Recensione Peaky Blinders The Immortal Man

Peaky Blinders: The Immortal ManTEMPO DI LETTURA 6 min

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Ambientato nel 1940, alcuni anni dopo gli eventi conclusivi della serie televisiva, il film ritrova Tommy Shelby in una fase di apparente ritiro, lontano dall’impero criminale che aveva costruito a Birmingham. L’Europa è ormai precipitata nella Seconda guerra mondiale e l’ombra del nazismo incombe anche sul Regno Unito. Nel frattempo, una nuova generazione guida i Peaky Blinders, mentre intrighi politici, tradimenti familiari e complotti internazionali minacciano di trascinare nuovamente Tommy al centro della scena.

Nella sala del Filmhouse di Edimburgo, pochi istanti prima che la proiezione abbia inizio, è la voce registrata di Cillian Murphy a introdurre la pellicola con un breve messaggio rivolto al pubblico. L’invito è chiaro: custodire i segreti del film fino alla sua uscita globale su Netflix. Poi, come un sigillo perfettamente coerente con l’immaginario della saga, la frase finale cade nella sala con la glaciale autorevolezza di Tommy Shelby: “By order of the Peaky Blinders!”. Per questo motivo, onde evitare di ricevere lettere minatorie o pallottole “segnate” direttamente da Birmingham, questa recensione non conterrà spoiler.
Dopo sei stagioni televisive trasmesse tra il 2013 e il 2022, Peaky Blinders approda finalmente al formato cinematografico con un lungometraggio che si propone simultaneamente come continuazione narrativa e come possibile epilogo della saga. La sceneggiatura di Steven Knight sceglie di collocare la vicenda nel 1940, durante uno dei momenti più critici della storia britannica, quando il Paese affronta l’avanzata nazista e la devastazione dei bombardamenti tedeschi. Questo contesto storico conferisce alla narrazione un tono inevitabilmente più cupo e crepuscolare, ampliando l’orizzonte tematico della serie oltre i confini della criminalità urbana.
L’operazione appare chiaramente orientata a trasformare l’universo dei Peaky Blinders in una sorta di racconto epico sul declino, sulla memoria e sul peso della storia. In questo scenario, Tommy Shelby non è più soltanto un capo famiglia, ma una figura quasi mitologica che si muove tra il rimorso personale e la responsabilità politica. La scelta di comprimere una mitologia televisiva così vasta all’interno di un film di poco più di cento minuti produce inevitabilmente un ritmo narrativo più serrato rispetto alla serie, tuttavia, proprio questa densità contribuisce a creare un racconto dal tono più compatto e cinematografico.
Quando la storia riprende, Tommy Shelby vive lontano da Birmingham, ritirato in una dimora isolata e impegnato nella scrittura delle proprie memorie. Questo isolamento rappresenta una sorta di pausa esistenziale dopo decenni di violenza, manipolazioni politiche e tragedie familiari. Il personaggio appare segnato dai fantasmi del passato, tra lutti irrisolti e sensi di colpa che continuano a riaffiorare. Cillian Murphy offre ancora una volta un’interpretazione di straordinaria intensità, costruita su uno stile recitativo fatto di silenzi, sguardi e micro-espressioni che suggeriscono costantemente tensioni interiori molto profonde, e la sua presenza scenica rappresenta senza dubbio il fulcro emotivo dell’intero film.

Once, I nearly got fucking everything. But nearly doesn’t count.

Parallelamente alla crisi esistenziale del protagonista, il film introduce con maggiore decisione il tema del passaggio generazionale. L’eredità della gang non è più nelle mani della vecchia guardia, ma di figure più giovani e imprevedibili, e tra queste emerge la figura inquieta e ambiziosa di Erasmus “Duke” Shelby, figlio di Tommy, interpretato da Barry Keoghan, e figura caratterizzata da un’energia estremamente caotica e da una crescente ambiguità morale. La sua interpretazione restituisce perfettamente l’idea di una nuova generazione cresciuta in un mondo devastato dalla guerra e priva di punti di riferimento stabili, a cui si aggiungono rabbia e risentimento per l’abbandono da parte del padre, allontanatosi da Birmingham.
Il contrasto tra la disciplina strategica di Tommy Shelby e l’impulsività di questa nuova generazioni di Peaky Blinders rappresenta uno dei motori drammatici principali del film. In questo senso, The Immortal Man riflette implicitamente su ciò che accade quando un mito criminale sopravvive troppo a lungo alla propria epoca, e il risultato è un conflitto non soltanto familiare, ma anche simbolico, nel quale la vecchia concezione del potere si scontra con una generazione più nichilista e disillusa.
Per la prima volta, grazie all’ambientazione nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, la saga affronta in modo diretto la minaccia del nazismo, trasformando la criminalità organizzata dei protagonisti in una forza potenzialmente allineata con la difesa nazionale, e ampliando ulteriormente la portata narrativa dell’universo di Peaky Blinders. Questo spostamento tematico introduce una dimensione quasi paradossale, in cui figure moralmente ambigue come Duke si confrontano con un male storico di portata ancora maggiore, incarnato dal John Beckett di Tim Roth. Pur risultando meno carismatico di personaggi come l’ispettore Chester Campbell, il mafioso italiano Luca Changretta e il gangster ebreo Alfie Solomons, Beckett, nel suo essere vigliacco, spregevole e spietato, si configura come un avversario altrettanto pericoloso, e il risultato è una narrazione che sfiora il territorio del racconto di resistenza, pur mantenendo intatta la brutalità tipica della serie. La presenza di un antagonista legato all’ideologia nazi-fascista non solo intensifica la tensione narrativa, ma colloca l’intera vicenda in un contesto politico più ampio, trasformando il racconto criminale in una riflessione potente e inquietante sulle zone grigie della storia europea e sulle ambiguità morali che ne plasmano il corso.

The world don’t give a fuck about me, and I don’t give a fuck about the world.

Dal punto di vista visivo, la regia di Tom Harper cerca di trasportare sul grande schermo l’estetica che aveva reso iconica la serie televisiva. Le immagini di una Birmingham devastata dai bombardamenti e immersa nel fango industriale contribuiscono a creare un’atmosfera potente e malinconica. La fotografia enfatizza contrasti cromatici freddi e paesaggi urbani segnati dalla distruzione, rafforzando l’idea di un mondo in progressiva disgregazione. Allo stesso tempo, il film conserva alcuni degli elementi stilistici che hanno reso celebre la serie, come l’uso anacronistico della musica – da segnalare assolutamente due cover favolose di Angel e Teardrop dei Massive Attack – e l’attenzione maniacale per costumi e scenografie, e questo equilibrio tra spettacolarità e degrado visivo mantiene viva la sensazione che l’universo dei Peaky Blinders sia sempre sospeso tra eleganza estetica e cieca brutalità.
Un altro elemento centrale del film riguarda la costante presenza della memoria. Molti dei personaggi storici della serie non sono più presenti, ma la loro assenza continua a influenzare le scelte narrative e psicologiche dei protagonisti. Il film sembra consapevole della propria natura di capitolo conclusivo o quantomeno di passaggio, e proprio per questo insiste spesso sul tema dell’eredità. L’intera vicenda appare attraversata da una malinconia sottile, come se ogni decisione dei personaggi fosse accompagnata dalla consapevolezza di appartenere ormai a un mondo destinato a scomparire. Questa tensione tra nostalgia e rinnovamento rappresenta uno degli aspetti più affascinanti della pellicola, che tenta di conciliare la memoria della serie con la necessità di aprire nuove direzioni narrative.


Peaky Blinders: The Immortal Man si configura come un capitolo ambizioso che prova a trasformare l’epica televisiva di Tommy Shelby in un racconto cinematografico dal respiro più storico e crepuscolare. Pur condensando una mitologia estremamente complessa all’interno di una durata relativamente contenuta, il film riesce a preservare gran parte del fascino che ha reso celebre la serie. Il risultato è un’opera imperfetta ma affascinante, sostenuta soprattutto dalla magnetica interpretazione di Cillian Murphy e da un’atmosfera visiva capace di evocare con forza la decadenza di un’intera epoca.

 

TITOLO ORIGINALE: Peaky Blinders: The Immortal Man
REGIA: Tom Harper
SCENEGGIATURA: Steven Knight
INTERPRETI: Cillian Murphy, Rebecca Ferguson, Tim Roth, Sophie Rundle, Barry Keoghan, Stephen Graham
DISTRIBUZIONE: Netflix
DURATA: 112′
ORIGINE: Regno Unito, 2026
DATA DI USCITA: 06/03/2026 (cinema selezionati), 20/03/2026 (Netflix)

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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