
La reunion degli Oasis diventa un atto d'amore per i Gallagher e per generazioni di fan, tra concerti, riconciliazione e memoria collettiva.
Sinossi
Il trionfale tour Oasis Live ’25 riunisce Liam e Noel Gallagher dopo anni di separazione. Attraverso concerti, prove, backstage, interviste e le storie dei fan, il documentario racconta non soltanto il ritorno degli Oasis, ma il legame emotivo che la loro musica continua a creare tra generazioni diverse.
All’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non ci sono soltanto grandi opere di fiction. Tra i titoli presentati fuori concorso ce n’è infatti uno destinato quasi inevitabilmente ad attirare l’attenzione: Oasis: Don’t Look Back In Anger. E il motivo è piuttosto semplice: si sta “solo” parlando di una delle band britanniche più importanti degli ultimi trent’anni.
Il progetto è ideato e scritto da Steven Knight, creatore di Peaky Blinders, che affida la regia a Dylan Southern e Will Lovelace, già esperti di documentari musicali.
Il risultato è un racconto di oltre due ore costruito attorno al tour Oasis Live ’25, la reunion che nel 2025 ha riportato insieme Liam e Noel Gallagher dopo sedici anni. Ma più che limitarsi a celebrare il ritorno sul palco della band, il documentario prova a capire perché gli Oasis continuino a significare così tanto per milioni di persone sparse in tutto il mondo.
CHIEDI CHI ERANO GLI OASIS
Per i pochi che ancora non conoscessero le vicende dei fratelli Gallagher, gli Oasis sono una band rock inglese nata a Manchester all’inizio degli anni Novanta. Al centro del fenomeno ci sono da sempre Liam e Noel Gallagher, frontman e principale autore della band, due fratelli capaci di costruire insieme un fenomeno mondiale e contemporaneamente di alimentare uno dei rapporti più esplosivi della storia recente della musica.
È Noel a guidare inizialmente lo spettatore attraverso la storia degli Oasis: dagli inizi a Manchester al successo planetario, passando per concerti entrati nella storia, milioni di dischi venduti e una popolarità che in pochi anni travolge la band. Parallelamente aumentano però anche tensioni, litigi e incomprensioni, fino alla rottura definitiva del 2009 dopo una violenta discussione dietro le quinte prima di un concerto a Parigi.
Il documentario utilizza però tutto questo quasi soltanto come premessa. La vera storia che vuole raccontare comincia molti anni dopo, quando il ritorno degli Oasis nel 2025 diventa un evento globale apparentemente capace di rimettere insieme non soltanto Liam e Noel, ma anche un pubblico che nel frattempo ha attraversato più generazioni. Il film trasforma così una reunion musicale in qualcosa di molto più grande: un racconto sulla nostalgia, sul tempo trascorso e sulla possibilità di ricominciare.
I FRATELLI GALLAGHER
Senza troppi giri di parole, coerentemente con il personaggio che ha costruito nel corso degli anni, è proprio Liam Gallagher ad ammettere alcuni dei propri eccessi e le responsabilità nel deterioramento del rapporto con il fratello. Non significa assistere a una conversione improvvisa: Liam continua a essere Liam, con tutta la strafottenza che ne ha sempre caratterizzato l’immagine pubblica.
Il film evita però di spiegare fino in fondo come si sia arrivati alla riconciliazione. Ed è forse anche questo uno dei suoi limiti maggiori: chi cerca un’indagine minuziosa sulle ragioni economiche, personali o familiari dietro la reunion potrebbe restare parzialmente deluso. Southern, Lovelace e Knight preferiscono concentrarsi sul risultato, mostrando prove, backstage e soprattutto le prime interviste congiunte dei Gallagher dopo oltre vent’anni.
È proprio questo ritratto sorprendentemente intimo dei due fratelli a diventare uno degli aspetti più interessanti del documentario. Lo spettatore più cinico potrebbe naturalmente chiedersi quanto ci sia di autentico e quanto faccia parte della costruzione mediatica della reunion. Ma, almeno mentre scorrono le immagini, il dubbio passa in secondo piano: il film riesce a costruire una storia di riconciliazione familiare decisamente efficace, anche perché raccontata da autori che sembrano essere i primi ad amare sinceramente la band.
UN FILM PER I FAN
Il vero protagonista di Oasis: Don’t Look Back In Anger, però, finisce progressivamente per diventare il pubblico degli Oasis. Una comunità globale composta da persone di età, provenienze e generazioni completamente diverse. Ed è qui che l’operazione di Knight, Southern e Lovelace trova forse la propria intuizione migliore.
Seguendo le varie tappe del tour, il documentario racconta le storie di alcuni fan, il loro rapporto personale con la band e soprattutto il motivo per cui determinate canzoni hanno finito per accompagnare momenti fondamentali delle loro vite. A quel punto il soggetto del film non è più semplicemente Liam, Noel o la reunion: è il potere che la musica e l’esperienza collettiva di un concerto possono esercitare sulle persone.
Gli stessi Gallagher ammettono di non riuscire a spiegare fino in fondo perché canzoni scritte trent’anni fa continuino ad avere un impatto enorme anche su ragazzi nati molto dopo il periodo d’oro della band. Il documentario non cerca realmente una risposta teorica: preferisce mostrarla. Volti che cantano, persone che piangono, folle che si abbracciano e interi stadi che trasformano una canzone in un’esperienza collettiva.
Oasis: Don’t Look Back In Anger è quindi, senza alcun tentativo di nasconderlo, un film realizzato da fan degli Oasis per altri fan. Due ore nelle quali poter rivivere il tour e cantare brani come Little By Little, Wonderwall e naturalmente Don’t Look Back In Anger. Magari anche commuovendosi mentre li si canta, come successo a chi sta scrivendo questa recensione. Il BLESS, in questo caso, è praticamente inevitabile.
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