Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale 
| Laura, celebre coreografa e direttrice di una prestigiosa compagnia di danza, torna a casa dopo sei mesi trascorsi in un centro di riabilitazione per dipendenze. Il rientro alla vita familiare, accanto al marito Martin e ai figli Josie e Felix, si rivela tutt’altro che semplice, segnato da diffidenze, sensi di colpa e ferite ancora aperte. Mentre cerca di ricostruire il rapporto con i suoi cari e di riappropriarsi del proprio ruolo professionale, Laura è costretta a confrontarsi con il peso dell’eredità paterna, con un passato traumatico mai elaborato e con la fragilità della propria identità. |
At the Sea si apre sul rientro di Laura in un ambiente che dovrebbe rappresentare sicurezza e stabilità, ma che si rivela immediatamente un territorio instabile, attraversato da tensioni sotterranee e diffidenze mai sopite. Il ritorno dal centro di recupero non è presentato come una liberazione, bensì come l’inizio di una nuova forma di esposizione emotiva, in cui ogni gesto quotidiano viene messo sotto esame e ogni relazione diventa un campo di prova. La distanza con il figlio Felix, che fatica a riconoscerla come figura di riferimento, e il rapporto complesso con Josie, costretta a maturare precocemente durante l’assenza materna, costruiscono un quadro familiare segnato da una redistribuzione forzata dei ruoli. Laura si muove in questo spazio con un misto di entusiasmo, paura e insicurezza, incarnando una rinascita ancora fragile, continuamente minacciata dal peso delle aspettative altrui e dai propri fantasmi interiori.
Il film costruisce la psicologia della protagonista attraverso una stratificazione di ricordi, visioni e frammenti del passato che emergono in modo intermittente, suggerendo un trauma mai realmente elaborato. L’immagine ricorrente dell’incidente automobilistico, con le bottiglie che rotolano sull’asfalto, diventa il simbolo visivo di una colpa sedimentata nel tempo, legata al rapporto con il figlio e all’abuso di alcol. A questo trauma personale si sovrappone quello ereditato dal padre, anch’egli dipendente, figura dominante e ingombrante che ha sacrificato la dimensione affettiva sull’altare dell’arte e del successo. Laura appare così intrappolata in una genealogia della dipendenza e dell’autodistruzione, costretta a confrontarsi non solo con i propri errori, ma con un modello familiare che ha interiorizzato senza riuscire a decostruirlo.
Art is the shortest way to god.
Uno dei nuclei tematici più rilevanti del film riguarda il rapporto tra creazione artistica, potere e responsabilità morale. La compagnia di danza fondata dal padre di Laura rappresenta un’eredità ambigua, al contempo fonte di prestigio e simbolo di un’infanzia sacrificata. L’idea che “l’arte sia la via più breve verso Dio” diventa una giustificazione retrospettiva per ogni abuso, ogni assenza, ogni forma di dominio emotivo. Nel momento in cui Laura è chiamata a riprendere il controllo dell’azienda, il film mette in scena il conflitto tra il desiderio di emancipazione personale e il senso di responsabilità verso i lavoratori, rivelando come anche le istituzioni culturali più nobili possano fondarsi su dinamiche di sfruttamento affettivo. In questo senso, At the Sea dialoga idealmente con opere precedenti di Kornél Mundruczó e Kata Wéber, in particolare con Pieces of a Woman, proseguendo una riflessione sul trauma come elemento strutturale dell’identità contemporanea.
Il rapporto tra Laura e Josie, inoltre, costituisce uno degli assi emotivi più intensi del film, costruito attraverso una dinamica di inversione dei ruoli in cui la figlia è costretta ad assumere precocemente responsabilità adulte. Le rinunce, la gestione del fratello minore e l’adattamento alle fragilità genitoriali diventano il sottotesto di una rabbia repressa che emerge nei frequenti momenti di scontro. La danza improvvisata di Josie di fronte a sua madre, forse la scena più iconica della pellicola, carica di dolore e frustrazione, si configura come un atto performativo di denuncia, un linguaggio corporeo che supplisce all’impossibilità del dialogo verbale. In questo percorso segnato da silenzi, incomprensioni e ferite irrisolte, Josie finisce per incarnare con lucidità il peso emotivo delle assenze genitoriali e il costo, spesso invisibile, della maturità forzata.
I’m reborn, and the light is so bright I can’t keep my eyes open.
Sul piano formale, At the Sea adotta una narrazione lineare solo in apparenza, continuamente interrotta da inserti mnemonici, montaggi alternati e immagini simboliche che riflettono lo stato mentale della protagonista. L’uso dei flashback infantili, la ricorrenza degli aquiloni, la presenza del mare come spazio liminale tra stabilità e deriva contribuiscono a costruire un universo visivo coerente, ma non sempre perfettamente integrato nella progressione narrativa. La regia privilegia spesso una messa in scena controllata, fatta di lunghe inquadrature e dialoghi sospesi, che mira a tradurre in forma cinematografica il senso di smarrimento esistenziale di Laura, ma che talvolta appesantisce il ritmo complessivo.
Al centro del film si colloca la performance di Amy Adams, chiamata a sostenere un personaggio complesso, fragile e contraddittorio. L’attrice offre un’interpretazione controllata, fatta di micro-espressioni, esitazioni vocali e tensioni corporee, che restituisce con efficacia la precarietà emotiva della protagonista. Tuttavia, la costruzione del personaggio, a tratti eccessivamente trattenuta, sembra limitare la possibilità di una piena esplosione drammatica, impedendo alla performance di raggiungere una vera dimensione iconica. Laura resta spesso prigioniera di una scrittura che privilegia l’osservazione distaccata rispetto all’empatia immediata, rendendo più difficile un coinvolgimento emotivo totale.
At the Sea si configura come un dramma intimista ambizioso, capace di affrontare con sensibilità temi complessi quali la dipendenza, la genitorialità, l’eredità artistica e la responsabilità morale, ma non sempre in grado di armonizzare pienamente le proprie componenti narrative ed emotive. Emergono senza dubbio la profondità tematica, la cura formale e la volontà di esplorare il recupero come processo lungo e non lineare; a fare da contraltare a questi elementi positivi si impongono però una certa dispersione drammaturgica, una gestione talvolta rigida del simbolismo e un equilibrio non sempre riuscito tra introspezione privata e dimensione sociale. Fragilità strutturali che, in più di un’occasione, finiscono per appesantire la visione, smorzandone l’impatto emotivo e impedendo alla pellicola di distinguersi davvero all’interno di un panorama già affollato di opere che affrontano tematiche affini.
| TITOLO ORIGINALE: At The Sea REGIA: Kornél Mundruczó SCENEGGIATURA: Kata Wéber INTERPRETI: Amy Adams, Murray Bartlett, Brett Goldstein, Chloe East, Dan Levy, Jenny Slate, Rainn Wilson DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 112′ ORIGINE: Stati Uniti, Ungheria, 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |




