Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale 
| Con il sogno di costruire una famiglia perfetta, Saga e il marito inglese Jon si trasferiscono nella casa isolata dell’infanzia di lei, nel cuore di una foresta finlandese. Dopo la nascita del loro primo figlio, però, Saga inizia a percepire che qualcosa non va. Mentre il matrimonio si incrina e Jon fatica a comprendere la moglie, la donna si convince che il neonato nasconda una verità inquietante, destinata a trasformare radicalmente la loro relazione e il rapporto con la natura circostante. |
Yön Lapsi – Nightborn si inserisce nel filone dell’horror psicologico e corporeo contemporaneo come un’opera che utilizza il linguaggio del fantastico per esplorare in profondità le ambiguità della maternità e le fratture dell’ideale familiare. Fin dalle prime sequenze, il film chiarisce la propria vocazione disturbante, collocando la storia in uno spazio liminale, sospeso tra realismo domestico e suggestione mitologica.
Il trasferimento nella casa immersa nella foresta non rappresenta soltanto un ritorno alle origini per Saga, ma anche un movimento regressivo verso una dimensione primordiale, in cui i confini tra umano e animale iniziano progressivamente a dissolversi. La promessa di una vita perfetta viene così minata fin dall’inizio da un ambiente che appare vivo, pulsante, indifferente alle aspirazioni “borghesi” della coppia.
La nascita del bambino segna quindi il punto di non ritorno. Il parto, mostrato in modo esplicito e sanguinoso, rompe ogni residuo di idealizzazione romantica, imponendo allo spettatore una visione cruda del corpo materno come luogo di trasformazione, dolore e perdita di controllo. Da questo momento in poi, il film si configura come un lungo processo di disgregazione dell’ordine familiare.
There’s something wrong with it.
Il cuore emotivo del film risiede nella relazione tra Saga e Jon, interpretati rispettivamente da Seidi Haarla e Rupert Grint. La loro dinamica si fonda su una progressiva asimmetria percettiva: mentre Saga sviluppa una sensibilità sempre più acuta verso l’alterità del figlio, Jon rimane ancorato a una lettura razionale e normalizzante degli eventi.
La battuta profetica pronunciata da Saga “There’s something wrong with it.” seguita poi dalla pronta correzione di Jon “You mean him.” sintetizza perfettamente questo scarto. Da un lato, la madre percepisce il bambino come entità estranea, dall’altro il padre insiste nel riconoscerlo come soggetto umano, negando qualsiasi deviazione, e questa divergenza interpretativa diventa il principale fattore di erosione del loro rapporto.
Jon, convinto che i problemi della moglie derivino da un trauma post-partum, reagisce con una forma di paternalismo emotivo che finisce per isolare ulteriormente Saga. Il suo rifiuto di ascoltarla, unito al tentativo costante di ricondurre tutto alla normalità, trasforma quindi l’incomprensione in violenza latente, destinata a esplodere.
Saga, al contrario, intraprende un percorso di progressiva identificazione con il figlio, che la porta ad abbandonare gradualmente le coordinate sociali e morali condivise. La maternità non è qui rappresentata come istinto naturale, ma come processo destabilizzante, che mette in crisi l’identità stessa della donna.
Uno degli aspetti più radicali di Nightborn è l’uso del corpo come campo di battaglia simbolico. Il film insiste in modo ossessivo su fluidi, ferite, secrezioni, deformazioni, costruendo un immaginario in cui la maternità è inseparabile dall’orrore fisico. L’allattamento doloroso, il sanguinamento persistente, i morsi, le mutilazioni e l’attrazione del bambino per il sangue trasformano il legame madre-figlio in una relazione quasi vampirica.
Il neonato, coperto di peli e dotato di un principio di coda, rappresenta fin dalla nascita una deviazione biologica che non può essere ricondotta a semplici patologie. Tuttavia, il film evita di fornire spiegazioni scientifiche o razionali, preferendo collocare questa alterità in una zona mitico-simbolica. Parallelamente, anche il corpo di Saga subisce una metamorfosi progressiva. La comparsa di una gobbetta pelosa, lo strano sfogo cutaneo, la pancia segnata come fosse una sezione di tronco d’albero, suggeriscono un processo di contaminazione tra umano e naturale: la madre non si limita solo a proteggere il figlio mostruoso, ma finisce per condividere la sua stessa natura.
Here comes the plane!
La dimensione spaziale svolge un ruolo centrale nella costruzione del significato. La casa, decadente e infestata da infiltrazioni vegetali, rispecchia fedelmente lo stato della relazione tra Saga e Jon. Nonostante i tentativi di ristrutturazione e di abbellimento, il pavimento continua a marcire, le piante emergono dalla moquette, le pareti si incrinano. L’abitazione non è mai uno spazio neutro, ma un organismo che reagisce agli stati emotivi dei personaggi.
La foresta, a sua volta, viene filmata come entità senziente, capace di rispondere agli impulsi emotivi della protagonista. Gli alberi dalle forme antropomorfe, il battito percepito nella corteccia, il movimento della vegetazione durante gli scatti d’ira di Saga, costruiscono un immaginario in cui natura e umanità si fondono insieme, mentre l’ispirazione alla mitologia nordica dei troll viene rielaborata in chiave contemporanea, suggerendo una continuità sotterranea tra passato arcaico e presente moderno.
Dal punto di vista formale, Nightborn adotta una regia rigorosa e controllata, che privilegia tempi dilatati, inquadrature statiche e movimenti di macchina misurati. L’orrore non è mai affidato esclusivamente allo shock visivo, ma costruito attraverso un lento accumulo di tensione. Particolarmente significativa è la scelta di non mostrare quasi mai il volto del bambino: l’assenza visiva diventa quindi uno strumento narrativo fondamentale, alimentando l’immaginazione dello spettatore e spostando l’attenzione sulle reazioni degli adulti. Il mostro, prima ancora che creatura fisica, è una proiezione mentale.
Il sonoro poi gioca un ruolo altrettanto importante: i pianti incessanti, i rumori della foresta, i suoni umidi e organici legati al corpo contribuiscono a creare un’atmosfera di costante disagio sensoriale.
Nightborn rifiuta qualsiasi visione idealizzata della maternità, mostrando come l’attaccamento al figlio possa trasformarsi in una forza distruttiva, capace di giustificare anche gli atti più estremi. Il finale, volutamente estremo e privo di mediazioni rassicuranti, porta alle conseguenze ultime il percorso emotivo della protagonista, proponendo una riflessione disturbante sull’amore materno come forza assoluta, capace di ridefinire ogni gerarchia affettiva e morale. L’opera non suggerisce soluzioni, ma costringe lo spettatore a confrontarsi con una forma di accettazione radicale della diversità e dell’alterità.
In questa prospettiva, il film può essere letto come una riflessione sulla difficoltà di accettare la diversità, sia negli altri sia in se stessi. Il percorso di Saga non conduce a una normalizzazione del figlio, ma a una ridefinizione radicale della propria identità, e l’orrore, dunque, non risiede tanto nella creatura quanto nel processo di adattamento emotivo che essa impone.
Yön Lapsi – Nightborn si impone quindi come uno dei titoli più intensi e radicali del recente cinema horror europeo, capace di coniugare profondità tematica, rigore formale e forza disturbante. La sua principale qualità risiede nella capacità di trasformare un racconto fantastico in una potente allegoria sulla maternità, sull’identità e sulla solitudine emotiva.
Le interpretazioni di Seidi Haarla e Rupert Grint risultano estremamente convincenti, soprattutto nel rendere credibile la progressiva frattura psicologica della coppia. La regia dimostra un controllo notevole dei tempi e degli spazi, evitando compiacimenti gratuiti e privilegiando un orrore atmosferico e corporeo. Alcuni passaggi potranno risultare volutamente eccessivi o respingenti, soprattutto nella loro insistenza sul disgusto fisico, ma questa radicalità appare coerente con il progetto artistico complessivo.
| TITOLO ORIGINALE: Yön Lapsi REGIA: Hanna Bergholm SCENEGGIATURA: Hanna Bergholm, Ilja Rautsi INTERPRETI: Seidi Haarla, Rupert Grint, Pamela Tola, Pirkko Saisio, Rebecca Lacey DISTRIBUZIONE: Goodfellas, Anonymous Content DURATA: 92′ ORIGINE: Finlandia, 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |



