Con questo quarto episodio, The Lord of the Flies conclude la propria traiettoria narrativa portando alle estreme conseguenze la progressiva dissoluzione dell’ordine civile già compromesso nei capitoli precedenti. L’adattamento di Jack Thorne abbandona ogni residua ambiguità morale per abbracciare una rappresentazione della violenza come destino inscritto nella dinamica del potere e della paura, insistendo non soltanto sull’atto brutale, ma soprattutto sulla sua durata e sulle sue conseguenze emotive. Se l’episodio precedente aveva sancito la morte simbolica della coscienza morale con l’uccisione di Simon, questo capitolo finale ne certifica la distruzione istituzionale attraverso la caduta di Piggy, ultimo baluardo di razionalità. L’isola non è più laboratorio sociale, ma teatro di un conflitto primordiale che mette a nudo l’illusione della civiltà come fragile costruzione pronta a sgretolarsi sotto la pressione della paura e del potere.
SOFFERENZA PROLUNGATA
La tensione si cristallizza nel momento in cui Ralph e Piggy si recano al campo di Jack per reclamare la restituzione degli occhiali, unico strumento in grado di generare il fuoco, e, dunque, oggetto indispensabile per la sopravvivenza del gruppo. Il confronto non assume mai i tratti di una negoziazione autentica, poiché la logica del dialogo è ormai stata sostituita da quella dell’intimidazione e della sopraffazione rituale. La richiesta non rappresenta dunque soltanto un’esigenza pratica, bensì un atto politico, poiché implica il riconoscimento di un’autorità fondata sulla discussione e sulla legittimità condivisa, incarnata dalla conchiglia. Quando Piggy impugna la conchiglia per chiedere silenzio e ordine, l’oggetto appare ormai svuotato del proprio potere simbolico, incapace di imporsi su un gruppo che ha scelto deliberatamente la logica della forza. L’ordine impartito da Jack a Roger per far tacere Piggy segna così il momento in cui la violenza diviene atto deliberato e non più reazione incontrollata, trasformando la sopraffazione in scelta consapevole.
Diversamente dal romanzo di William Golding, in cui la morte di Piggy avviene con brutalità improvvisa e quasi istantanea, l’adattamento televisivo sceglie di dilatare l’agonia, trasformandola in un’esperienza emotivamente estenuante. Il masso scagliato da Roger provoca una ferita devastante, ma non immediatamente fatale, che costringe Ralph a trascinare l’amico ferito in una fuga disperata attraverso la foresta. L’episodio rifiuta la scorciatoia della morte immediata, mostrando invece il lento deterioramento fisico del ragazzo tra spasmi, vomito e progressiva perdita di coscienza, una scelta registica tanto controversa quanto coerente con l’impianto realistico della serie, che obbliga lo spettatore a confrontarsi con la concretezza della violenza, privandola di ogni possibile astrazione simbolica.
Il dialogo notturno tra Piggy e Ralph, segnato da scuse reciproche e da una tardiva dichiarazione di affetto, restituisce infine al personaggio una dignità che trascende la funzione allegorica assegnatagli nel testo letterario, introducendo una nota di struggente umanità che contrasta volutamente con la brutalità circostante.
L’ULTIMO BALUARDO
Con la morte di Piggy e la distruzione definitiva della conchiglia, l’episodio sancisce la dissoluzione irreversibile di ogni struttura simbolica che aveva tentato di organizzare la convivenza sull’isola. La conchiglia non rappresentava soltanto un oggetto, ma l’idea stessa che la parola potesse precedere l’azione e che l’ascolto costituisse fondamento della comunità. La sua frantumazione coincide con l’affermazione totale della forza come unico criterio di legittimità, rendendo superflua qualsiasi pretesa di deliberazione condivisa. L’isola si configura ormai come spazio puramente predatorio, in cui l’autorità non necessita di giustificazione e la paura diventa strumento permanente di controllo.
Dopo l’eliminazione dell’ultimo contrappeso razionale, Jack e Roger organizzano una caccia sistematica a Ralph, trasformando il capo eletto in bersaglio animale. La foresta, avvolta dal fumo degli incendi appiccati per stanarlo, assume tratti claustrofobici che accentuano la regressione totale a uno stato primitivo. La caccia non è motivata da necessità di sopravvivenza, bensì dal desiderio di annientare l’alterità che ancora ricorda un passato ordinato e una gerarchia fondata sul consenso. La regressione è completa: il linguaggio articolato lascia spazio a grida e comandi essenziali, mentre la paura diventa l’unica grammatica condivisa.
RITORNO ALLA REALTÀ
L’arrivo dell’ufficiale della marina interrompe bruscamente la sequenza di violenza, introducendo un elemento di ordine esterno che riporta improvvisamente i ragazzi alla dimensione dell’infanzia disciplinata. La presenza dell’adulto, figura fino a quel momento assente, produce un effetto straniante, poiché la guerra evocata al largo suggerisce che il mondo civile non sia meno violento dell’isola. Il contrasto tra l’orrore appena consumato e il ritorno a posture composte e silenziose sottolinea l’ipocrisia di una società che condanna la barbarie infantile pur essendone matrice implicita. Il finale non offre catarsi, ma lascia sospesa una domanda inquietante sulla natura della violenza e sulla sottile linea che separa civiltà e brutalità.
Questo “Ralph” si distingue per coraggio formale e coerenza tematica, scegliendo di radicalizzare le implicazioni tragiche del testo originale senza attenuarne la crudezza. La dilatazione della morte di Piggy rappresenta la decisione più divisiva, capace di intensificare l’impatto emotivo ma al tempo stesso di suscitare interrogativi sulla necessità di una tale insistenza realistica. La regia di Marc Munden mantiene nel finale un equilibrio complesso tra realismo crudo e dimensione simbolica, evitando compiacimenti estetizzanti pur spingendosi verso una rappresentazione estremamente esplicita della sofferenza. La fotografia satura e la colonna sonora orchestrale di Cristobal Tapia de Veer amplificano il senso di fatalità che permea l’episodio, accompagnando la progressiva distruzione con un tono quasi liturgico. L’episodio conclude la parabola narrativa con una rappresentazione spietata della caduta morale, confermando l’isola come specchio deformante ma veritiero della società adulta. Il ritorno alla civiltà non cancella la colpa né restituisce innocenza, lasciando impressa l’immagine di un’infanzia che ha già appreso, in modo irreversibile, la grammatica della violenza.
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“Ralph” conclude la parabola con una rappresentazione radicale della dissoluzione civile, mostrando come la violenza non sia deviazione accidentale ma possibilità intrinseca alla comunità umana. Il ritorno alla presenza adulta non cancella quanto accaduto, ma lo inscrive in una continuità inquietante, suggerendo che l’isola non fosse eccezione, bensì specchio fedele del mondo esterno.

