
Alba Rohrwacher è il volto di un sistema aziendale che trasforma benessere, fragilità e persone in KPI, performance e costi da gestire.
Sinossi
A 43 anni, Carla è una dirigente affermata che ha costruito la propria carriera mettendo spesso il lavoro davanti alla vita privata. Da poco nominata responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda, deve conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla dirigenza. Quando scopre un caso di management tossico, il confine tra compromesso e compromissione diventa sempre più sottile, fino a spingerla verso un punto di rottura.
Tra i numerosi film francesi presentati all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé si distingue per uno sguardo particolarmente lucido e poco accomodante sul mondo del lavoro contemporaneo.
Il film, presentato in concorso e successivamente premiato con il Premio per la Migliore Sceneggiatura assegnato a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce, prosegue il lungo interesse del regista francese per i rapporti tra individui, aziende e potere. Questa volta, però, la prospettiva cambia: al centro non c’è il lavoratore schiacciato dalla direzione, ma una dirigente che appartiene contemporaneamente al sistema e ne subisce le regole.
Carla, interpretata da Alba Rohrwacher, è una responsabile delle Risorse Umane apparentemente sicura e competente che nasconde profonde fragilità. Il suo compito è quasi paradossale: garantire il benessere dei dipendenti senza compromettere performance, produttività e obiettivi economici.
Un Bon Petit Soldat racconta così un sistema in cui anche empatia, inclusione e felicità rischiano di diventare semplicemente altre variabili da misurare.
IL LAVORO COME SISTEMA
Il film prende esplicitamente ispirazione dagli studi dello psichiatra e psicanalista francese Christophe Dejours sulla psicodinamica del lavoro e sui meccanismi attraverso cui le organizzazioni riescono a ottenere adesione e obbedienza anche da chi dovrebbe percepirne le contraddizioni.
Brizé traduce queste idee in situazioni estremamente riconoscibili da chi abbia mai lavorato all’interno di una grande azienda. Riunioni, KPI, campagne di comunicazione interna, obiettivi trimestrali e strategie per migliorare la cosiddetta employee experience diventano il linguaggio attraverso cui il sistema cerca continuamente di rappresentarsi come più umano di quanto sia realmente.
Già nelle prime scene emerge il conflitto tra inclusione e risultati economici. Carla deve promuovere un’immagine aziendale moderna e attenta alle persone, ma ogni proposta viene immediatamente sottoposta alla stessa domanda implicita: quanto costa e quale ritorno produce?
Il film non costruisce necessariamente una morale semplice. Andare incontro a ogni esigenza dei dipendenti può effettivamente comportare dei costi e un’azienda rimane, per definizione, una struttura orientata anche al profitto. Il punto interessante è piuttosto osservare cosa accade quando il valore economico diventa l’unico linguaggio attraverso cui qualsiasi scelta viene interpretata.
LA FELICITÀ È UN KPI
È soprattutto nella rappresentazione del cosiddetto benessere aziendale che Un Bon Petit Soldat diventa più ironico. Workshop sulla felicità, esercizi collettivi, team building e momenti motivazionali vengono presentati come strumenti attraverso cui migliorare il clima interno senza modificare realmente le condizioni che lo hanno reso problematico.
La contraddizione è evidente: l’azienda produce stress, competizione e insicurezza, per poi organizzare attività destinate a insegnare ai dipendenti come gestire meglio quello stesso stress.
Brizé non deve nemmeno esasperare troppo la situazione per renderla satirica, perché una parte del comico nasce proprio dalla familiarità di certe dinamiche. Un’ora trascorsa a parlare delle proprie emozioni o ad applaudire insieme può diventare paradossalmente un altro compito da completare, un altro appuntamento in calendario e persino un’altra metrica attraverso cui dimostrare che il benessere aziendale esiste.
Persino la felicità finisce così per trasformarsi in performance.
IL PICCOLO SOLDATO DEL SISTEMA
Al centro di tutto rimane però Carla. Le sue insicurezze sono evidenti fin dalle prime scene, nel modo in cui affronta meeting e presentazioni senza riuscire mai a lasciarsi andare completamente, come se qualsiasi errore potesse improvvisamente dimostrare che non merita realmente la posizione raggiunta.
È precisamente il tipo di fragilità individuato dallo stesso Brizé nelle riflessioni di Dejours: Carla ha imparato a proteggersi utilizzando il linguaggio della forza, della performance e della competenza assoluta. Più si sente vulnerabile, più cerca di apparire inattaccabile.
La situazione cambia quando emerge un caso di management tossico ai danni di una dipendente. Carla comprende la gravità di ciò che sta accadendo e inizialmente cerca di intervenire, ma continua a farlo dall’interno delle stesse regole che hanno permesso a quella situazione di svilupparsi.
È qui che il titolo assume pienamente significato. Carla è un “buon piccolo soldato”: esegue, media, cerca soluzioni e prova a proteggere le persone senza mai mettere realmente in discussione la struttura alla quale ha affidato buona parte della propria identità.
Più il conflitto aumenta, più l’empatia iniziale lascia spazio alla frustrazione e poi a una forma di aggressività passiva. Carla diventa progressivamente vittima dello stesso meccanismo che dovrebbe contribuire a controllare.
IL POTERE NON DEVE URLARE
A rendere ancora più interessante questa dinamica è Vincent Lindon, qui utilizzato da Brizé in maniera quasi opposta rispetto a molte delle loro precedenti collaborazioni. Se in film come La Legge Del Mercato o In Guerra Lindon incarnava spesso l’uomo schiacciato dal sistema, in Un Bon Petit Soldat si trova dall’altra parte della scrivania.
Il suo Arnaud Boronat è un CEO pragmatico, carismatico e perfettamente consapevole delle proprie priorità. Non ha bisogno di comportarsi come un padrone dispotico vecchio stile: ascolta, ragiona, utilizza un linguaggio apparentemente logico e riesce quasi sempre a presentare anche le decisioni più dure come conseguenze inevitabili della realtà aziendale.
È proprio questo a renderlo efficace. Il potere contemporaneo non ha necessariamente bisogno di urlare per essere violento. Una volta interiorizzate le sue logiche, sono gli stessi dipendenti e dirigenti a riprodurle autonomamente.
Carla è la dimostrazione più evidente di questo processo. Anche quando Arnaud non è presente, continua comunque a ragionare attraverso le categorie che lui rappresenta.
IL LAVORO ENTRA IN CASA
La trasformazione di Carla non riguarda soltanto l’ambiente professionale. Il film mostra progressivamente come il modello di comportamento richiesto dall’azienda finisca per contaminare anche la vita privata, soprattutto nel rapporto con il figlio.
Non si è davanti alla consueta rappresentazione della madre in carriera divorata dai sensi di colpa perché trascorre troppo tempo in ufficio. La questione è più interessante: Carla riproduce tra le mura domestiche la stessa logica della performance che subisce sul lavoro.
È esigente, severa e incapace di accettare facilmente l’errore, non necessariamente perché non ami il figlio ma perché vorrebbe proteggerlo da quella stessa sensazione di inferiorità e vulnerabilità che lei conosce fin troppo bene.
Il risultato è naturalmente opposto. Il suo essere un “bravo soldato” diventa uno strumento di pressione anche all’interno della famiglia, fino a creare una frattura nel rapporto con il bambino, che preferisce trascorrere più tempo con il padre.
È uno degli aspetti più riusciti della sceneggiatura perché impedisce di trasformare Carla in una semplice vittima. Il sistema la danneggia, ma lei stessa contribuisce a riprodurne i meccanismi sulle persone che le stanno vicino.
LUCIDO, MA NON SEMPRE AGILE
Un Bon Petit Soldat funziona maggiormente quando osserva queste dinamiche con freddezza senza trasformarle in una lezione morale. Il mondo aziendale descritto da Brizé non è semplicemente tossico: è soprattutto calcolatore, capace di trasformare qualsiasi rapporto umano in un costo, un rischio o un indicatore di performance.
La sceneggiatura premiata a Venezia riesce proprio perché evita di dividere il mondo in maniera troppo semplice tra vittime innocenti e carnefici assoluti. Carla è entrambe le cose. Arnaud può apparire cinico ma possiede una propria logica. Persino alcune esigenze dell’azienda non sono completamente irragionevoli: è il sistema complessivo a produrre progressivamente comportamenti disumanizzanti.
Il limite principale rimane una certa lentezza. Alcune situazioni vengono reiterate più del necessario, soprattutto nei workshop e nelle sequenze che insistono sull’assurdità della retorica aziendale. Anche qualche dialogo tende a esplicitare concetti che il film aveva già comunicato attraverso le immagini.
Rimane comunque un’opera estremamente contemporanea e capace di lasciare una riflessione che va ben oltre il semplice ambiente professionale. Brizé costruisce un ritratto credibile di un sistema nel quale tutto viene misurato, fino al momento in cui anche le persone iniziano a misurare sé stesse nello stesso modo: THANK.








