| Nel 2008, la giovane Riley Brennan scompare misteriosamente insieme ai suoi compagni di un canale YouTube specializzato in indagini sul paranormale (i Paranormal Paranoids), durante un sopralluogo nella cittadina abbandonata di Shelby Oaks, in Ohio. I corpi degli altri membri del gruppo vengono ritrovati brutalmente mutilati, mentre di Riley non si hanno più tracce, alimentando ipotesi contrastanti e un’ossessione mediatica mai sopita. Dodici anni dopo, la sorella maggiore Mia continua a rifiutare l’idea della morte, convinta che dietro la scomparsa si nasconda qualcosa di più oscuro e inconfessabile. Il ritrovamento improvviso di un nastro mai consegnato alla polizia riapre ferite irrisolte e spinge Mia a un’indagine solitaria, che la condurrà tra carceri dismesse, parchi divertimenti in rovina e presenze che sembrano appartenere a un male antico e inestirpabile. |
Il debutto alla regia di Chris Stuckmann, finanziato attraverso una campagna Kickstarter record e benedetto dall’egida produttiva di Mike Flanagan, si presenta come un ibrido narrativo che mescola mockumentary, found footage e horror più tradizionale. Tuttavia, ciò che sulla carta dovrebbe risultare stratificato e stimolante si traduce in un’esperienza frammentata, incapace di sostenere una tensione coerente o un’identità riconoscibile.
L’incipit in forma di falso documentario risulta inizialmente efficace, non tanto per originalità quanto per familiarità, replicando con diligenza i codici visivi e narrativi delle docuserie true crime contemporanee. Interviste, filmati d’archivio, ricostruzioni parziali e immagini disturbate costruiscono un’atmosfera che suggerisce un mistero autentico, lasciando spazio all’ambiguità percettiva e al dubbio interpretativo.
Who took Riley Brennan?
È proprio questa ambiguità, però, a essere progressivamente abbandonata, quando il film decide di rinunciare alla sua maschera documentaristica per abbracciare una messa in scena più convenzionale. Il passaggio non è soltanto stilistico, ma concettuale, e segna il momento in cui Shelby Oaks inizia a smarrire il proprio potenziale inquietante.
LA SAGRA DEI CLICHÉ HORROR
La regia di Stuckmann appare costantemente indecisa tra il desiderio di citare e quello di innovare, finendo per rifugiarsi quasi sempre nel primo. Le influenze sono evidenti e mai realmente metabolizzate: The Blair Witch Project, Lake Mungo, Session 9, Sinister, Hereditary e The Ring affiorano non come suggestioni sotterranee, ma come riferimenti espliciti, reiterati e spesso sovrapposti senza un disegno unitario.
Questa accumulazione di topoi si riflette in una messa in scena che insiste ossessivamente sugli stessi espedienti visivi. Figure sullo sfondo, respiri visibili in ambienti improbabilmente gelidi, finestre che si incrinano, lenti movimenti di macchina che anticipano un jump scare sempre annunciato. La ripetizione non genera familiarità, bensì assuefazione, neutralizzando qualsiasi possibilità di vero terrore.
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Stuckmann insieme a Samantha Elizabeth, soffre di una scrittura che procede per automatismi, più interessata a spuntare una lista di elementi obbligati che a costruire una mitologia coerente. Il contesto geografico, ribattezzato con l’involontariamente caricaturale nome di “Darke County”, sembra suggerire ambizioni espansive mai supportate da una reale profondità narrativa.
Il personaggio di Mia, interpretato da Camille Sullivan, è vittima di una caratterizzazione incoerente, oscillante tra determinazione ossessiva e vulnerabilità melodrammatica, senza che queste sfumature vengano mai armonizzate in un arco evolutivo credibile. Le sue scelte, spesso illogiche e reiterate, appaiono funzionali unicamente all’avanzamento meccanico della trama.
I personaggi secondari risultano ancor più sacrificati, ridotti a semplici veicoli espositivi o a presenze episodiche, con l’eccezione parziale di Keith David, che riesce a conferire una certa gravitas a un ruolo altrimenti schematico. Anche Robin Bartlett, nel consueto ruolo della figura anziana e ambigua, offre un momento di fugace interesse, pur rimanendo imprigionata in un cliché ben noto.
TOTALA ASSENZA DI UNA VISIONE D’INSIEME
Dal punto di vista tecnico, Shelby Oaks mostra una competenza di base indiscutibile, soprattutto considerando i limiti di budget. La fotografia di Andrew Scott Baird sfrutta location suggestive e decadenti, mentre la colonna sonora, firmata da James Burkholder e The Newton Brothers, insiste con una ridondanza sonora che finisce per sottolineare ciò che l’immagine non riesce a evocare autonomamente.
Il problema centrale, tuttavia, non risiede nella mancanza di mezzi, bensì nell’assenza di una visione. Ogni scelta sembra derivare da un ricordo cinefilo piuttosto che da una necessità espressiva, trasformando il film in una sorta di collage referenziale che fatica a giustificare la propria esistenza al di là dell’omaggio.
Un ulteriore limite strutturale di Shelby Oaks risiede nella gestione del tempo narrativo, che alterna lunghe fasi dilatate a improvvise accelerazioni, senza mai trovare un ritmo capace di sostenere l’angoscia o di far maturare un senso progressivo di minaccia. Le sequenze investigative di Mia, spesso reiterative nella loro costruzione visiva e tematica, finiscono per appiattire la tensione invece di intensificarla, trasformando la ripetizione in stasi. Anche quando il film tenta di suggerire una dimensione metafisica più ampia, il montaggio e la scansione degli eventi risultano incapaci di conferire peso o mistero duraturo alle rivelazioni proposte.
Ancora più problematica appare la rappresentazione del dolore e del lutto, temi che avrebbero potuto costituire il cuore emotivo dell’opera, ma che vengono trattati in maniera superficiale e funzionale al meccanismo horror. Il trauma di Mia non evolve mai in una riflessione autentica sulla perdita, rimanendo intrappolato in una gamma limitata di reazioni emotive convenzionali. In questo senso, Shelby Oaks rinuncia alla possibilità di distinguersi attraverso una dimensione intimista, preferendo appoggiarsi a simboli e dinamiche già ampiamente codificati, che riducono il dramma umano a semplice carburante narrativo.
Quando il racconto si avvicina alla conclusione, la narrazione accelera in modo scomposto, accumulando rivelazioni, spiegazioni e deviazioni soprannaturali che non trovano un equilibrio tonale. E il finale, anziché amplificare l’orrore, lo diluisce in una confusione concettuale che lascia più interrogativi strutturali che suggestioni persistenti.
Shelby Oaks rappresenta un caso emblematico di come la conoscenza enciclopedica di un genere non sia sufficiente a generare un’opera significativa, soprattutto quando manca il coraggio di tradire i modelli amati per costruirne di nuovi. Nonostante l’impegno produttivo e l’evidente devozione al cinema horror, il film si limita a replicare formule già logore, offrendo un’esperienza decorosa ma ampiamente dispensabile, più simile a un esercizio di stile che a un vero atto creativo.
| TITOLO ORIGINALE: Shelby Oaks REGIA: Chris Stuckmann SCENEGGIATURA: Chris Stuckmann INTERPRETI: Camille Sullivan, Brendan Sexton III, Keith David, Sarah Durn, Derek Mears, Emily Bennett, Charlie Talbert, Robin Bartlett, Michael Beach DISTRIBUZIONE: Neon DURATA: 91′ ORIGINE: USA, 2025 DATA DI USCITA: 24/10/2025 |
