
Michael Showalter porta al cinema il thriller di Colleen Hoover tra ambiguità, erotismo e colpi di scena.
Sinossi
Lowen Ashleigh, una scrittrice semi-sconosciuta di New York, viene incaricata di fare da ghostwriter per Verity Crawford, famosa autrice di bestseller internazionali. Dopo un incidente, infatti, Verity è rimasta quasi completamente paraplegica. Trasferitasi nella sua casa nel Vermont per consultare meglio i suoi appunti, Lowen inizia una relazione con il marito di Verity, Jeremy. Ben presto, però, si rende conto che qualcosa in quella casa non va e che forse Verity è molto più cosciente di quanto sembri.
Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice statunitense Colleen Hoover (autrice di It Ends With Us, da cui è stato tratto un altro discusso adattamento cinematografico), Verity segna il ritorno della collaborazione tra il regista Michael Showalter e Anne Hathaway, a due anni esatti da The Idea of You.
Questa volta però il genere cinematografico scelto cambia: non una commedia romantica, ma un thriller psicologico dove il dubbio regna sovrano. Ambientato nel mondo dell’editoria e della scrittura, il film mescola continuamente realtà e finzione, fino a un plot twist finale che però non convince del tutto e lascia la storia sospesa, troppo per raggiungere la piena sufficienza, nonostante l’ottima prova degli interpreti.
DAKOTA JOHNSON E ANNE HATHAWAY TRA EROTISMO E AMBIGUITÀ
Come per esempio Dakota Johnson, che qui torna a vestire i panni di un personaggio ingenuo e sprovveduto catapultato in un ambiente dove perversione e fantasie erotiche dominano. Questa volta, però, non è al servizio di un ricco magnate sadomasochista, ma di Verity Crawford, autrice di una celebre saga di romanzi thriller-erotici, interpretata da una magnetica e inquietante Anne Hathaway.
La protagonista, Lowen Ashleigh, è la sua nuova ghostwriter, incaricata dalla casa editrice di studiare gli appunti della scrittrice e completarne la saga, poiché Verity, dopo un incidente d’auto, è rimasta completamente paraplegica. Lowen si immerge così negli appunti di Verity sul prossimo romanzo, ma anche in dettagli della sua vita privata, scoprendone inquietanti retroscena. Ma soprattutto instaurando un particolare legame con suo marito Jeremy, interpretato da Josh Hartnett.
Col passare del tempo, dunque, Lowen si immedesima sempre più nel ruolo di “sostituta” di Verity, non solo per quanto riguarda i romanzi, ma anche negli affetti. Se non fosse che, a un certo punto, alcuni eventi la portano a sospettare che Verity non sia poi così “passiva” come sembra e che stia fingendo di essere catatonica. E che abbia tutta l’intenzione di riprendersi ciò che le appartiene.
VERITÀ O FINZIONE? IL CUORE DEL THRILLER
Fin dall’inizio è chiaro come il film si fondi interamente sul dubbio tra ciò che è reale e ciò che è inventato, in un’indagine costante sulla verità (come suggerisce il nomen omen della protagonista) nascosta dietro le apparenze. In particolare, si mette continuamente in discussione la veridicità degli scritti di Verity: è solo un’abile tessitrice di parole o le atrocità narrate nei suoi romanzi riflettono fatti reali della sua vita privata?
Allo stesso tempo però, anche la co-protagonista Lowen mostra un comportamento piuttosto ambiguo: inizialmente presentata come la classica eroina innocente e pura, presto il film lascia intendere che le sue azioni siano mosse più dall’invidia verso lo stile di vita di Verity che da nobili intenzioni, con l’obiettivo di prenderne il posto non appena se ne presenti l’occasione.
Da questo punto di vista il film può contare su un cast scelto con grande cura: Dakota Johnson riprende di fatto il ruolo di 50 Sfumature di Grigio, mentre Josh Hartnett appare sempre più a suo agio nei panni del marito “volubile” (leggasi: fedifrago). Anne Hathaway chiude il cerchio con un’interpretazione insolita rispetto ai ruoli a cui ha abituato il pubblico, ma comunque efficace e credibile, offrendo una visione della maternità cinica ed egoista, rara sul grande schermo. Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’intera pellicola.
IL FINALE DI VERITY NON CONVINCE
Per il resto però rimangono molti difetti per quello che poteva diventare un buon thriller psicologico. Gli eventi procedono molto spesso in maniera del tutto casuale. E, per di più, alcuni plot twist su cui si regge tutta la trama sono fin troppo telefonati per produrre l’effetto-sorpresa che vorrebbero ottenere. Fino ad arrivare a un finale tronco “family friendly“ che decide volutamente di non spiegare nulla su quanto visto finora. E questo dopo ben due ore di film.
In definitiva, la pellicola non può raggiungere la sufficienza piena, dal momento che appare come un enorme giro a vuoto. Certamente rimangono delle ottime suggestioni, oltre alla narrativa accattivante e il cast di alto livello. Ma la sensazione finale rimane comunque quella di un vuoto condito da risposte mancate lasciate solo alla libera interpretazione dello spettatore. Che però non sono abbastanza per suscitare la sua curiosità, specie se si basano quasi esclusivamente su buchi di trama e casualità varie.
Verity aveva tutti gli elementi per costruire un thriller psicologico davvero interessante, ma finisce per perdersi proprio nei suoi eccessi. Un film ben interpretato e visivamente curato, ma troppo debole nella costruzione narrativa per andare oltre lo SLAP.








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