yellow letters recensione film berlinale

Gelbe Briefe – Yellow LettersTEMPO DI LETTURA 4 min

L'idea di base, ovvero la critica politica al regime turco, è molto interessante ma l'esecuzione perde di vista questo focus tra problemi economici e con la figlia. C'era spazio e modo per essere più incisivi ed osare di più ma purtroppo il film si perde in trame secondarie poco utili.
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Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

Derya e Aziz, una celebre coppia di artisti di Ankara, conducono una vita appagante con la loro figlia tredicenne Ezgi, finché un incidente alla prima del loro nuovo spettacolo non cambia ogni cosa. Da un giorno all’altro diventano bersaglio dello Stato e perdono lavoro e casa. Si trasferiscono a Istanbul per essere ospitati temporaneamente dalla madre di Aziz. Mentre Aziz tira avanti con lavoretti occasionali e resta saldo nelle proprie convinzioni, Derya cerca un modo per raggiungere l’indipendenza economica. Tra loro e la figlia si fa strada una distanza sempre maggiore, finché sono costretti a scegliere tra i loro valori e il futuro condiviso come famiglia.

Più si guardano i film in competizione per l’Orso d’Oro di quest’anno e più ci si rende conto che il focus sul ruolo della donna sia onnipresente, vuoi che sia alla ricerca dell’uguaglianza tra i generi, vuoi che sia per la libertà dei propri orientamenti sessuali, vuoi che stia cercando di emanciparsi da mariti violenti in contesti sociali e politici che la comprimono.
Gelbe Briefe – Yellow Letters non fa eccezione, anzi. İlker Çatak prende questo tema e lo inserisce in una crisi che è insieme privata e collettiva, domestica e politica, costruendo un dramma che si muove costantemente tra microcosmo familiare e macrocosmo istituzionale.
Il tutto è ambientato in “Turchia” che però sembra è molto tedesca dato che il film è stato girato a Berlino e Amburgo scambiandole rispettivamente per Ankara e Istanbul. Una scelta che arriva come un fulmine a ciel sereno durante la visione della pellicola tramite due scritte “Berlin as Ankara” e “Hamburg as Istanbul“. Due scritte che spiazzano ma che sono state spiegate da Çatak per riproporre la problematica riproposta nel film che si rifà in maniera più preponderante nella realta, ovvero l’esilio forzato di molti autori che hanno espresso opinioni contrarie al governo turco (di Erdoğan), un esilio che lo stesso film si auto-impone non venendo girato in Turchia ma in Germania. Dove comunque la comunità turca è molto forte.

BERLINO COME ANKARA


La storia parte da una coppia turca di artisti teatrali, Derya e Aziz, travolta dalla repressione governativa che colpisce il loro lavoro. La censura, la pressione politica e la crisi economica diventano il detonatore di una frattura già latente. Derya, attrice di teatro, cerca una via di fuga pragmatica che si tramuta nella ricerca di un’indipendenza economica che possa garantire stabilità e sopravvivenza. Aziz, professore universitario e uomo con dei principi piuttosto fermi, rimane ancorato a un’etica che non ammette compromessi. Ed è proprio in questa divergenza che Çatak trova il cuore del film: non c’è un torto e non c’è una ragione assoluta, ma due modi diversi di reagire alla stessa oppressione.
Il regista non si limita però al conflitto coniugale. Accatasta prospettive su prospettive, creando un mosaico che include anche la dimensione generazionale. I genitori di Ankara alle prese con una figlia adolescente diventano un altro specchio della frattura tra ideali e realtà. La ragazza incarna l’irrequietezza tipica dell’età ma anche la confusione di chi cresce in un clima politico teso. E poi c’è il governo, la repressione, una critica a Erdoğan che non è mai esplicitata frontalmente ma è talmente evidente da non lasciare spazio a interpretazioni alternative.
Çatak riesce a rendere questa componente politica organica al racconto, evitando la didascalia e preferendo la tensione sottotraccia.

AMBURGO COME ISTANBUL


Gelbe Briefe – Yellow Letters funziona soprattutto quando resta ancorato ai personaggi.
Derya è forse il character più riuscito: il suo desiderio di autonomia non è mai dipinto come tradimento ideologico ma come “necessità concreta”, quasi fisica. Al contrario Aziz rappresenta la rigidità morale che può diventare isolamento.
Il rischio del film è quello di voler dire troppo, di sovraccaricare il racconto con trame secondarie che lasciano il tempo che trovano in una storyline che è già di per sè interessante e che, purtroppo, hanno l’effetto opposto andando a stancare lo spettatore che si ritrova inghiottito in sottotrame di dubbio interesse che rimangono tronche. E nello specifico si parla della gestione della figlia, a cui il film dedica molto tempo ma che non arriva mai ad una conclusione, risultando quindi come rumore all’interno di una pellicola altrimenti piuttosto godibile.


Gelbe Briefe – Yellow Letters è un film che parla di emancipazione (femminile), ma soprattutto di compromesso. Non offre soluzioni facili e non concede catarsi spettacolari. Resta sospeso in un equilibrio fragile tra critica politica al regime turco, indipendenza economica femminile e problemi familiari, il tutto però senza quasi mai offrire una posizione dominante. Tanto che si termina la visione domandandosi se alla fine Çatak suggerisca la scelta della ribellione o semplicemente quella della tacita accettazione.

TITOLO ORIGINALE: Gelbe Briefe
REGIA: lker Çatak
SCENEGGIATURA: lker Çatak, Ayda Meryem Çatak, Enis Köstepen
INTERPRETI: Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, İpek Bilgin
DISTRIBUZIONE: Cinema
DURATA: 128′
ORIGINE: Germania, Francia, Turchia, 2026
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

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Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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