Homecoming 1×01 – MandatoryTEMPO DI LETTURA 4 min

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A volte i canoni televisivi sono fatti per essere infranti e fatti a pezzi durante un processo creativo che possa, effettivamente, condurre ad una rivoluzione del media.
E’ stato così, a suo modo, con l’arrivo di Netflix e la possibilità di fruire di un prodotto in modalità continuativa e senza sosta alcuna, senza dover attendere quindi la consueta attesa settimanale.
Ci sono state poi altre evoluzioni di diverso carattere, alcune puramente stilistiche.
Sam Esmail e Mr. Robot sono stati un prodotto a tratti innovativo, spinto dal genio di un regista/sceneggiatore/produttore sempre più capace di giocare con il proprio pubblico e di donargli qualcosa di cui parlare con altri suoi simili durante l’attesa di una nuova puntata.
Cosa accade, quindi, quando l’estro di Esmail incontra una piattaforma che si presta al binge watching come Amazon Video? Il risultato è Homecoming, un thriller psicologico (così viene inquadrato da Wikipedia) la cui prima puntata (e così pare anche le successive) dura a mala pena trenta minuti.
Un thriller costruito in dieci capitoli coscientemente confezionati in trenta minuti.
Le attese erano chiaramente alte, sia per quanto riguarda la mano (questa volta presente solo in fase di sceneggiatura/produzione) di Esmail, sia per il cast che non si può non definire stellare: Julia Roberts, Bobby Cannavale (Mr. Robot, Boardwalk Empire), Shea Whigham (Boardwalk Empire, Waco, Fargo), Jeremy Allen White (Shameless) e Sissy Spacek (recentemente apparsa in Castle Rock).
Ciò che stupisce è la capacità di questa prima puntata di riuscire a calamitare l’attenzione dello spettatore in maniera continuativa nonostante, in fin dei conti, ricopra il proprio banale ruolo di pilot e niente di più. Perché sì, “Mandatory” porta in essere la consueta regia curatissima di Esmail ed il marchio lo si può tranquillamente intravedere in ogni singola ripresa, ma la storia non sembra volersi presentare.
O meglio, volendo essere precisi si può chiaramente fiutare il marcio della situazione che ha visto l’allontanamento di Heidi (Julia Roberts) dalla struttura Homecoming presso la quale ricopriva il ruolo di consulente per i militari che si stavano apprestando a rientrare nella comunità come normali civili. Lo spettatore la fiuta esattamente come la percepisce Thomas Carrasco (Shea Whigham), ma il mistero che si cela resta tutto da svelare.
La trama, infatti, si confà di due precisi filoni narrativi, distanti l’uno dall’altro circa quattro anni, che dovranno (per logica) riuscire a trovare un punto in comune prima o poi. Ed entrambe utilizzano la figura del personaggio interpretato da Julia Roberts come fulcro attorno al quale girare: da una parte abbiamo Heidi in versione consulente, quindi nel passato, che si ritrova a dover “accudire” i propri paziente ed ascoltarli; dall’altra invece Heidi ricopre il ruolo di cameriera in un ristorante/osteria in un luogo che si presuppone sperduto. Quello che idealmente si immagina, quindi, pensiero che nasce come preconcetto per via delle svariate volte che situazioni simili si sono palesate in prodotti cinematografici/seriali, è che Heidi sia fuggita dall’azienda presso la quale faceva consulenza perché resasi conto di un comportamento sbagliato da parte di qualcuno. Come si può notare tutte queste sono congetture ed i punti interrogativi sono chiaramente molti, ma la struttura di Homecoming (trenta minuti ad episodio, nonché serie Amazon) si presta alla perfezione al genere di storia che Eli Horowitz e Micah Bloomberg sembrano intenzionati a raccontare. Ed è corretto usare i termini “storia” e “raccontare” in quanto Homecoming è un’idea nata con la struttura di podcast nel 2016 e solo successivamente approdata sul media seriale; visto da questo punto di vista quindi, acquisisce maggiore senso anche la conformazione delle puntate.
Tralasciando la percezione di qualcosa di effettivamente marcio, pressoché racchiusa nel dialogo conclusivo tra Thomas ed Heidi, il resto della puntata funziona egregiamente e non solo da un punto di vista scenico (anche se chiaramente l’occhio vuole la sua parte, sempre): il nutrito gruppo di soldati in “riabilitazione” che devono essere reintrodotti in società può dar modo agli sceneggiatori di spaziare tra i singoli ed avere quindi maggiori argomenti da esporre durante la puntata. Chiaramente le problematiche sociali saranno pressoché identiche (si tratta pur sempre di soldati), ma trattandosi di individui distinti e dotati di una personale storia, i risvolti saranno quasi sicuramente diversi l’uno dall’altro.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Sam Esmail
  • Cast
  • Personaggi
  • Costruzione della puntata
  • Percezione di qualcosa di marcio
  • Passato e presente che si palesano agli occhi dello spettatore con differente formato: 16:9 per quanto riguarda il passato, 1:1 per quanto riguarda il presente
  • La storia si preannuncia intrigante perché ancora tutto deve accadere

 

Homecoming si presenta come un piccolo gioiello: una storia che si preannuncia intrigante, episodi corti e quindi concentrati, cast di tutto rispetto ed una regia curatissima. Cos’altro si potrebbe chiedere?

 

Mandatory 1×01 ND milioni – ND rating

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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