
Una riflessione ambiziosa sul diritto di raccontare il dolore degli altri, soffocata però da una narrazione troppo lenta e dispersiva.
Sinossi
Agata arriva a Sarajevo da Sydney con l’intenzione di scrivere un romanzo sulla guerra, ma il suo progetto viene presto messo in discussione dalle persone che incontra. Mentre alcune opere d’arte provocatorie iniziano misteriosamente a scomparire, Agata si ritrova a interrogarsi sul senso del proprio lavoro. Saranno proprio le storie e i momenti quotidiani vissuti durante il soggiorno a cambiare il suo modo di raccontare la guerra e a farle comprendere la responsabilità di chi sceglie di trasformare la realtà in una storia.
Presentato in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 2026, Agata the Writer di Kuba Dorabialski parte da un tema complesso e importante: il diritto di raccontare il dolore degli altri.
Al centro del film c’è Agata, scrittrice di origine polacca che vive in Australia e arriva a Sarajevo con l’intenzione di scrivere un romanzo sulla guerra e sull’assedio della città. Un progetto che inizialmente sembra quasi ingenuo, ma che il contatto con la realtà e con le persone del luogo porta progressivamente a mettere in discussione.
Il problema è che, nonostante la forza degli argomenti affrontati, il film finisce per perdersi proprio nel modo in cui sceglie di raccontarli.
UNA STORIA CON UN’APPARENTE DIREZIONE
Agata arriva a Sarajevo con l’idea di utilizzare la città come ambientazione per il proprio romanzo. Ma quello che trova è un luogo ancora profondamente segnato dalle ferite della guerra, abitato da persone per cui quel conflitto non rappresenta semplicemente un capitolo della storia.
Ascoltando testimonianze e racconti, la protagonista comprende gradualmente che non può trasformare quella tragedia in un semplice sfondo narrativo. Raccontare significa assumersi una responsabilità, soprattutto quando si parla di un dolore che non si è vissuto direttamente.
È il nucleo più interessante del film e anche quello che avrebbe potuto offrire maggiori possibilità narrative. Dorabialski sceglie però di affrontarlo attraverso una lentezza esasperata, che finisce per indebolire non solo il ritmo, ma anche la forza dei concetti che vorrebbe trasmettere.
UN MISTERO INUTILIZZATO
Il film sembra inizialmente seguire un percorso abbastanza definito, ma ben presto comincia a deviare senza trovare una vera destinazione. A un certo punto sembra addirittura voler introdurre un elemento più dinamico attraverso la misteriosa sparizione di alcuni quadri e vasi dalla casa in cui soggiorna Agata.
L’inserimento del mistero lascia pensare che Agata the Writer possa aprirsi verso una dimensione narrativa diversa, magari capace di dare maggiore movimento a una storia fino a quel momento molto statica.
Ma anche questo elemento finisce per perdersi nel resto del film, senza riuscire a costruire una vera tensione o a trovare una funzione narrativa convincente. È come se il film continuasse ad aprire nuove strade senza percorrerne davvero nessuna fino in fondo.
DAL CINEMA ALL’AUDIOLIBRO
Il problema diventa ancora più evidente nel finale. Quello che probabilmente nasce come un esperimento formale e come un modo per immergere lo spettatore nel romanzo di Agata finisce per spezzare definitivamente il rapporto con la narrazione.
La protagonista comincia a leggere direttamente i capitoli del proprio libro rivolgendosi alla macchina da presa, mentre occasionalmente compaiono immagini dei luoghi descritti. È una sequenza che occupa circa venti minuti del film e che abbandona quasi completamente la narrazione cinematografica tradizionale per entrare direttamente nella storia scritta dalla protagonista. :chatgpt-content-reference{index=”3″}
L’idea è chiara: trasformare il film quasi in un audiolibro accompagnato da immagini. È una scelta che può avere una sua coerenza con il discorso di Dorabialski sul rapporto tra cinema, letteratura e videoarte.
Sul piano dell’esperienza dello spettatore, però, il risultato è molto più problematico. La narrazione si spegne proprio nel momento in cui dovrebbe arrivare a una conclusione, lasciando spazio a una sequenza estremamente statica e dilatata.
UN ESPERIMENTO CHE SPEGNE IL FILM
Il limite principale di Agata the Writer non è quindi ciò che vuole raccontare, ma il modo in cui decide di farlo. La riflessione sulla responsabilità dell’artista, sul diritto di raccontare traumi storici e sulla distanza tra chi osserva e chi ha vissuto direttamente una tragedia è certamente interessante.
Tuttavia, la lentezza diventa progressivamente un ostacolo. Storia, immagini, dialoghi e ritmo sembrano sottrarsi continuamente allo spettatore, fino a rendere difficile mantenere alta l’attenzione. E quando questa viene meno, anche le riflessioni più interessanti rischiano di non arrivare al pubblico.
Il messaggio che Agata the Writer vuole lasciare può anche essere profondo, ma il percorso scelto per arrivarci è così lento e dispersivo da rischiare di farlo scomparire. Le idee ci sono, ma la forma scelta da Dorabialski finisce troppo spesso per soffocarle: KILL.








