
Alex Gibney dedica quasi quattro ore a Elon Musk, costruendo un ritratto critico tra tecnologia, finanza, politica, potere e costruzione della propria immagine pubblica.
Sinossi
Alex Gibney ricostruisce in quasi quattro ore la parabola pubblica e privata di Elon Musk, dagli inizi nella Silicon Valley alla crescita di Tesla e SpaceX, passando per Twitter/X, intelligenza artificiale e politica. Un’indagine sul potere di uno degli uomini più influenti e controversi del nostro tempo.
Continua il ricchissimo percorso documentaristico dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ma se Oasis: Don’t Look Back In Anger aveva costruito un enorme abbraccio collettivo rivolto ai fan della band britannica, Musk percorre la strada diametralmente opposta.
A firmarlo è Alex Gibney, documentarista premio Oscar e autore di opere come Enron: The Smartest Guys In The Room e Taxi To The Dark Side, già passato anche dalle parti di Recenserie come produttore e regista di The Looming Tower.
Questa volta l’oggetto dell’indagine è Elon Musk: imprenditore, uomo simbolo di Tesla e SpaceX, proprietario dell’universo X/xAI e figura ormai capace di esercitare un’influenza che va ben oltre la semplice tecnologia. Musk non vuole però essere una biografia celebrativa: è soprattutto un’indagine sul modo in cui potere, denaro, comunicazione e costruzione dell’immagine pubblica possono finire per sovrapporsi.
GIÀ POLEMICA
Era praticamente impossibile che un documentario di quasi quattro ore su Elon Musk arrivasse sugli schermi senza generare polemiche. Il diretto interessato aveva infatti attaccato il progetto di Gibney già quando era ancora in lavorazione, definendolo preventivamente un “hit piece”, nonostante non lo avesse ancora visto.
Gibney aveva nel frattempo provato a coinvolgerlo direttamente, ricevendo però un rifiuto. Una circostanza importante, perché spiega in parte la struttura del documentario: Musk è continuamente presente attraverso materiale d’archivio, dichiarazioni pubbliche, testimonianze e persino una sua ricostruzione digitale, ma non può rispondere direttamente alle accuse e alle interpretazioni formulate dagli intervistati.
Tra questi figurano l’ex moglie Justine Musk, Ashley St. Clair, la giornalista tecnologica Zoë Schiffer, il cofondatore di Tesla Martin Eberhard e Geoffrey Hinton, uno dei nomi fondamentali nello sviluppo moderno dell’intelligenza artificiale.
Il risultato è una maratona di 225 minuti che tenta di seguire Musk dagli inizi nella Silicon Valley fino alla crescente centralità acquisita nella politica americana e nel rapporto con Donald Trump. Non è un ritratto neutrale e, dopo pochi minuti, non prova nemmeno particolarmente a sembrarlo. Gibney ha una tesi precisa e costruisce il film per dimostrarla.
CHI È ELON MUSK?
Il percorso comincia inevitabilmente dalla Silicon Valley e dalle prime imprese tecnologiche di Musk, passando da Zip2 e X.com fino alla nascita di PayPal, per poi arrivare alla crescita di Tesla e alla fondazione di SpaceX.
È qui che Gibney comincia a mettere in discussione una delle immagini più radicate attorno al personaggio: quella dell’inventore solitario capace di creare praticamente dal nulla ogni azienda associata al proprio nome. Il documentario insiste invece sulla capacità di Musk di individuare progetti promettenti, attirare capitali, costruire squadre altamente qualificate e soprattutto trasformare continuamente sé stesso nel principale strumento di marketing delle proprie aziende.
La prima parte non è comunque completamente demolitoria. L’interesse di Musk per lo spazio e la fantascienza appare autentico, così come la capacità di spingere settori tecnologici stagnanti verso obiettivi estremamente ambiziosi. Persino alcune sue storiche preoccupazioni sui rischi dell’intelligenza artificiale vengono presentate come inizialmente sincere.
Ma progressivamente Gibney introduce un’altra lettura. Attraverso testimonianze di familiari, ex collaboratori e persone che hanno lavorato direttamente con lui, emerge il ritratto di un uomo ossessionato dalla competizione, dal controllo della narrazione e dall’esigenza di essere sempre percepito come protagonista del futuro.
Particolarmente importante è la testimonianza di Justine Musk, perché permette al film di collegare il personaggio pubblico a dinamiche molto più personali. Non tanto per stabilire una diagnosi psicologica, quanto per mostrare come gli stessi comportamenti descritti nelle aziende e nello spazio pubblico vengano raccontati anche all’interno dei suoi rapporti privati.
LA VITA È UN VIDEOGAME
È proprio qui che Gibney individua una delle chiavi interpretative più interessanti dell’intero documentario: il rapporto di Musk con i videogiochi. Non semplicemente come hobby, ma quasi come modello attraverso cui leggere la realtà.
Secondo il film, Musk tende a trasformare continuamente il mondo in una serie di livelli, problemi, avversari e obiettivi da superare. Un approccio che aiuta a spiegare la competizione incessante, la necessità di individuare costantemente un nemico e soprattutto la convinzione che qualsiasi sistema possa essere smontato e ricostruito seguendo regole differenti.
Gibney porta questa lettura fino alle conseguenze più estreme: se la realtà viene interpretata come una simulazione o un gioco, anche le persone rischiano di diventare semplicemente variabili all’interno di un sistema da ottimizzare. Una tesi sicuramente provocatoria, ma che permette al documentario di collegare episodi molto diversi della carriera di Musk attraverso un’unica linea interpretativa.
Non sorprende quindi che il regista scelga di utilizzare un avatar artificiale di Musk, visivamente vicino all’immaginario di Cyberpunk 2077, facendogli pronunciare dichiarazioni realmente rilasciate dal miliardario nel corso degli anni. È probabilmente il dispositivo più controverso del documentario, ma anche uno dei più coerenti con il suo soggetto.
MUSK CONTRO MUSK
È soprattutto sull’intelligenza artificiale che emergono alcune delle contraddizioni più interessanti. Musk ha per anni messo in guardia pubblicamente contro i rischi di una tecnologia incontrollata, ma oggi è contemporaneamente uno dei protagonisti della corsa all’IA attraverso xAI e Grok.
Una contraddizione diventata particolarmente evidente anche di recente, quando Musk ha annunciato la volontà di utilizzare Grok Imagine per realizzare un adattamento dell’Odissea interamente generato attraverso l’intelligenza artificiale. Un esempio perfetto di come la figura descritta da Gibney continui a oscillare tra avvertimenti sui pericoli della tecnologia e desiderio di essere personalmente alla guida della sua evoluzione.
Lo stesso vale per la politica. Il documentario segue il progressivo avvicinamento di Musk a Donald Trump e alla destra americana, trasformando quello che originariamente doveva essere un film più breve sulla sua carriera imprenditoriale in qualcosa di molto più ampio: un’indagine sul modo in cui il potere tecnologico possa trasformarsi direttamente in potere politico e culturale.
È probabilmente qui che Musk diventa davvero interessante anche per chi conosce già gran parte delle vicende raccontate. Gibney non cerca soltanto di mettere in fila scandali o controversie, ma tenta di individuare il filo comune che collega automobili, razzi, social network, IA, denaro e politica.
UN RITRATTO DI PARTE
Il principale limite del film coincide però inevitabilmente con la sua forza. Gibney ha una tesi molto chiara su Elon Musk e le quasi quattro ore vengono utilizzate soprattutto per costruire e rafforzare quella tesi.
Questo non significa che il documentario non riconosca successi, intuizioni o capacità imprenditoriali del protagonista. Ma è evidente che l’obiettivo finale sia smontare progressivamente il mito del “genio visionario” per mostrare ciò che, secondo Gibney, esiste dietro quella costruzione pubblica.
L’assenza di una partecipazione diretta di Musk rende inevitabilmente il film più sbilanciato, anche se lo stesso rifiuto del protagonista diventa parte della storia raccontata. Il documentario funziona quindi meglio se interpretato non come una biografia definitiva e perfettamente neutrale, ma come un’enorme requisitoria cinematografica supportata da testimonianze, materiale d’archivio e anni di ricerca.
La durata è certamente impegnativa e qualche passaggio avrebbe potuto essere asciugato. Ma è difficile uscire dalla sala con la sensazione che le quasi quattro ore non abbiano almeno aggiunto qualcosa alla comprensione di un personaggio sul quale apparentemente è già stato detto tutto.
Musk rimane quindi uno dei ritratti più completi e stimolanti realizzati finora sul personaggio: divisivo, esplicitamente critico e certamente non imparziale, ma ricchissimo di materiale sull’intreccio contemporaneo tra tecnologia, finanza, comunicazione e politica. Proprio per questo il THANK è pienamente meritato.
Link utili







