Recensione A Voix Basse In A Whisper

À Voix Basse – In A WhisperTEMPO DI LETTURA 6 min

0
(0)

Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

Tornata in Tunisia per il funerale dello zio, Lilia è determinata a scoprire il mistero che circonda la sua morte, anche se ciò significa riportare alla luce segreti di famiglia ormai sepolti da tempo.

À Voix Basse si inserisce nel panorama del cinema nordafricano contemporaneo come un’opera profondamente intimista, capace di intrecciare il racconto di una vicenda privata con una riflessione politica e culturale di ampio respiro. Il ritorno di Lilia in Tunisia per il funerale dello zio Daly costituisce fin dall’inizio un pretesto narrativo per indagare una memoria familiare rimossa, costruita su silenzi, compromessi e colpe mai elaborate.
Il film si apre su un montaggio che sovrappone passato e presente, facendo convivere la Lilia adulta con l’immagine della sua infanzia, in un continuo slittamento temporale che suggerisce immediatamente come il viaggio fisico verso la terra d’origine sia anche un viaggio nella stratificazione dei ricordi. L’indagine sulla morte dello zio, presentata inizialmente come un mistero quasi poliziesco, si trasforma progressivamente in un percorso di scavo emotivo, in cui la protagonista è costretta a confrontarsi con le contraddizioni della propria famiglia e con le ferite lasciate dall’emarginazione.
La figura di Daly emerge così come un fantasma simbolico, incarnazione di tutte le esistenze spezzate dall’intolleranza sociale. Il suo passato, ricostruito attraverso lettere, fotografie e testimonianze frammentarie, racconta una vita vissuta nell’ombra, segnata da una doppia appartenenza impossibile: quella alla famiglia borghese tunisina e quella a una comunità affettiva clandestina. La sua morte, archiviata frettolosamente come naturale, diventa il segno definitivo di una rimozione collettiva che preferisce la pace apparente alla verità.

We ruined his life. Why allow dignity in death?

Al centro del film si colloca il rapporto tra Lilia e Alice, che rappresenta il vero motore emotivo della narrazione. La loro relazione si sviluppa lungo una linea di costante tensione tra intimità e paura, tra desiderio di visibilità e istinto di protezione. La stanza d’albergo, definita da Alice come l’unico luogo in cui possono essere davvero se stesse, assume un valore simbolico evidente: è uno spazio sospeso, temporaneo, sottratto per qualche ora allo sguardo giudicante della società.
Lilia, ingegnera emigrata per lavoro, incarna una forma di emancipazione solo parziale. Se professionalmente ha conquistato un’indipendenza rara nel contesto tunisino, sul piano affettivo rimane imprigionata in una rete di compromessi. Il suo continuo oscillare tra affermazione e ritirata, tra slanci di sincerità e improvvisi arretramenti, produce frustrazione in Alice, che percepisce il peso di una relazione sempre subordinata alle paure dell’altra.
Il film costruisce con attenzione questa dinamica, evitando facili polarizzazioni. Lilia non è mai presentata come vigliacca, né Alice come vittima passiva. Entrambe sono ritratte come soggetti attraversati da contraddizioni reali, costrette a negoziare quotidianamente il proprio spazio di esistenza in un contesto ostile. La scena in cui Lilia confessa pubblicamente la relazione ai parenti, salvo poi ridimensionarne subito la portata, rappresenta uno dei momenti più emblematici di questa ambivalenza.
La dimensione familiare costituisce uno degli assi portanti del film. La casa della nonna, con i suoi corridoi in penombra e le stanze cariche di memorie, diventa il teatro di un conflitto sotterraneo tra generazioni. La nonna rappresenta l’ordine tradizionale, fondato sulla rispettabilità e sull’occultamento delle deviazioni; la madre incarna invece una figura lacerata, segnata dall’esperienza traumatica del fratello e incapace di trasformare l’accettazione privata in un riconoscimento pubblico.
Particolarmente significativa è la frase pronunciata dalla madre: “We ruined his life. Why allow dignity in death?”. In essa si condensa l’intero paradosso morale del film. La famiglia, che ha contribuito all’emarginazione di Daly, si arroga ora il diritto di gestirne anche la memoria, depurandola da qualsiasi elemento scomodo. La verità viene sacrificata sull’altare della tranquillità domestica.
Il confronto tra madre e figlia in bagno rappresenta uno dei vertici drammatici dell’opera. In quella scena, la rabbia della madre non nasce soltanto dalla menzogna, ma dal timore di rivivere, attraverso Lilia, il trauma irrisolto del passato. Il desiderio che la figlia “abbia una vita più semplice” rivela un egoismo mascherato da protezione, che il film analizza senza indulgenza ma anche senza demonizzazioni.

We’re in the bedroom now, it’s just the two of us here.

Dal punto di vista formale, À Voix Basse si caratterizza per un approccio registico sobrio e controllato, in cui la messa in scena riflette costantemente lo stato emotivo dei personaggi. La casa familiare è filmata come uno spazio chiuso, quasi claustrofobico, dominato da ombre e corridoi stretti, mentre gli esterni appaiono spesso sospesi, mai veramente liberatori.
La progressione luminosa, dichiarata anche nelle note di regia, svolge un ruolo narrativo fondamentale. All’inizio, la luce filtra a fatica negli ambienti, suggerendo una condizione di opacità morale e affettiva. Con il procedere del racconto, essa diventa progressivamente più presente, fino a invadere gli spazi, accompagnando simbolicamente il processo di presa di coscienza della protagonista.
L’uso del controluce e delle zone d’ombra contribuisce a creare un’atmosfera di costante precarietà, in cui i personaggi sembrano sempre sul punto di essere risucchiati dall’invisibilità. Emblematica, in questo senso, è l’inquadratura dall’alto nel giardino, che suggerisce uno sguardo esterno minaccioso, reale o interiorizzato, sempre pronto a giudicare.
Anche il montaggio lavora per sovrapposizioni temporali, evitando una linearità rassicurante. I flashback, spesso ambigui, si inseriscono nel presente senza soluzione di continuità, rendendo visibile la persistenza del passato nella coscienza di Lilia.
Uno degli aspetti più rilevanti del film è la sua dimensione apertamente politica, pur declinata in forma intima. Il riferimento all’articolo 230 del codice penale tunisino non è un semplice dato informativo, ma costituisce il fondamento giuridico della paura che attraversa ogni gesto dei personaggi. La criminalizzazione dell’omosessualità trasforma l’amore in una pratica clandestina, costantemente esposta al ricatto e alla violenza.
Il locale gay, i giovani francesi che rifiutano di parlare, il testimone terrorizzato: tutti questi elementi delineano una geografia della paura che va ben oltre il caso specifico di Daly. Il film suggerisce come la repressione non produca soltanto vittime dirette, ma un intero ecosistema di silenzi, omissioni e complicità forzate.
In questo contesto, la scelta di rappresentare l’amore tra Lilia e Alice senza voyeurismo né compiacimento assume un valore fortemente politico. La regia insiste sulla tenerezza, sulla quotidianità, sulla vulnerabilità, spostando l’attenzione dalla trasgressione alla normalità dei sentimenti. Il corpo, lungi dall’essere spettacolarizzato, diventa uno spazio di resistenza.


À Voix Basse si configura come un’opera matura e coerente, capace di coniugare rigore formale, profondità emotiva e lucidità politica. La sua forza principale risiede nella capacità di trasformare una vicenda privata in una riflessione universale sulla costruzione dell’identità, sul peso della memoria e sulle forme quotidiane dell’oppressione.
Il film evita con intelligenza sia il melodramma facile sia il pamphlet ideologico, preferendo un tono misurato, spesso trattenuto, che valorizza le sfumature psicologiche. Particolarmente riuscita è la costruzione del personaggio di Lilia, mai ridotto a simbolo, ma sempre restituito nella sua complessità.
Alcuni passaggi investigativi risultano talvolta meno incisivi sul piano drammaturgico, e la componente “mistery” tende progressivamente a dissolversi senza una vera risoluzione narrativa. Tuttavia, questa scelta appare coerente con l’impianto complessivo dell’opera, che privilegia l’elaborazione emotiva rispetto alla soluzione del caso.
Nel complesso, À Voix Basse si impone come un film necessario, capace di dare forma visibile a un’esperienza sistematicamente negata, restituendole dignità, spessore e umanità.

TITOLO ORIGINALE: À Voix Basse
REGIA: Leyla Bouzid
SCENEGGIATURA: Leyla Bouzid
INTERPRETI: Eya Bouteraa, Hiam Abbass, Marion Barbeau, Feriel Chamari, Salma Baccar, Lassaad Jamoussi, Karim Rmadi
DISTRIBUZIONE: Memento
DURATA: 113′
ORIGINE: TUNISIA, 2025
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

Quanto ti è piaciuta la puntata?

0

Nessun voto per ora

Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Sleep No More recensione
Precedente

Monster Pabrik Rambut – Sleep No More

Staatsschutz Berlinale recensione
Prossima

Staatsschutz – Prosecution