Marshals parte malissimo e lo fa con un pilot che sembra uscito da un’altra epoca televisiva, una di quelle in cui bastava montare tutto velocemente, aggiungere un paio di sparatorie, infilare tanti personaggi senza caratterizzarli davvero e sperare che il pubblico si lasciasse trascinare dall’abitudine più che dalla qualità.
“Piya Wiconi” dura i classici 42 minuti da show generalista, ma riesce nell’impresa di sembrare sia troppo breve sia troppo pieno di roba raccontata male. Il risultato è un episodio caotico, superficiale e narrativamente debole che conferma, fin da subito, il timore peggiore: Marshals non solo non era necessaria, marischia di diventare è il simbolo di tutto ciò che la tv generalista continua a sbagliare.
IL CAOS CHE INCONTRA LA SUPERFICIALITÀ
Il problema più evidente di “Piya Wiconi” è il taglio da tv generalista, visibilissimo in ogni singola scena. Il montaggio è isterico, pieno di cambi d’inquadratura continui che invece di dare ritmo finiscono per generare confusione e persino fastidio visivo. La regia sembra convinta che la velocità equivalga automaticamente a tensione, ma qui si ottiene l’effetto opposto. Tutto corre troppo, tutto è esposto in fretta, tutto viene risolto prima ancora di sedimentarsi.
La storyline proposta avrebbe probabilmente avuto bisogno di due episodi per essere digerita con il giusto peso, per permettere ai personaggi di respirare e allo spettatore di orientarsi. Invece il pilot decide di sparare addosso almeno una decina di character, molti dei quali entrano in scena, dicono qualcosa, escono e non lasciano assolutamente nulla, né sul piano della memoria né su quello dell’empatia. È una scrittura che non costruisce ma accumula sperando che qualcosa venga fuori.
E quando una premiere accumula invece di selezionare, il rischio è sempre lo stesso: lo spettatore non si affeziona, non si orienta e soprattutto non si interessa davvero a ciò che sta guardando.
DA TOGLIERSI GLI OCCHI
Marshals è l’esempio perfetto del perché questo tipo di televisione sia destinato a morire, soprattutto se messo a confronto con la serie madre Yellowstone, che aveva ben altri problemi ma almeno possedeva un’identità, un peso specifico e una scrittura capace di far percepire la gravità delle decisioni. Qui invece sembra di assistere a una versione annacquata, accelerata e servita in vena con la speranza che il pubblico non abbia il tempo di accorgersi delle mancanze. Basta guardare il modo in cui il caso viene portato avanti da Kacey, che in una delle scene più ridicole dell’episodio impiega mezzo secondo a trovare un’app nel cellulare e da lì scovare una chat decisiva, come se le indagini fossero una caccia al tesoro scritta da qualcuno che non aveva né tempo né voglia di costruire un vero percorso investigativo.
E poi c’è l’action, che dovrebbe essere il motore spettacolare del pilot e invece si rivela una sfilza di scene prive di logica interna. Assalti notturni senza visori notturni, villain che sembrano impegnati più a favorire la riuscita della trama che a difendere davvero i propri interessi, tensione che dovrebbe salire e che invece crolla proprio perché tutto appare finto, sbrigativo e mal pensato.
Non c’è peso, non c’è credibilità, non c’è nemmeno quel gusto da pulp western contemporaneo che ogni tanto Yellowstone riusciva ancora a evocare.
UNA SERIE CHE NON DOVEVA ESISTERE
A rendere ancora più frustrante il pilot c’è il ritorno di vari character della serie originale, come Rainwater, Mo e Tate, il figlio di Kacey. Sono presenze che servono chiaramente a creare un ponte con il pubblico di Yellowstone e a dare una patina di continuità a un progetto che, altrimenti, farebbe ancora più fatica a giustificarsi. Eppure nemmeno questo espediente basta. Monica Dutton non torna e la motivazione produttiva è già nota, visto che Kelsey Asbille non ha potuto partecipare alle riprese a causa di un’agenda piena. Visto il risultato finale, è difficile non pensare che sia stata una fortuna per lei. Meglio morire off-screen che rientrare in un universo spin-off così svuotato e raffazzonato.
L’unico vero lato positivo del pilot sta proprio nelle scene in cui Kacey, Mo e Rainwater condividono lo spazio. Lì, per pochi minuti, si percepisce ancora un po’ di quel DNA che aveva reso Yellowstone un fenomeno, sia a livello attoriale sia a livello emotivo. Gli sguardi, la gravità delle parole, il sottotesto politico e culturale, tutto torna per un attimo a sembrare vivo. Ma è davvero troppo poco. Non basta qualche frammento di autenticità per salvare un episodio che per il resto sembra pensato, scritto e confezionato senza alcuna ambizione reale se non quella di sfruttare un marchio già noto.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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“Piya Wiconi” è un pilot debole, rumoroso e confuso, un concentrato di tutto ciò che oggi appare vecchio, pigro e qualitativamente insufficiente nella serialità generalista. Se questo è l’inizio di Marshals, la seconda stagione appena ordinata non è una promessa rassicurante ma una minaccia.

