
In questo quarto episodio, Emanuela Fanelli affronta nuovi scandali e fallimenti, mentre la serie continua a prendere di mira il mondo dello spettacolo con la consueta comicità surreale e irriverente.
E ricorda che in inglese recitare si dice “to play”, sai perché? Perché è un gioco.
In Peccato, persino una nozione elementare di lingua inglese può trasformarsi nella premessa di una catastrofe professionale. Lo scopre, a proprie spese, Emanuela Fanelli, che nel quarto episodio della serie torna finalmente al centro della narrazione dopo essere stata a lungo raccontata attraverso i ricordi, le testimonianze e le ricostruzioni di chi ha assistito alla sua progressiva scomparsa dalle scene. “To Play” riprende le disavventure della protagonista e ne accentua i tratti più grotteschi, seguendo una successione di iniziative fallimentari, scandali mediatici e tentativi di riabilitazione che finiscono puntualmente per aggravare la situazione. Dalla fondazione di una scuola di recitazione destinata a rivoluzionare il mestiere dell’attore alla controversia scatenata da una dichiarazione televisiva, la puntata costruisce un ritratto impietoso della presunzione artistica e dell’indignazione collettiva, senza risparmiare né il mondo dello spettacolo né le sue contraddizioni. Ricordandosi, ovviamente, di continuare a macchiare d’infamia la reputazione di Tullio Solenghi. Che tanto ormai è schioppato di vecchiaia.
IL METODO FANELLI
La prima trovata dell’episodio riguarda proprio il dispositivo narrativo attraverso cui Malcolm Pagani cerca di documentare la vita della protagonista. Costretto a utilizzare ottiche poco adatte alle riprese, il giornalista finisce per inquadrare la Fanelli da una distanza eccessivamente ravvicinata, trasformando un inconveniente tecnico in un piccolo esercizio di comicità metacinematografica. È un’apertura coerente con il tono della serie, che continua a mettere in discussione la pretesa neutralità del documentario e la presunta autorevolezza di chi dovrebbe ricostruire i fatti. Anche quando l’intenzione è quella di raccontare una vicenda con rigore professionale, la realtà sembra accanirsi contro qualsiasi tentativo di darle una forma ordinata.
Il cuore della puntata è tuttavia rappresentato dalla “Fucina dei cocci dei talenti“, scuola di recitazione che la Fanelli fonda dopo aver individuato, durante un’apparizione a “La Volta Buona” di Caterina Balivo, quello che considera un principio fondamentale dell’arte interpretativa. In inglese, spiega con l’entusiasmo di chi ritiene di aver appena compiuto una scoperta epocale, to play significa sia recitare sia giocare. Da questa semplice osservazione nasce un metodo che la protagonista si affretta a divulgare ai propri allievi, ripetendo la medesima spiegazione con la solennità riservata alle grandi intuizioni pedagogiche.
La scuola si trasforma, di conseguenza, nell’ennesima estensione del suo ego. Il nome stesso dell’istituzione anticipa il destino dell’impresa, mentre l’ostinazione con cui la Fanelli trasmette il proprio insegnamento suggerisce che il problema non sia tanto l’assenza di talento dei suoi allievi, quanto la pretesa di possedere una formula universale capace di risolvere ogni difficoltà.
NON È UN PAESE PER GRASSI
Se la scuola rappresenta il tentativo della Fanelli di affermare la propria superiorità artistica, lo scandalo televisivo costituisce invece il momento in cui la sua immagine pubblica comincia a sfuggirle definitivamente di mano. Durante la trasmissione della Balivo, l’attrice riceve un complimento per il proprio aspetto glamour e risponde attribuendo la buona riuscita degli abiti alla propria magrezza. La dichiarazione viene rapidamente interpretata come un’offesa nei confronti delle persone grasse, dando origine a una controversia che si alimenta attraverso reazioni indignate, condanne preventive e interventi istituzionali.
Il coinvolgimento del Codacons, chiamato in causa dalle conseguenze della vicenda, contribuisce a portare il meccanismo verso il paradosso. Una frase pronunciata nel corso di una conversazione televisiva diventa un caso nazionale, mentre la necessità di individuare responsabilità e colpevoli sembra prevalere su qualsiasi tentativo di contestualizzare le parole. Peccato non si limita così a ridicolizzare l’indignazione pubblica, ma ne mette in scena la capacità di trasformare un episodio circoscritto in una vicenda sempre più sproporzionata, nella quale ogni reazione finisce per alimentare quella successiva.
Per rimediare al danno, Fanelli decide di ricorrere a un’altra iniziativa destinata a compromettere ulteriormente la sua reputazione. “Pasticciona in amore – La serie”, adattamento televisivo del film che aveva contribuito al suo successo, viene concepita come un’operazione di rilancio d’immagine attraverso la quale dimostrare la propria sensibilità e attenzione alle diverse identità. Il risultato è un’accozzaglia di personaggi, relazioni familiari improbabili e rappresentazioni costruite secondo una logica puramente quantitativa, nella quale l’inclusività diventa una lista di caselle da spuntare anziché un principio da tradurre in una narrazione credibile.
La produzione viene infine chiusa per “eccesso di inclusività”, coronando l’ennesimo fallimento della protagonista. La trovata è efficace perché individua il bersaglio della satira non nella rappresentazione delle minoranze, ma nella sua riduzione a mero espediente promozionale. L’operazione si rivela così una parodia tanto dell’opportunismo commerciale quanto di quella comunicazione aziendale che confonde la visibilità con la comprensione e l’accumulo di simboli con la capacità di raccontare storie.
CERCHIAMO DI NON FAR VEDERE LA MARCA, SAREBBE GRAVISSIMO
Mentre la carriera di Fanelli continua a sprofondare, il mondo che la circonda rimane fedele alle proprie abitudini. Ferzan Özpetek prosegue la sua ormai consolidata ossessione per i pannelli solari e il fotovoltaico, portando avanti una gag che attraversa gli episodi e che funziona proprio grazie alla sua ostinata ripetitività. Prosegue anche il gioco intorno alla morte di Tullio Solenghi, una delle trovate più surreali e riuscite della serie, che in questa puntata si arricchisce della scoperta di un’amante e di un figlio illegittimo.
La comicità di queste sequenze si fonda anche sulla familiarità con i personaggi che popolano la serie. Chi conosce il mondo dello spettacolo italiano può cogliere con maggiore immediatezza le deformazioni delle personalità coinvolte e il piacere con cui ciascuna viene ricondotta a un tratto distintivo, esasperato fino a diventare un’ossessione. È in questo contesto che si inserisce il siparietto ambientato a Tintoria, con Daniele Tinti, Stefano Rapone e Giovanni Floris. La battuta sulla speranza di non incontrare la Fanelli mentre si è a dieta restituisce con immediatezza la velocità con cui lo scandalo ha trasformato la protagonista in una presenza ingombrante, evocata persino quando non è direttamente coinvolta nella conversazione.
Ancora più geniale è la parentesi dedicata alla promozione della Lavazza, nella quale l’operatore di Malcolm riesce a infilare una marchetta mentre la Fanelli sta parlando di Dostoevskij. La scena richiama in qualche modo le dinamiche della pubblicità occulta e il mondo di Boris, con il ritratto di un’industria audiovisiva nella quale le esigenze commerciali possono infiltrarsi in qualsiasi momento, anche quando si dovrebbe raccontare tutt’altro.
LA ROBERTA SAVIANA DELLA COMICITÀ
Con “To Play”, Peccato conferma la propria inclinazione a utilizzare il mondo dello spettacolo come un laboratorio di deformazioni, nel quale le ambizioni personali, le convenzioni professionali e le dinamiche della comunicazione pubblica vengono spinte verso esiti sempre più grotteschi. Il risultato è una puntata che trova nella reiterazione e nell’escalation i propri strumenti principali. Alcune gag funzionano soprattutto per riconoscimento, mentre altre sviluppano con maggiore precisione il cortocircuito fra la realtà dello spettacolo e la sua rappresentazione. Nel complesso, il tono rimane coerente e la serie conserva quella libertà espressiva che le permette di spingersi oltre senza sentire il bisogno di spiegare ogni cosa.
La trovata del “to play” riassume efficacemente la filosofia dell’episodio. Per la Fanelli recitare è un gioco, ma il vero spettacolo è assistere alla serietà con cui continua a convincersi di averne compreso le regole. La protagonista gioca a fare la geniale, l’industria gioca a essere autorevole e il dibattito pubblico gioca a stabilire chi meriti di essere condannato, e l’unica differenza è che nessuno sembra accorgersi di partecipare alla medesima farsa.
THUMBS UP 👍
- L'irresistibile nonsense di Emanuela Fanelli
- Özpetek e la sua ossessione per il fotovoltaico
- Il compianto Tullio Solenghi
- La fucina dei cocci dei talenti
- Pasticciona in amore - La serie
- La pubblicità occulta alla Lavazza
THUMBS DOWN 👎
- Niente di rilevante da segnalare







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