
Un musical storico e spirituale che divide, affascina e frustra, sostenuto da una Amanda Seyfried impeccabile e da una messa in scena rigorosa.
Sinossi
La straordinaria, vera leggenda di Ann Lee, fondatrice della setta devozionale conosciuta come gli Shakers che predicava l’uguaglianza di genere e sociale ed era venerata dai suoi seguaci. Il film racconta l’estasi e l’agonia della sua ricerca per costruire un’utopia, includendo più di una dozzina di inni tradizionali shaker, reimmaginati in modo trascinante e visionario.
C’erano aspettative altissime attorno a The Testament Of Ann Lee. Non solo per il soggetto, ma per i nomi coinvolti. Dopo l’esperienza totalizzante di The Brutalist, era inevitabile guardare con curiosità al nuovo progetto della coppia Brady Corbet e Mona Fastvold. Stavolta però a parti invertite: se in The Brutalist era Corbet a dirigere e la sceneggiatura era condivisa, qui la scrittura resta a quattro mani ma la regia è interamente di Fastvold. Ed è una scelta che ha senso. È lei ad essersi avvicinata alla figura storica di Ann Lee e al movimento degli Shakers, ed è evidente che lo sguardo femminile sia centrale nell’approccio al materiale.
Tagliando la testa al toro: le aspettative non possono dirsi pienamente rispettate. Ma non è una delusione totale. È qualcosa di più sfumato.
Il film è difficile da incasellare. Biopic, musical, drama storico, racconto spirituale. L’etichetta ufficiale parla di epic historical musical drama film, e in effetti è un potpourri di generi. E questo, paradossalmente, non è il problema. Anzi, per chi non ama particolarmente i musical, la contaminazione aiuta. Le parti cantate e coreografate non sono mai puro intrattenimento, ma strumenti narrativi e spirituali. Sono parte integrante della visione mistica e comunitaria degli Shakers.
Work every day as if it was your last day on earth, or, as if you had a thousand years to live.
MUSICAL, STORIA E SPIRITUALITÀ
Il nodo vero è un altro: la durata perchè 137 minuti non sono pochi, eppure, al termine della visione, restano diverse domande irrisolte.
Non piccoli dettagli, ma questioni sostanziali sulla parabola storica di Mother Ann Lee e sul destino del movimento da lei fondato. È come se il film fosse pieno di materia ma avesse scelto di distribuirla in modo sbilanciato, privilegiando alcune sequenze musicali e lasciando meno spazio alla contestualizzazione storica. Nella generale valutazione del film, per esempio, il primo dei tre capitoli è molto più sbilanciato sul lato musical e risulta per questo molto più difficile da digerire rispetto ad una seconda e terza parte che invece affondano le fauci sul lato storico che è anche quello più interessante.
Un intervento relativamente semplice avrebbe potuto dare maggiore completezza all’opera: quei classici cartelli riassuntivi prima dei titoli di coda, capaci di spiegare cosa accadde dopo, quali furono le conseguenze, come evolse il movimento. Nel caso di una figura poco conosciuta come Ann Lee, sarebbero stati preziosi. Non per semplificare, ma per offrire un minimo di cornice a un pubblico che, nella maggior parte dei casi, arriva in sala senza strumenti storici adeguati.
It’s Mother Anne.
AMANDA SEYFRIED È IL CUORE DEL FILM
Amanda Seyfried, invece, è semplicemente impeccabile. Canta, balla, recita con una dedizione totale. Non è esagerato dire che questa sia una delle sue prove più solide. Ha dichiarato di essersi preparata per circa un anno per questo ruolo, e si vede. La sua Ann Lee è fragile e autoritaria, mistica e terrena, carismatica senza mai scivolare nella caricatura.
Ancora più impressionante è il dato produttivo: 34 giorni di riprese per un film di oltre due ore, con un budget di circa 10 milioni di dollari. Considerando l’ambizione visiva e la cura formale, è quasi un miracolo. Mona Fastvold costruisce un’opera elegante, potente, con immagini che restano impresse. La messa in scena è rigorosa, spesso austera, ma mai piatta.








