Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

| 2021, Afghanistan poco prima del ritorno dei talebani. Naru, l’unica camerawoman della principale emittente televisiva di Kabul, lotta per mantenere l’affidamento del figlio di tre anni dopo aver lasciato il marito, un fedifrago seriale. Convinta che nel suo Paese non esistano uomini perbene, Naru viene colta di sorpresa quando Qodrat, il giornalista più importante di Kabul TV, le offre un’opportunità di carriera. Mentre i due attraversano la città in lungo e in largo per raccontare gli ultimi giorni di libertà, scocca la scintilla e Naru comincia a mettere in dubbio le proprie convinzioni: potrebbe davvero esistere, da qualche parte, un uomo buono? |
Di norma il film d’apertura di festival come Venezia, Berlino e Cannes è il biglietto da visita pubblico del festival: viene proiettato la sera dell’inaugurazione dopo la cerimonia, con tappeto rosso e massima presenza di stampa e ospiti (quindi è lo slot più “vetrina” di tutta la manifestazione). Per questo la scelta tende ad esemplificare la linea editoriale dell’edizione in programma e allo stesso tempo deve anche funzionare bene come serata di gala (ritmo, coinvolgimento, accessibilità) perché è un film che dev’essere in grado di “parlare” non solo agli addetti ai lavori ma anche al pubblico generalista e ai media.
Per questa 76ª edizione della Berlinale è stato scelto No Good Men di Shahrbanoo Sadat soprattutto perché incarna insieme un gesto artistico e un gesto politico-culturale. Da un lato c’è una giovane regista afghana che è stata evacuata dall’Afghanistan e oggi viva in Germania (ad Amburgo) e propone la sua testimonianza diretta di quello che è la vita di tutti i giorni di una donna in Afghanistan. Dall’altro è un film che contiene momenti considerati tabù per il cinema afghano (ad esempio un bacio sullo schermo), e che, proprio per questa scelta, rende l’apertura una dichiarazione sullo spazio che l’arte può prendersi anche quando la realtà lo restringe.
There are no good men in Afghanistan.
No Good Men è diretto e sceneggiato dalla stessa protagonista, Shahrbanoo Sadat, il che alza incredibilmente il livello di difficoltà nella realizzazione della pellicola ed è un fattore da tenere in conto. Come mostrato anche nei titoli di coda e come spiegato dalla stessa Sadat, è un film in onore delle vittime di una stazione televisiva afghana che è stata colpita da un attentato nel 2016 e di Sadat faceva parte.
E se questo sono le persone a cui dedica il film e che ripropone anche all’interno della trama, il vero motivo che l’ha spinta a mettere anima e cuore nella pellicola è più profondo e interconnesso con la storia afghana e soprattutto la sua cultura. Una cultura in cui non esiste la parità di genere, gli uomini sono “la razza dominante” e le donne esistono “in funzione” dell’uomo e le loro uniche
Magari si sorride anche in alcuni momenti della pellicola, ma sono sorrisi più dettati dall’assurdità di una realtà afghana che sembra così distante da quella in cui si vive in Occidente. Una realtà in cui, come mostrato molto bene in una breve parentesi iniziale della pellicola, in uno spettacolo televisivo in cui Sadat recita nei panni di una cameraman, c’è una donna che chiama chiedendo aiuto perchè non sa come comportarsi dato che ha due figli e ha scoperto che il marito sembra avere una tresca con una donna più giovane. E a tutta risposta il co-conduttore, uomo, utilizza una metafora di un fiore per spiegarle come sia normale che la donna dopo il parto “perda i propri petali” e di come, “naturalmente”, l’uomo guardi e sia attratto da altri fiori più attraenti. Quindi una chiara esemplificazione della mentalità accettata da entrambe le parti e immutabile.
Sadat fa un ottimo lavoro per rendere chiarissimi questi concetti al pubblico, lo fa intrattenenedo, mai risultando didascalica e, soprattutto, lo fa attraverso l’evoluzione dei due character principali: Naru (Sadat) e Qodrat (un ottimo Anwar Hashimi) che evolvono costantemente nella loro relazione, dapprima di perfetti sconosciuti e poi di colleghi. Il lavoro fatto per esemplificare i pregiudizi di entrambi è ottimo, così come lo è anche quello fatto sul contesto lavorativo e sociale dove i due vivono e lavorano. Un contesto in cui entrambi fanno parte e sono abituati a farne parte, ma che cercano di modificare a loro modo, lottando nel loro piccolo. E in tal senso l’evoluzione di Qodrat è molto più evidente.
Did you ever say “I love you” to your husband?
A chiudere questa recensione arriva un commento che non c’entra direttamente con il film ma col ritorno in tram dalla visione stampa della pellicola. Un ritorno accompagnato casualmente da due sconosciute impegnate in una discussione completamente casuale. Tutto normale, se non fosse che dalla discussione si scopre che una delle due è una docente universitaria che raccontava all’altra di come ad un altro docente universitario fosse stato intimato di cambiare il titolo del corso perché “troppo intimidatorio” nonostante il contenuto del corso (in questo caso: matematica) non fosse cambiato.
E cosa c’entra questo con No Good Men? C’entra perchè la donna ha poi proseguito con un altro esempio che, fatalità, è legato ad un altro corso chiamato “Femminismo” che a quanto pare è stato considerato come eccessivo e poco “attraente” per gli studenti. Una storia che ha fatto riflettere chi scrive queste righe perchè la visione di No Good Men, pur essendo una fotografia di una realtà che non ci appartiene, è ancora molto attuale in tutto l’Occcidente. Un Occidente dove in teoria vige la parità dei sessi, in teoria i diritti delle donne sono rispettati e, sempre in teoria, le donne non vengono picchiate.
Come dice il character di Shahrbanoo Sadat ad un certo punto nella pellicola: “in Afghanistan mancano dei “role model”” e pertanto per gli uomini afghani è quasi impossibile avere una figura di riferimento che li possa far evolvere verso una concezione della donna che non sia “semplicemente” una moglie e una madre di loro proprietà. E questo film, che verosimilmente non vedrà mai la luce in Afghanistan proprio per le tematiche che rischiano fortemente di compromettere il nuovo ecosistema creato dal nuovo governo dei Talebani che si è insediato proprio nel 2021, quando, non a caso, è ambientato il film.
Un gran bel film che è perfetto per un festival di una città irriverente, d’avanguardia ed estremamente inclusiva come Berlino. Andrebbe visto da chiunque, ma specialmente dal pubblico maschile per ricordare che le disuguaglianze ci sono e la parità dei sessi è una battaglia attuale anche nel mondo occidentale.
| TITOLO ORIGINALE: Kabul Jan REGIA: Shahrbanoo Sadat SCENEGGIATURA: Shahrbanoo Sadat INTERPRETI: Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah, Torkan Omari DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 103′ ORIGINE: Afghanistan, 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |



