
Jannis Lenz racconta tre adolescenti emarginati tra bullismo, social media e bisogno di sentirsi davvero visti, in un coming-of-age originale ma non sempre compiuto.
Sinossi
Quando il video di uno studente che minaccia i propri compagni diventa virale, a scuola si innesca una spirale di violenza sempre più difficile da controllare. Schiacciati dalla pressione di insegnanti e genitori, tre ragazzi emarginati trovano rifugio in un bosco poco distante, dove il gioco si trasforma progressivamente in rituale e il dolore diventa una via di fuga.
Dalla sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia arriva un film non perfetto, ma sicuramente più originale e meno prevedibile di quanto possa sembrare a prima vista. Oase, distribuito internazionalmente con il titolo Oasis, è il primo lungometraggio di finzione di Jannis Lenz e affronta adolescenza, bullismo e pressione sociale attraverso lo sguardo di tre ragazzi che non riescono a trovare il proprio posto all’interno della comunità scolastica.
Il cyberbullismo è certamente uno degli elementi centrali, ma il film guarda in realtà a qualcosa di più ampio: cosa significa crescere in una società nella quale ogni comportamento può essere registrato, estrapolato dal proprio contesto e trasformato in un’identità pubblica? È una dinamica che Recenserie aveva già affrontato anche parlando di Adolescence, dove scuola e social media diventavano strumenti attraverso cui giudicare adolescenti molto prima di comprenderli.
Lenz cerca però una prospettiva differente. Gli adulti non sono necessariamente malvagi o indifferenti: sono soprattutto incapaci di leggere davvero quello che sta succedendo. Insegnanti e genitori osservano continuamente i ragazzi, li discutono, li classificano e provano a controllarli, ma raramente sembrano realmente ascoltarli. Ed è proprio questa distanza a trasformare progressivamente il bosco nell’unico luogo in cui Andy, Lukas e Maja possono provare a definire sé stessi fuori dalle etichette imposte dagli altri.
FRA PAINTBALL E BOSCHI
Tutto comincia quando il video di Andy, interpretato da Anton Petzold, che minaccia alcuni compagni di scuola diventa virale. Le immagini mostrano una minaccia evidente, ma non tutto ciò che è successo prima: Andy è a sua volta vittima di un bullismo costante e il film utilizza proprio questa omissione per mettere immediatamente in discussione il valore delle immagini quando vengono separate dal proprio contesto.
La scuola reagisce convocando riunioni, genitori e studenti, ma il sistema sembra incapace di affrontare un problema che non possiede una soluzione semplice. Nel frattempo Andy stringe un rapporto sempre più stretto con il timido Lukas, interpretato da Florian Geißelmann, con il quale condivide la passione per il paintball.
A loro si aggiunge Maja, interpretata da Mathilda Smidt, una ragazza esuberante ma anch’essa considerata una sorta di freak dai propri coetanei. I tre iniziano così a frequentarsi lontano dalla scuola, costruendo nel bosco uno spazio nel quale il controllo degli adulti sembra finalmente scomparire.
Paintball, prove di resistenza e piccoli rituali fisici diventano progressivamente qualcosa di più di semplici giochi. I tre utilizzano il dolore e il contatto fisico per verificare i propri limiti e soprattutto per costruire un’intimità che non riescono a trovare altrove.
È proprio questa vicinanza a preoccupare ulteriormente gli adulti, in particolare il padre di Lukas, interpretato da Godehard Giese, che è anche insegnante nella stessa scuola e osserva Andy soprattutto attraverso la reputazione che ormai lo precede.
OSSERVATI MA NON VISTI
Sebbene Oase – Oasis parli esplicitamente di bullismo e cyberbullismo, la tematica centrale diventa così quella delle relazioni umane e della comunicazione. Lenz costruisce il film attorno a giovani costantemente osservati ma raramente realmente visti: una generazione che impara molto presto cosa mostrare agli altri e cosa nascondere.
È esattamente quello che accade ad Andy. Un singolo video diventa sufficiente per definirlo pubblicamente, mentre tutto ciò che ha preceduto quello sfogo scompare. Il ragazzo non viene più percepito come un adolescente complesso, ma semplicemente come il protagonista di quelle immagini.
Anche gli adulti partecipano a questo meccanismo. La scuola sembra interessata soprattutto a gestire il problema e ridurre il rischio, mentre genitori e insegnanti cercano continuamente una soluzione immediata a dinamiche che richiederebbero invece ascolto e comprensione.
A fare da contraltare sono proprio Andy, Lukas e Maja. Il bosco diventa la loro vera “oasi”: un luogo lontano dalle videocamere degli smartphone, dalle chat dei genitori e dalla pressione scolastica, dove possono provare a ridefinire le proprie regole.
La fuga nella natura non viene però romanticizzata completamente. Anche lì riaffiorano violenza, gerarchie e fragilità. Il film sembra suggerire che sottrarsi temporaneamente allo sguardo degli altri non significhi automaticamente liberarsi da tutto ciò che quello sguardo ha prodotto.
TRE RAGAZZI AI MARGINI
È soprattutto attraverso i tre protagonisti che il film trova la propria identità. Anton Petzold costruisce in Andy un personaggio che oscilla continuamente fra aggressività e vulnerabilità, rendendo difficile ridurlo semplicemente alla categoria di vittima o bullo.
Florian Geißelmann interpreta invece Lukas come il più osservatore del gruppo, un adolescente che sembra quasi sempre reagire agli eventi più che provocarli. Il rapporto con il padre offre alla storia una dimensione ulteriore: l’uomo vorrebbe avvicinarsi al figlio ma, proprio in quanto genitore e insegnante, continua a guardarlo attraverso categorie e preoccupazioni che rendono quella vicinanza sempre più difficile.
Maja introduce invece una forma diversa di marginalità. Estroversa e apparentemente molto più sicura di sé, nasconde a sua volta un bisogno di appartenenza che emerge soprattutto nei momenti rituali condivisi nel bosco.
Il film funziona maggiormente quando evita di spiegare troppo questi ragazzi e permette semplicemente di osservarli. Lenz utilizza spesso inquadrature lunghe e composizioni molto controllate, soprattutto nelle sequenze nella natura, lasciando agli interpreti il compito di rendere visibile quella combinazione di tenerezza, rabbia e bisogno di contatto che definisce il loro rapporto.
FINALE TROPPO MONCO
È però proprio nella parte conclusiva che l’obiettivo di Jannis Lenz appare riuscito soltanto in parte. I tre protagonisti sono certamente originali e lontani da alcuni degli stereotipi più abusati del teen drama, ma la loro rappresentazione diventa talvolta eccessivamente naïve e finisce quasi per romanticizzare alcuni comportamenti autodistruttivi.
La tensione cresce progressivamente fino alle scene finali e il film sembra prepararsi a un vero punto di rottura. Quando la violenza esplode, però, il risultato appare stranamente artificioso e produce meno coinvolgimento emotivo di quanto la lunga preparazione avrebbe fatto immaginare.
Il problema maggiore rimane quindi il finale volutamente ellittico. Lenz sceglie di interrompere il racconto senza offrire una vera risoluzione, lasciando allo spettatore il compito di immaginare le conseguenze di quanto appena accaduto. Una soluzione coerente con un film che non vuole dare risposte semplici, ma che arriva dopo 118 minuti e rischia inevitabilmente di sembrare più incompleta che realmente aperta.
Oase – Oasis rimane comunque un coming-of-age interessante e visivamente molto curato, capace di affrontare bullismo, social media e incomunicabilità generazionale attraverso una prospettiva meno giudicante del previsto. Il montaggio e soprattutto la fotografia valorizzano molto le sequenze nel bosco, mentre il lavoro sui tre protagonisti offre diversi spunti riusciti. La freddezza di alcuni passaggi e un finale troppo monco impediscono però al film di andare oltre un SAVE.








