Portobello 1×05 – Episodio 5TEMPO DI LETTURA 6 min

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Recensione Portobello 1x05L’aula di tribunale è il luogo in cui la modernità misura la propria fiducia nella verità, salvo poi scoprire quanto fragile sia l’architettura che pretende di custodirla. Ogni sistema giudiziario si fonda sull’aspirazione a distinguere il vero dal falso attraverso strumenti razionali, ma esistono momenti storici in cui tale distinzione si offusca fino a trasformarsi in un esercizio di autorappresentazione del potere. Il processo, anziché luogo di verifica, diventa quindi un dispositivo di legittimazione, capace di produrre coerenza anche quando la materia probatoria appare fragile o contraddittoria.
Il quinto episodio di Portobello mette in scena proprio questa zona d’ambiguità, in una forma quasi claustrofobica, facendo dell’aula bunker di Poggioreale un teatro dell’assurdo in cui la realtà viene riscritta attraverso dichiarazioni contraddittorie, omissioni tollerate e suggestioni amplificate. La data iniziale, 4 febbraio 1985, segna l’avvio del processo alla Nuova Camorra Organizzata, ma ciò che si celebra non è soltanto un procedimento penale, è il confronto tra la parola e la sua verificabilità, tra l’accusa e l’assenza di riscontri.

PAROLA DI PENTITO


Il fulcro dell’episodio risiede nella reiterazione delle dichiarazioni di Giovanni Pandico e Gianni Melluso, entrambi determinati a collocare Tortora all’interno della gerarchia camorristica come affiliato onorario. La narrazione processuale suggerisce che la coincidenza di tre testimonianze possa costituire elemento sufficiente per configurare responsabilità, riducendo la complessità del giudizio a un principio aritmetico. In tale prospettiva, la qualità dell’affermazione cede il passo alla quantità delle ripetizioni, e la verifica fattuale viene assorbita dalla rassicurante armonia di dichiarazioni – di criminali e assassini comprovati – che si confermano reciprocamente.
Bellocchio costruisce la tensione non attraverso colpi di scena, ma mediante l’insistenza sulle crepe interne dei racconti, lasciando che le incongruenze emergano senza bisogno di enfatizzarle. La forza dell’episodio sta proprio in questa sottrazione, che consente allo spettatore di cogliere la distanza tra l’apparente solidità dell’impianto accusatorio e la sua effettiva consistenza.
Uno dei momenti più significativi si consuma durante la deposizione di Nadia Marzano, la cui abitazione viene indicata come luogo simbolico dell’iniziazione camorristica di Tortora. La donna, visibilmente provata, prende le distanze dalle dichiarazioni rese in precedenza, ammettendo di non essere certa della presenza dell’imputato e di non conoscerlo personalmente. L’elemento perturbante non risiede tanto nella ritrattazione quanto nella reazione dell’organo giudicante, che considera comunque valida la versione istruttoria, attribuendo l’incertezza attuale a uno stato psicofisico compromesso. In questa scelta risiede la dimensione più inquietante dell’episodio, poiché la giustizia appare orientata non alla ricerca dinamica della verità, ma alla preservazione di una struttura narrativa già consolidata.

IL PESO DELLA RETORICA


L’episodio amplifica il clima di paranoia attraverso eventi che assumono immediatamente una valenza simbolica. Il suicidio in carcere di Salvatore Imperatrice, potenziale confermatore delle accuse, viene percepito come una coincidenza inquietante, mentre l’esplosione del container della madre di Pandico – già vittima indiretta del terremoto del 1980 – genera un’ulteriore catena di sospetti.
Quando Pandico arriva ad accusare Tortora di essere il mandante dell’omicidio della madre, la narrazione giudiziaria raggiunge il punto di massima torsione. L’accusa si fa mitomania, ma la mitomania viene accolta come contributo plausibile. Bellocchio non indulge mai nella caricatura esplicita; al contrario, lascia che la sproporzione emerga dalla compostezza della messa in scena, rendendo ancora più perturbante l’accettazione istituzionale dell’inverosimile.
Il confronto diretto tra Tortora e Melluso costituisce naturalmente uno dei vertici drammatici dell’episodio. Melluso si dimostra incapace di ricordare dettagli precisi, colma i vuoti con invenzioni sempre più elaborate, costruisce menzogne che si complicano nel tentativo di risultare credibili. La verità non viene cercata attraverso la coerenza interna del racconto, ma attraverso la sua capacità di produrre effetto.
In questa dinamica, l’interpretazione di Fabrizio Gifuni raggiunge una densità politica che trascende la mera imitazione. Il suo Tortora trattiene l’indignazione, misura le parole, rinuncia perfino a proclamare l’innocenza nei termini più diretti, su consiglio dell’avvocato, per non suggerire un’ombra di sospetto sull’imparzialità dei giudici. La rinuncia alla frase “sono innocente, come spero lo siate voi” diventa gesto tragico di autocontrollo, sacrificio retorico in nome di un equilibrio che non verrà comunque rispettato.
Il fatto che Tortora sia parlamentare europeo e goda dell’immunità aggiunge infine un ulteriore strato di ambiguità, come se la posizione istituzionale potesse essere letta non come garanzia ma come sospetto ulteriore. La difesa tenta di riportare il discorso sul terreno giuridico, ricordando che la parola del pentito dovrebbe aprire la via ai riscontri e non sostituirli. Tuttavia, ogni tentativo di razionalizzazione si infrange contro un impianto narrativo che ha già deciso la propria coerenza interna.

LA TRAGEDIA CIVILE DI UN MARTIRE LAICO


Parallelamente al processo, l’episodio mostra Melluso che si sposa, circondato da fotografi compiacenti. L’immagine pubblica del pentito si sovrappone alla sua funzione giudiziaria, in una commistione tra cronaca nera e mondanità che rivela la voracità mediatica dell’epoca. Il processo diventa spettacolo, e lo spettacolo condiziona il processo.
La sequenza in cui, prima del verdetto, alcuni presenti scommettono sull’esito della sentenza costituisce uno dei passaggi più amaramente emblematici. La giustizia viene ridotta a pronostico, a evento su cui puntare, come se l’aula bunker fosse un’arena sportiva. Quando il 17 settembre 1985 viene letta la sentenza – dieci anni di reclusione, 50 milioni di multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici per Tortora, e 3 anni per Melluso e Pandico – la sproporzione tra accuse, prove e condanna appare come compimento di un copione già scritto.
In questo episodio, Portobello abbandona quasi del tutto le digressioni oniriche per concentrarsi sulla nudità procedurale. La tragedia non nasce dall’eccesso visionario, ma dalla fedeltà a una realtà che supera ogni fantasia. La dimensione civile emerge con forza, trasformando Tortora in figura paradigmatica di una Repubblica che processa se stessa attraverso i propri errori. L’interpretazione di Gifuni restituisce un uomo schiacciato ma non piegato, capace di trasformare la sofferenza in rigore morale. L’assenza di enfasi melodrammatica rende ancora più potente l’impatto emotivo, perché la dignità non viene proclamata ma praticata, scena dopo scena.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Intensità dell’impianto processuale
  • Straordinaria interpretazione di Fabrizio Gifuni
  • Lucidità politica della messa in scena
  • Coerenza stilistica e rigore formale
  • Andamento volutamente reiterativo che può risultare ridondante per parte del pubblico

 

Questo penultimo episodio di Portobello trasforma l’aula bunker in specchio deformante della democrazia, mostrando come la parola possa diventare strumento di distruzione quando si emancipa dal controllo della prova. L’episodio assume così una forza civile che supera la cronaca e si impone come meditazione sul fallimento della giustizia. La sentenza finale non chiude soltanto un processo, ma sigilla una ferita collettiva, consegnando alla memoria televisiva un atto d’accusa contro l’illusione che la giustizia possa bastare a se stessa senza necessariamente passare per la verità.

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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