Manca un solo episodio alla conclusione di Lord Of The Flies, e l’adattamento televisivo del romanzo di William Golding firmato da Jack Thorne abbandona definitivamente ogni residuo di innocenza per abbracciare una visione tragicamente deterministica dell’infanzia. L’isola, inizialmente spazio ambiguo sospeso tra avventura e smarrimento, si trasforma in un laboratorio morale in cui la paura agisce come catalizzatore di pulsioni represse, dissolvendo progressivamente le strutture di convivenza costruite nei primi episodi. La frattura tra il campo di Ralph e quello di Jack non rappresenta soltanto una divergenza organizzativa, bensì una scissione simbolica tra ragione e istinto, tra governo e dominio, tra parola e violenza rituale. L’episodio si concentra con particolare intensità sulla figura di Simon, la cui sensibilità introspettiva assume qui una dimensione quasi profetica, rendendolo al contempo coscienza morale e vittima predestinata di un meccanismo collettivo ormai incontrollabile.
DISCESA NELL’OSCURITÀ
Una delle innovazioni più discusse dell’adattamento è l’introduzione del diario di Simon, elemento assente nel romanzo originario ma funzionale a una maggiore interiorizzazione del conflitto psicologico. Attraverso le sue annotazioni emerge un passato condiviso con Jack, segnato da un’amicizia intensa che suggerisce tensioni emotive e ambiguità affettive mai esplicitate ma chiaramente percepibili nella dinamica relazionale. Il ricordo dell’albero ribattezzato “Tree of Destiny” durante gli anni di collegio diviene metafora di una creazione condivisa, un microcosmo simbolico che anticipa la tentazione prometeica di rifondare il mondo secondo nuove regole.
Jack, tuttavia, reagisce a tale memoria con rimozione e disprezzo, trasformando la vulnerabilità di Simon in un’arma retorica utile a consolidare la propria leadership fondata sulla virilità performativa e sulla negazione della fragilità. L’episodio suggerisce quindi con sottile ambiguità che l’odio di Jack verso Simon sia alimentato anche dal rifiuto di riconoscere una parte di sé percepita come debole o inconfessabile.
IL SIGNORE DELLE MOSCHE
La caccia alla bestia costituisce l’asse narrativo dell’episodio, ma il suo significato trascende la dimensione letterale per assumere un valore allegorico di straordinaria potenza. I bambini più piccoli dichiarano di aver visto la creatura sulla montagna, e la spedizione organizzata per individuarla si trasforma rapidamente in una prova di forza tra Ralph e Jack, più interessati a misurare il proprio coraggio che a verificare la realtà del pericolo. Il dialogo tra i due leader, carico di accuse reciproche di codardia, rivela come la paura venga manipolata come strumento politico, utile a consolidare consenso attraverso l’identificazione di un nemico comune.
Il corpo del pilota, ancora intrappolato nel paracadute, viene percepito come una minaccia indefinita, lasciando spazio a un equivoco che alimenta l’isteria collettiva. L’adattamento insiste quindi sull’idea che la bestia non sia un’entità esterna, bensì una proiezione delle angosce interiori dei ragazzi, incapaci di riconoscere l’origine umana del terrore che li domina.
La sequenza centrale dell’episodio è costituita dall’incontro di Simon con la testa del maiale infilzata su un palo, circondata da mosche e immersa in un’atmosfera allucinatoria. La voce che egli percepisce, beffarda e insinuante, non è che l’eco della consapevolezza che la bestia risiede nell’animo umano, pronta a emergere quando le regole sociali vengono sospese. La scena assume una dimensione quasi metafisica, in cui il dialogo tra Simon e l’oggetto sacrificale diventa un confronto con la verità ultima dell’esperienza sull’isola. Quando la testa lo accusa di debolezza e lo deride per non aver saputo convincere gli altri, si manifesta il nucleo tragico del personaggio: la lucidità priva di potere. Simon comprende che il mostro non è altro che l’ombra collettiva del gruppo, ma la sua rivelazione giunge troppo tardi per interrompere la spirale di violenza ormai già innescata.
OMICIDIO RITUALE
Il culmine dell’episodio coincide con la sequenza notturna sulla spiaggia, dove il rituale danzante guidato da Jack si trasforma in una celebrazione primitiva della violenza condivisa. L’estetica della scena, caratterizzata da un montaggio frenetico e dalla reiterazione del coro “Kill the beast! Cut its throat! Spill its blood!“, contribuisce a creare un senso di smarrimento che restituisce perfettamente la perdita di controllo dei protagonisti. Quando Simon emerge dalla vegetazione per comunicare la verità sul presunto mostro, viene scambiato per la bestia stessa, divenendo bersaglio di un’aggressione collettiva incontrollata. L’omicidio non appare come gesto individuale, bensì come atto corale, in cui la responsabilità si dissolve nell’ebbrezza della partecipazione e nella fusione identitaria del gruppo.
La morte di Simon segna il punto di non ritorno morale della narrazione, sancendo la definitiva supremazia dell’istinto sulla ragione e della paura sulla comprensione. Il corpo di Simon trascinato dalla marea rappresenta un’immagine di struggente purezza, in contrasto con la brutalità dell’evento appena consumato. Ralph, osservando il cadavere, sembra finalmente comprendere la portata della degenerazione in atto, intuendo che l’ordine civile non può più essere ripristinato con semplici richiami alla razionalità.
Jack, al contrario, appare ulteriormente radicalizzato, come se l’eliminazione di Simon avesse cancellato anche l’ultima traccia di esitazione interiore rimasta nel suo carattere, e così l’episodio suggerisce che, uccidendo Simon, il gruppo abbia simbolicamente distrutto la propria coscienza morale, aprendo la strada a un conflitto irreversibile destinato a culminare nell’autodistruzione.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
|
|
Questo terzo episodio sancisce la definitiva caduta dell’illusione di innocenza, mostrando come la paura, quando non riconosciuta, si possa trasformare in strumento di dominio e distruzione. La morte di Simon non è soltanto un evento narrativo, ma la rivelazione tragica che la vera bestia non abita l’isola, bensì l’animo umano lasciato privo di regole e autocontrollo.

