Gen V 2×07 – Hell WeekTEMPO DI LETTURA 6 min

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Recensione 2x07 Gen V Hell WeekIn questo penultimo appuntamento stagionale con Gen V, la serie compie la sua metamorfosi più radicale, scardinando le certezze narrative costruite finora e rivelando il cuore oscuro che alimenta l’intero universo di The Boys.
Hell Week” non rappresenta soltanto una tappa di transizione verso il finale, ma un vero e proprio punto di non ritorno: la serie smette definitivamente di raccontare l’addestramento di giovani superumani per trasformarsi in una riflessione cupa sulla manipolazione del potere e sulla perdita dell’identità individuale in un mondo dominato dal mito della superiorità biologica. L’episodio erige un ponte diretto verso la serie madre, anticipando una possibile fusione tematica e morale tra il campus di Godolkin e l’apocalittica arena del potere incarnata da Homelander.

PRESAGI DI SVENTURA


Sin dalle prime sequenze, la regia costruisce, attraverso il sogno di Annabeth in cui Marie giace a terra coperta di sangue, un preludio simbolico a una puntata che sarà interamente dominata da un costante senso di predestinazione, ma soprattutto dal fallimento più totale della volontà umana. L’immagine della giovane protagonista immersa in un bagno di sangue sintetizza la traiettoria morale del personaggio, una donna che, pur animata da ideali di redenzione, è destinata a reiterare la violenza che ha generato il suo stesso potere, e il linguaggio visivo, alternando brutalità fisica a momenti di silenzio carichi di tensione, restituisce una dimensione quasi sacrale alla lotta interiore che attraversa ogni personaggio.
La trama si articola attorno a una duplice ricerca: da un lato, Marie e Cate inseguono Cipher per scoprire la verità sull’uomo rinchiuso nella sua “prigione”; dall’altro, il gruppo di giovani supes tenta invece di ricomporre un equilibrio che ormai appare del tutto irrecuperabile. Il viaggio verso la casa del decano non è soltanto un ritorno al teatro degli orrori di Godolkin, ma il simbolico ingresso in un labirinto morale dove il confine tra vittima e carnefice si dissolve completamente. Cate implora di essere guarita, desiderosa di riconquistare fiducia e utilità, ma Marie rifiuta, incapace di perdonare chi ha manipolato la mente dei suoi amici. Il loro confronto, costruito su un crescendo emotivo di accuse e rimorsi, si trasforma così in una riflessione sul potere e sulla colpa: il dono della guarigione, negato per paura di una nuova ferita, diviene metafora della fragilità morale che attraversa ogni essere dotato di forza superiore.

VEDIAMO CHI SI NASCONDE DIETRO LA MASCHERA!


Il ritorno di Polarity, risanato dalle mani di Marie, non rappresenta soltanto un gesto di compassione, ma l’illusione che la forza possa redimersi attraverso la purezza morale. Tuttavia, tale atto di guarigione, anziché riequilibrare il caos, lo amplifica, risvegliando la furia di Cipher ormai intrappolato in un delirio di onnipotenza. La sequenza del combattimento nella sala di addestramento si erge quindi come uno dei vertici visivi e concettuali dell’episodio: una danza ossessiva di poteri incrociati e corpi violati, dove l’energia si traduce in dominio e la libertà in possessione. L’immagine di Cipher che si trasferisce da un corpo all’altro, annullando la volontà dei suoi avversari, diventa la più efficace rappresentazione dell’identità negata e dell’io disgregato che costituiscono il nucleo tragico dell’intera serie.
Il colpo di scena finale – la rivelazione che Cipher non esiste e che dietro la sua maschera si nasconde Thomas Godolkin – sancisce il trionfo della menzogna come motore narrativo e filosofico dell’episodio e della stagione. L’intera costruzione drammatica si rovescia su se stessa: ciò che sembrava una lotta tra bene e male si rivela essere una manipolazione orchestrata dal fondatore stesso dell’università, il demiurgo che da sempre plasma, osserva e giudica le sue creature. L’interpretazione di Ethan Slater conferisce al personaggio una nuova dimensione di freddezza e fanatismo, sostituendo l’ambiguità elegante di Hamish Linklater con un’autorità glaciale e disumana. Thomas Godolkin appare come l’archetipo del creatore che rifiuta le proprie creature, un Prometeo invertito che sottrae il fuoco invece di donarlo.

SUPES-PREMACY


Da un punto di vista tematico, “Hell Week” segna il compimento della parabola di Marie. L’eroina, ormai consapevole della propria potenza, attraversa una fase di cecità morale: la fiducia esclusiva nelle proprie capacità la isola dai compagni e la avvicina progressivamente alla figura di Homelander, di cui sembra riprodurre, in maniera ancora embrionale, i tratti psicologici più inquietanti – arroganza, autosufficienza, disprezzo per la vulnerabilità altrui. Il rifiuto dell’aiuto di Jordan e degli altri, sui quali Marie finisce per esercitare i propri poteri nell’illusione di proteggerli – ripetendo, in una spirale quasi speculare, l’errore già commesso da Cate – non costituisce una semplice decisione tattica, ma l’espressione di un orgoglio tragico. In essa si riflette la volontà illusoria di redimere il mondo attraverso una violenza “pura”, investita di un intento salvifico che nega la propria natura distruttiva. In questa prospettiva, il potere di guarire diviene anche potere di distruggere, e la sua evoluzione riflette la tesi più cupa dell’universo di The Boys: che la corruzione è insita nel dono, e che la grandezza porta con sé il seme della tirannia.
Sul piano concettuale, la rivelazione di Thomas Godolkin introduce una riflessione più ampia sul controllo e sull’ideologia della purezza. La sua visione del mondo – un’umanità divisa tra dèi e scarti – rappresenta la degenerazione estrema del darwinismo sociale che sottende tutto l’universo narrativo di The Boys. Egli non mira più alla difesa dei supereroi, ma alla loro divinizzazione, alla costruzione di un ordine nuovo fondato sulla supremazia genetica. In questo senso, il parallelismo con Homelander è inevitabile: entrambi incarnano il sogno di una società purificata, ma mentre l’uno agisce per istinto e narcisismo, l’altro lo fa per calcolo e ideologia. Il loro eventuale incontro, prefigurato dalle ultime battute dell’episodio, potrebbe rappresentare la collisione definitiva tra follia e metodo, tra l’anarchia del potere e la sua pianificazione sistemica.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Regia dinamica e coerente
  • Buon ritmo e intensità drammatica
  • Colpo di scena ben costruito
  • Godolkin come Homelander
  • Alcune ambiguità narrative lasciate irrisolte
  • Eccessiva densità tematica in alcuni dialoghi

 

Attraverso la distruzione della figura illusoria di Cipher e la rinascita di Thomas Godolkin, Gen V compie il passo che la avvicina definitivamente a The Boys. In Godolkin si riflette l’ombra di Homelander, due incarnazioni complementari dello stesso delirio di onnipotenza, l’una intellettuale e calcolatrice, l’altra istintiva e narcisista. Il primo costruisce dèi in laboratorio, il secondo li governa con la paura; entrambi rappresentano la degenerazione dell’idea stessa di potere, la trasformazione dell’eroismo in tirannide morale. L’episodio segna così il punto d’incontro tra le due serie, laddove la formazione dei giovani supes si intreccia con il disfacimento etico dei loro idoli, prefigurando un universo condiviso in cui ogni forma di forza diventa inevitabilmente corruzione.

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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