solleticare la memoria degli spettatori che per alimentare una storia autonoma. “Madison’s Happy Ending” insiste sulla stessa strada, aggiungendo una relazione sentimentale improbabile e una nuova alleanza contro Satana, senza riuscire a trasformare queste premesse in qualcosa di davvero coinvolgente. E, ancora una volta, Murphy e Falchuk si apprestano a confezionare l’ennesimo deludente season finale, questa volta quantomeno in maniera del tutto coerente con il resto di questa inutile tredicesima stagione.
IL PRINCIPE DELLE TENEBRE O DEL FAN SERVICE?
La svolta che porta Ben dalla parte delle streghe dovrebbe rappresentare un passaggio fondamentale nella costruzione del conflitto. Dopo aver scoperto che il padre ha manipolato la sua esistenza, trasformando un’infanzia infelice e una serie di tragedie personali in altrettanti strumenti di controllo, il figlio del Diavolo decide di ribellarsi. Il presupposto avrebbe una sua forza: un personaggio cresciuto nella convinzione di essere destinato a un ruolo prestabilito scopre di essere soltanto una pedina e prova a sottrarsi al proprio creatore. Il problema è che la sceneggiatura si accontenta di esporre questa trasformazione, senza dedicarle il tempo necessario per renderla almeno un poco credibile.
Ben passa da potenziale antagonista ad alleato delle streghe con una rapidità che lascia poco spazio ai dubbi, alle contraddizioni e alle conseguenze psicologiche di una simile presa di coscienza. Anche la sua decisione di sfidare il padre sembra dipendere soprattutto dall’acquisizione di nuovi poteri, come se l’emancipazione personale coincidesse automaticamente con un aumento delle capacità soprannaturali. Una semplificazione che riassume bene uno dei tanti difetti persistenti di questa stagione, all’interno della quale i personaggi vengono definiti da ciò che sono in grado di fare, anziché da ciò che desiderano, temono o sono disposti a sacrificare.
La visita all’inferno per liberare Myrtle Snow, condannata a un’eternità in un grande magazzino, offre almeno un momento di autentica irriverenza. Il ritorno di Frances Conroy, accompagnato dall’immancabile “Balenciagaaa!“, recupera quella componente camp e grottesca che ha spesso costituito uno degli elementi più divertenti di Coven. La trovata funziona proprio perché non cerca di nobilitare l’assurdo, ma abbraccia il ridicolo, lo esaspera e lo trasforma in una battuta coerente con il personaggio. Peccato che questa consapevolezza non trovi un corrispettivo nella costruzione complessiva dell’episodio.
STORIE DEMMERDA DE BACI DEMMERDA
A occupare buona parte della narrazione è infatti la storia d’amore tra Madison e Ben, raccontata attraverso una serie di appuntamenti disastrosi, incantesimi sentimentali e tentativi di trovare una stabilità affettiva. L’idea di accostare una strega cinica e autodistruttiva al figlio di Satana potrebbe persino funzionare, soprattutto considerando la possibilità di esplorare il rapporto tra desiderio, potere e autodeterminazione. Invece, la sceneggiatura si accontenta di una successione di situazioni comiche e ammiccamenti, affidandosi quasi interamente al carisma di Emma Roberts e alla stravaganza della coppia.
Il risultato è una parentesi romantica che sembra appartenere a un’altra serie, inserita nel racconto principale senza una reale necessità narrativa. Le disavventure sentimentali di Madison possono strappare qualche sorriso, ma finiscono per diluire la tensione proprio quando il conflitto con il Diavolo dovrebbe entrare nella sua fase decisiva. Il titolo promette un lieto fine, ma il vero problema dell’episodio è che questa felicità sembra esistere in una parentesi narrativa impermeabile a tutto ciò che la circonda.
ALL-IN!

Se “Madison’s Happy Ending” cerca di alleggerire il racconto con una parentesi sentimentale, Sisters in Arms torna a puntare sull’elemento che dovrebbe rendere questa stagione un evento per i fan: la riunione delle figure storiche del franchise. La rivelazione che Fiona Goode e Constance Langdon siano sorelle gemelle, entrambe figlie di Satana e di Sister Jude Martin, rappresenta un tentativo quantomeno ambizioso – per non dire disperato – di collegare Murder House, Asylum e Coven all’interno di un’unica mitologia.
Jessica Lange torna a interpretare due personaggi distinti, dando vita a un confronto che permette di esplorare le differenze tra due donne cresciute lontane, segnate da esperienze opposte e accomunate da un’origine soprannaturale. La sequenza in cui Fiona e Constance si confrontano sul proprio passato costituisce il momento più riuscito dell’episodio, soprattutto grazie alla capacità dell’attrice di distinguere le due figure senza ridurle a semplici variazioni della stessa personalità.
Il problema è che la rivelazione che Fiona e Constance siano sorelle gemelle, figlie di Satana e di Sister Jude Martin, crea una vistosa incongruenza nella cronologia di American Horror Story. Poiché Asylum è ambientata a partire dal 1964 e la gravidanza di Jude sarebbe avvenuta durante la sua prigionia a Briarcliff, le due gemelle non potrebbero essere nate prima della metà degli anni Sessanta. Eppure, in Coven, Fiona uccide la precedente Suprema nel 1971, quando avrebbe appena cinque o sei anni, mentre in Murder House Constance dà alla luce Adelaide nel 1972, a un’età altrettanto improbabile (circa 7 anni). A rendere la contraddizione ancora più evidente è il passaporto mostrato in Coven, che indica il 17 ottobre 1950 come data di nascita di Fiona. Più che una semplice retcon della mitologia, si tratta quindi di un problema concreto di continuità narrativa, che trasforma i personaggi in pedine da riposizionare per far combaciare universi che si vogliono disperatamente riunire a ogni costo.
MENO MALE CHE CI SONO LE SFERE DEL DRAGO
Parallelamente alle rivelazioni familiari, Cordelia e Marie Laveau elaborano il piano che dovrebbe permettere alle streghe di fermare definitivamente il Diavolo. Il progetto prevede una pozione capace di sottrarre a Mr. Nas l’energia vitale accumulata attraverso i suoi omicidi, riducendolo a un neonato che Queenie dovrà poi condannare all’inferno con l’aiuto degli antenati. Un espediente talmente assurdo da risultare, almeno nelle premesse, perfettamente compatibile con il gusto della serie per il soprannaturale più bizzarro.
Anche in questo caso, tuttavia, l’idea conta meno della sua esecuzione. Il piano viene spiegato con una rapidità che lascia poco spazio alla tensione, mentre il ritorno di Queenie dall’inferno appare soprattutto funzionale a ricomporre il gruppo dei personaggi storici. La prospettiva di assistere a una collaborazione tra magia bianca e magia nera avrebbe potuto dare sostanza al conflitto, valorizzando le differenze tra le protagoniste e mettendo alla prova la loro capacità di superare rivalità e diffidenze. La sceneggiatura preferisce invece accelerare verso lo scontro, come se l’avvicinarsi del finale fosse una ragione sufficiente per rinunciare alla costruzione.
L’irruzione del Rubber Man e di Mr. Phibes, che colpiscono rispettivamente Queenie e Cordelia mentre Ben viene neutralizzato dal padre, introduce un nuovo ribaltamento e lascia le streghe in una posizione disperata. È un finale concepito per rilanciare la posta in gioco prima dell’ultimo episodio, ma la sua efficacia è compromessa da una stagione che ha progressivamente svuotato la morte del proprio significato. Quando resurrezioni, ritorni dall’aldilà e manipolazioni temporali diventano strumenti ordinari della narrazione, anche l’apparente eliminazione di due personaggi centrali fatica a produrre un autentico senso di perdita.
THUMBS UP 👍
- Jessica Lange in doppio ruolo
- Il grottesco di Myrtle Snow
- Finale amaro...
THUMBS DOWN 👎
- Retcon e incongruenze narrative
- Fan service fine a sé stesso
- ...ma tanto poi resuscitano tutti
- Troppe rivelazioni, poca sostanza
- Storia d'amore completamente non necessaria







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