
Il finale della miniserie esplode in un crescendo di violenza che rende omaggio al film di Scorsese, pur lasciando qualche dubbio in fase di scrittura.
L’ultimo episodio di Cape Fear è quello che, più di tutti, rivela il legame con la versione cinematografica del 1991, nonché l’evidente influenza del produttore Martin Scorsese. Questo soprattutto nella rappresentazione della furia cieca del protagonista e nell’esplosione di violenza che emerge nella seconda parte del finale.
Non che il buon Jonathan Van Tulleken, regista della puntata, non se la cavi anche per conto suo (d’altra parte è uno dei registi della pluripremiata Shogun), ma è indubbio che anche questo finale sia molto debitore del lascito scorsesiano che caratterizza tutta la trama orizzontale e la sua estetica. Ciò si nota soprattutto nella fotografia, che riesce a ricreare (in maniera un po’ patinata ma efficace) lo stato d’animo dei propri protagonisti.
MAX CADY ON FIRE
Max Cady: “So that’s, this day will come… Iustitia, Ignis, Fulgor et Fulmen… Today is the day, and you are the judge!”
E, fra tutti questi, non si può non citare il Max Cady interpretato dal solito ottimo Javier Bardem. Che qui mette in mostra tutta la sua pazzia e la sua ferocia nei confronti della famiglia Bowden. Insieme a lui, come contraltare, un’altrettanto ottima performance di Amy Adams che, nell’introduzione all’episodio, regala una scena quasi da film western in cui il faccia a faccia fra i due si gioca tutto sulla mimica più che sui dialoghi o sulla reazione finale di Max (che comunque risulta ben costruita).
Tutto questo accade solo nella prima parte di un episodio strutturato in due sezioni. Ma è nella seconda parte che il protagonista sembra trasformarsi in una sorta di “angelo vendicatore” dotato di superpoteri, come arrampicarsi su un tetto sotto un acquazzone. Un espediente narrativo che amplifica la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di mostruoso e quasi paranormale. Certo, il tutto può sembrare un po’ esagerato, ma d’altronde finora lo show si è distinto per una violenza pensata per colpire soprattutto a livello visivo, quindi in questo contesto funziona.
QUALCHE PROBLEMA DI SCENEGGIATURA
Già da qui si può notare un leggero difetto dello show, più volte evidente anche negli altri episodi: la mancanza di una struttura coerente. L’episodio parte abbastanza bene con la costruzione della tensione, per poi perdersi un po’ in barocchismi esagerati nella seconda parte. Già dall’ingresso (con un balzo che neanche Spider-Noir) di Max all’interno della casa fino al successivo scontro con la famiglia Bowden, sono presenti alcune scelte narrative che fanno rientrare il tutto nel classico cliché da action-thriller. Forse anche un po’ troppo, dal momento che alcuni plot twist sembrano proprio rivelare una certa “pigrizia” da parte degli sceneggiatori. I quali, evidentemente, cercavano il modo più rapido di sbrigare una volta per tutte le storylines presenti. Ma lo spettatore, ormai avvezzo a tali prodotti, non può certo non accorgersene. Non è certamente un grosso difetto (almeno in questo caso), ma rischia di vanificare tutto lo sforzo che, invece, fanno regia e cast nel tenere in piedi un drama a tutto tondo che non vuole essere un banale thriller e basta, come era stato finora lo show.
“L’ODIO CHE MOVE IL SOLE…”
Un esempio su tutti è il monologo finale di Max Cady, che sembra il classico monologo del “cattivo” usato per prendere tempo nella maniera più stupida (mentre Natalie tranquilla riesce a liberarsi dai lacci senza essere vista). O il fatto che il finale sia fatto apposta per una vera e propria “caccia al gatto e topo” fra Max e Natalie per poi concludersi con l’ultima “battaglia finale” in cui l’intera famiglia Bowden ritrova l’unità famigliare contro Max. D’altra parte, checché ne dica il Sommo Poeta, più che l’amore è l’odio che “move il sole e le altre stelle“.
È stato infatti quello a far partire tutto. Da Max che cercava vendetta nei confronti dei Bowden, a Zack che si dà una svegliata solo quando (finalmente) capisce di essere stato preso in giro da Max. Fino a Tom (Patrick Wilson) che da personaggio più razionale dello show si trasforma in colui che risolve la situazione sfogando tutta la sua rabbia inespressa. D’altronde è sempre stato questo il significato ultimo di Cape Fear: dimostrare che la violenza si nasconde anche nelle persone più insospettabili. E che può esplodere in qualunque momento, soprattutto quando si è sotto minaccia.
CHI HA VINTO DAVVERO?
Proprio Tom rappresenta la sintesi migliore dell’intera miniserie. È lui a compiere il percorso di trasformazione più significativo, arrivando a difendere la propria famiglia mettendo da parte ogni freno morale. La sua vittoria, però, è davvero tale?
L’ultima scena mostra una famiglia Bowden apparentemente ricompattata, ma segnata da ferite psicologiche profonde e dalla consapevolezza di non essere poi così diversa dal proprio persecutore. È questo dilemma morale, lasciato volutamente aperto, a rappresentare probabilmente la parte più riuscita del finale.
Restano invece più sacrificati Zack e Natalie, che finiscono per essere utilizzati soprattutto come strumenti narrativi senza un’evoluzione realmente all’altezza del resto del cast.
Si tratta comunque di difetti contenuti all’interno di una miniserie che, pur inciampando proprio sul traguardo finale, riesce a confermarsi una delle proposte televisive più interessanti dell’anno riuscendo a guadagnarsi così il suo Save.
THUMBS UP 👍
- Scena iniziale
- Javier Bardem
- Amy Adams
- Tom e la sua evoluzione finale
- Regia thriller-gotica e riferimenti alla pellicola del 1991
THUMBS DOWN 👎
- Rivelazione delle colpe di Max bella ma un po’ anticlimatica
- Alcuni plot twist un po’ troppo telefonati e finale da cliché
- Zack e Natalie






