Serie presentata in anteprima alla 76ª Berlinale 
Lord Of The Flies, miniserie BBC presentata – con i suoi primi due episodi – alla 76esima Berlinale, si confronta con uno dei testi fondativi della letteratura del Novecento, Il signore delle mosche di William Golding, assumendosi il rischio di una nuova rilettura in un panorama già saturo di adattamenti e reinterpretazioni. Affidata alla scrittura di Jack Thorne (Adolescence, This Is England ’86-’88-’90, Toxic Town) e alla regia di Marc Munden (Utopia UK, The Sympathizer), l’operazione non si limita a una trasposizione fedele, ma ambisce a trasformare il romanzo in una riflessione contemporanea sulle dinamiche del potere, sulla fragilità delle istituzioni e sulla deriva emotiva dei gruppi umani in condizioni estreme.
Nei primi due episodi, presentati al festival dallo stesso Munden, la serie costruisce un impianto narrativo che privilegia l’analisi psicologica e simbolica rispetto alla semplice progressione degli eventi, proponendo una struttura per punti di vista che individua in Piggy e Jack due poli opposti, ma complementari, di una stessa disgregazione morale. Il risultato è un racconto che, pur rimanendo ancorato all’impianto originario, si configura come una parabola politica e sociale profondamente radicata nelle inquietudini del presente.
IL VUOTO AFFETTIVO COME RADICE DELL’AUTORITARISMO
La scelta più significativa dell’adattamento risiede nella decisione di dedicare ciascun episodio a una prospettiva dominante, trasformando la narrazione in un mosaico psicologico che restituisce la complessità dei vari personaggi. Il primo episodio, “Piggy”, assume il punto di vista del ragazzo più fragile e razionale del gruppo, delineandone fin da subito la marginalità sociale e la funzione di coscienza morale.
Piggy non viene rappresentato come una semplice vittima, ma come un soggetto dotato di dignità, intelligenza e consapevolezza, costantemente frustrato dall’incapacità collettiva di riconoscere il valore della razionalità. Il suo corpo affaticato, il respiro asmatico, la dipendenza dagli occhiali diventano metafore visive della precarietà del pensiero critico all’interno di una comunità dominata dall’istinto.
Il secondo episodio, “Jack”, ribalta radicalmente il punto di vista, concentrandosi sulla costruzione emotiva e simbolica del futuro leader autoritario. Attraverso flashback, silenzi e momenti di vulnerabilità, la serie restituisce un personaggio segnato dall’assenza affettiva e dalla necessità patologica di riconoscimento. La violenza non appare come una pulsione innata, ma come una risposta compensatoria alla solitudine e al senso di inadeguatezza.
Questa doppia focalizzazione permette di evitare semplificazioni, trasformando il conflitto tra ordine e caos in una dialettica interna all’esperienza umana, più che in una contrapposizione tra bene e male.
Uno degli aspetti più rilevanti dei primi due episodi è quindi la capacità di trasformare l’intera vicenda in una riflessione sulle dinamiche del consenso e sulla fragilità delle istituzioni democratiche. Il sistema promosso da Ralph e Piggy, fondato su assemblee, turni di parola e responsabilità condivise, appare fin da subito fragile, poco seduttivo, incapace di competere con l’immediatezza emotiva della proposta di Jack.
La razionalità viene progressivamente percepita come noiosa, inefficace, distante dai bisogni immediati del gruppo, mentre la retorica dell’azione, della forza e della protezione assume una funzione rassicurante (sounds familiar?). La paura del “mostro”, reale o immaginario, diventa il principale strumento di mobilitazione emotiva, confermando come il controllo politico passi innanzitutto attraverso la gestione dell’ansia collettiva.
In questa prospettiva, la serie si configura come una metafora trasparente dei meccanismi populisti contemporanei, mostrando come il fallimento delle strutture razionali apra la strada a forme di leadership carismatica fondate sull’esclusione, sulla violenza simbolica e sulla semplificazione ideologica.
LA NOSTRA PELLE È UN QUADRO
La regia di Marc Munden costruisce l’isola come un ambiente al tempo stesso fisico e psichico, in cui la natura diventa proiezione delle tensioni interiori dei personaggi. L’uso insistito di primi piani, movimenti di macchina instabili e inquadrature deformate contribuisce a creare un senso costante di spaesamento percettivo, avvicinando lo spettatore all’esperienza sensoriale dei protagonisti.
Particolarmente significativa è l’alternanza tra momenti di contemplazione naturalistica e improvvise accelerazioni drammatiche, che conferiscono alla serie un ritmo irregolare, coerente con la progressiva perdita di equilibrio del gruppo. Gli inserti sugli insetti, sulla vegetazione e sugli animali non funzionano come semplici elementi decorativi, ma come segnali di una natura indifferente, estranea a qualsiasi pretesa di dominio umano.
Il sonoro, inoltre, svolge un ruolo centrale nella costruzione dell’atmosfera. La colonna sonora di Cristobal Tapia de Veer si fonda su rumori distorti e progressioni dissonanti che accompagnano la dissoluzione dell’ordine sociale, evitando qualsiasi funzione rassicurante o melodica.
Parallelamente, la serie attribuisce grande importanza alla dimensione corporea, mostrando il progressivo degrado fisico dei ragazzi come riflesso della loro regressione morale. I corpi sporchi, feriti, dipinti, esposti al sole e alla fame diventano superfici simboliche su cui si iscrive la perdita di civiltà; e in tal senso, questa corporeità non è mai neutra, ma costantemente politicizzata e ritualizzata.
LIMITI E CRITICITÀ
L’adattamento mantiene numerosi elementi linguistici e culturali del romanzo, conservando un registro espressivo volutamente arcaico e classista che rafforza il legame con l’Inghilterra del dopoguerra. Allo stesso tempo, l’operazione introduce una maggiore attenzione alle biografie individuali, ampliando il retroterra emotivo dei personaggi.
Se da un lato questo approfondimento contribuisce a rendere più empatiche alcune figure, dall’altro rischia di attenuare la forza archetipica dell’opera originale, fondata proprio sulla sua dimensione universale e spersonalizzante. La tensione tra caratterizzazione psicologica e funzione simbolica rappresenta uno degli equilibri più delicati dell’intera operazione, già percepibile nei primi due episodi.
Nonostante l’evidente ambizione formale e tematica, i primi due episodi mostrano comunque alcune fragilità strutturali. La volontà di caricare ogni snodo narrativo di significati simbolici tende talvolta a produrre una certa ridondanza espressiva, con immagini e situazioni che insistono eccessivamente sul proprio valore allegorico.
La frammentazione del ritmo, se da un lato rispecchia il disorientamento dei personaggi, dall’altro può generare una sensazione di dispersione narrativa, soprattutto nei momenti in cui la tensione drammatica viene sospesa a favore di sequenze contemplative non sempre pienamente integrate nel flusso del racconto.
Inoltre, l’insistenza su alcune dinamiche emotive rischia, in più di un’occasione, di sfiorare il didascalismo, limitando la possibilità per lo spettatore di elaborare autonomamente il sottotesto politico e antropologico della vicenda.
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Limitandosi ai primi due episodi, Lord Of The Flies si configura come una miniserie di forte impatto visivo e concettuale, capace di rinnovare un classico senza snaturarne l’essenza, pur pagando talvolta il prezzo della propria ambizione. La struttura per punti di vista, la qualità della regia e la forza delle interpretazioni contribuiscono a costruire un racconto stratificato, in cui la disgregazione sociale emerge come processo graduale, alimentato da paure, frustrazioni e desideri di riconoscimento. Un’opera che invita a una visione attenta e riflessiva, e che promette sviluppi potenzialmente rilevanti nella seconda metà del racconto.



