Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale 
| Il 29 maggio 1985, prima della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, una serie di disordini provoca la morte di trentanove tifosi, in gran parte italiani. Nel caos che segue la tragedia, una giovane addetta stampa del sindaco e un giornalista di origine italiana si trovano a dover scegliere tra responsabilità professionali, fedeltà familiare e verità morale, mentre le istituzioni cercano di contenere lo scandalo e salvare la propria immagine. |
Heysel 85 affronta uno degli eventi più traumatici della storia del calcio europeo, la strage avvenuta prima della finale della Finale di Coppa dei Campioni 1985, scegliendo una prospettiva che intreccia ricostruzione storica, dramma civile e racconto intimista. Fin dalle prime sequenze, il film rifiuta qualsiasi forma di gradualità rassicurante, immergendo lo spettatore in un caos immediato, dominato da urla, spintoni, barriere che cedono e flussi umani incontrollabili.
L’apertura nel pieno della confusione stabilisce subito il tono dell’opera: non si tratta di una narrazione retrospettiva ordinata, ma di un’esperienza immersiva che tenta di restituire la percezione soggettiva dell’evento. Lo spettatore è posto nella condizione di condividere la disorientante assenza di punti di riferimento che caratterizzò quelle ore, quando segnali evidenti di pericolo vennero sistematicamente ignorati in nome di una fiducia cieca nella ritualità sportiva.
Hooligans are the cancer of football, they have dishonoured our Brussels.
Il film costruisce il proprio impianto drammaturgico attorno a due figure centrali: Marie Dumont, figlia e addetta stampa del sindaco, e Luca Rossi, inviato della RAI in cerca dei propri familiari. Entrambi incarnano una condizione di conflitto permanente tra ruolo pubblico e coinvolgimento privato, tra funzione istituzionale e coscienza individuale.
Marie è progressivamente costretta a prendere atto della distanza tra i valori che credeva di rappresentare e il cinismo delle strategie politiche messe in atto dal padre, in una silenziosa accusa contro la manipolazione dell’immagine e la spettacolarizzazione del dolore.
Luca, dal canto suo, vive il dramma da una prospettiva più immediata e viscerale. La ricerca della famiglia nei corridoi dello stadio, tra feriti e cadaveri, trasforma il giornalista in testimone vulnerabile, privandolo della neutralità professionale.
Particolarmente efficace è la rappresentazione del Ministro del Lavoro italiano Giacomo Ferragni (personaggio fittizio al posto del reale Gianni De Michelis) interpretato da Paolo Calabresi, figura che incarna un raro barlume di autentica indignazione all’interno di un contesto dominato dal calcolo politico.
Play to stop the violence.
Uno dei nuclei tematici più forti di Heysel 85 è la rappresentazione della tragedia come problema di ordine pubblico e di comunicazione, prima ancora che come dramma umano. Il sindaco, assimilabile simbolicamente al “capitano del Titanic”, tenta di controllare la narrazione, attribuendo inizialmente la responsabilità a presunti terroristi o a cellule estremiste, pur sapendo che la vera causa risiede negli hooligans e nella cattiva organizzazione.
La progressione del numero delle vittime, che sale gradualmente fino a trentanove, scandisce il fallimento sistematico delle istituzioni, e ogni aggiornamento numerico è accompagnato non da un’assunzione di responsabilità, ma da nuove strategie di contenimento mediatico.
La decisione di far comunque disputare la partita, giustificata con l’argomento “Play to stop the violence”, rappresenta sicuramente il punto più controverso e moralmente problematico del film. L’idea di usare lo spettacolo sportivo come sedativo collettivo, in nome della stabilità e degli interessi economici, rivela una concezione profondamente strumentale delle vite umane, e in questo senso, il film costruisce una critica esplicita alla logica per cui l’ordine apparente viene sistematicamente preferito alla giustizia.
Dal punto di vista formale, Heysel 85 adotta un linguaggio che mescola costantemente finzione e repertorio: le immagini d’epoca sono integrate nel racconto in modo continuo, producendo un effetto di ibridazione che rafforza il senso di autenticità, mentre la fotografia, volutamente levigata, ricrea un’estetica “da archivio”, che contribuisce a collocare lo spettatore in un tempo sospeso tra documento e ricostruzione.
La regia poi completa il quadro privilegiando frequentemente piani sequenza e movimenti concitati, soprattutto nelle sequenze ambientate nei corridoi e negli spogliatoi, dove il rumore ovattato e la compressione dello spazio generano una forte sensazione claustrofobica.
Heysel 85 si presenta quindi come un’opera ambiziosa e necessaria, capace di affrontare con serietà un capitolo molto doloroso della storia – relativamente recente – del calcio europeo. La sua principale qualità risiede nella capacità di tenere insieme dimensione privata e analisi sistemica, evitando sia il sensazionalismo sia la retorica commemorativa, e interrogando lo spettatore sul prezzo della normalità e sulle responsabilità nascoste dietro le grandi narrazioni collettive.
| TITOLO ORIGINALE: Heysel 85 REGIA: Teodora Ana Mihai SCENEGGIATURA: Teodora Ana Mihai, Lode Desmet, Isabelle Darras INTERPRETI: Violet Braeckman, Matteo Simoni, Josse De Pauw, Fabrizio Rongione, Paolo Calabresi DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 91′ ORIGINE: Belgio, Paesi Bassi, Germania, 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |




