
Gabriel Gutierrez Morales racconta due solitudini che s'incontrano a Tijuana, tra amore queer, esilio e identità digitale.
Sinossi
A Playas de Tijuana, Maksim, giovane queer fuggito dalla Russia per evitare l’arruolamento nella guerra in Ucraina, conosce attraverso un’app di incontri Chava, un uomo gay di mezza età alle prese con il machismo del Messico settentrionale. Quando la loro relazione esce dal mondo virtuale, entrambi devono confrontarsi con le ferite lasciate dai rispettivi esili.
Prendendo spunto anche dalle proprie esperienze personali, il regista messicano Gabriel Gutierrez Morales costruisce con Tijuana, Todavía un ritratto originale e sorprendentemente maturo della comunità queer messicana. Il film fonde commedia e dramma attraverso l’incontro tra il meccanico messicano Chava, interpretato da Humberto Busto, e Maksim, giovane queer russo interpretato da Petr Filimonov.
L’incontro permette soprattutto a Morales di esplorare il rapporto tra identità reale e identità digitale, utilizzando app d’incontri, social network e comunicazione online non come semplici elementi di contorno, ma come parte essenziale della vita dei protagonisti.
Il risultato è uno dei film più riusciti della sezione Biennale College Cinema dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dopo gli interessanti esperimenti di Demetra In Esilio e Gu Shi.
L’AMORE AI TEMPI DELLE APP
Vera protagonista del racconto è inevitabilmente la città che dà il nome al film. Tijuana è una città giovane, in rapida crescita e soprattutto un crocevia della migrazione internazionale. Una realtà che, come sottolineato dallo stesso Morales, il cinema ha spesso ridotto a un’immagine fatta quasi esclusivamente di violenza e criminalità.
È qui che si incontrano Chava e Maksim. Il primo vive a Tijuana e frequenta quasi compulsivamente le app d’incontri, costruendo online una versione di sé stesso che non sempre corrisponde alla realtà. Maksim è invece arrivato dalla Russia dopo essere fuggito dal rischio di arruolamento nella guerra in Ucraina e utilizza il mondo digitale anche per mantenere vivo il legame con la vita che ha lasciato alle proprie spalle.
I due si conoscono attraverso un’app e, dopo diverse resistenze soprattutto da parte di Maksim, decidono di portare il rapporto fuori dal mondo virtuale. Inizia così un breve ma intenso percorso sentimentale nel quale entrambi sono costretti a confrontarsi non soltanto con l’altro, ma soprattutto con le identità che hanno costruito per proteggersi. Il finale evita la conclusione più prevedibile e permette a entrambi di sciogliere almeno parte delle questioni rimaste in sospeso nelle rispettive vite.
DUE SOLITUDINI
Morales racconta la vicenda con un tono quasi neorealista e documentaristico, mantenendo sempre una certa distanza dai propri personaggi. Chava e Maksim hanno entrambi difetti evidenti, ma la sceneggiatura non prova mai né a giustificarli né a condannarli. È piuttosto il ritratto esistenziale di due solitudini che si incontrano mentre entrambe stanno vivendo una forma diversa di esilio.
Per Maksim l’esilio è prima di tutto geografico e politico: deve continuamente spostarsi, allontanandosi da un Paese che continua però a esistere nelle immagini e nei ricordi pubblicati online. Per Chava la fuga è invece soprattutto interiore. La relazione con Maksim finirà infatti per dargli il coraggio necessario ad affrontare aspetti della propria identità che aveva a lungo tenuto nascosti, compreso il rapporto con il fratello machista e omofobo.
Il vero tema del film diventa così l’uso della comunicazione digitale e il modo in cui questa può ridefinire o plasmare una persona. Da un lato il mondo online permette di costruire immagini distorte di sé stessi; dall’altro offre uno spazio nel quale persone isolate possono incontrarsi, conoscersi e persino comprendere meglio la propria identità. Morales evita intelligentemente di stabilire se questa dimensione digitale sia positiva o negativa: mostra semplicemente quanto sia ormai inseparabile dalla vita reale dei suoi protagonisti.
UN DRAMEDY QUEER
Tutto questo non significa però che Tijuana, Todavía sia una pellicola che si prende costantemente sul serio. Al contrario, il film conserva una forte componente da commedia, pur arrivando a un finale inevitabilmente agrodolce. Scene più intense e scontri verbali tra i protagonisti convivono con momenti ironici e volutamente leggeri.
Da questo punto di vista va soprattutto lodata l’interpretazione di Humberto Busto, anche produttore del film, capace di rendere Chava un personaggio goffo, impulsivo e imprevedibile, in perfetto contrasto con il carattere più introverso e malinconico di Maksim. La chimica tra Busto e Petr Filimonov è probabilmente il vero punto di forza dell’intera pellicola.
Morales costruisce così un’opera prima che prova consapevolmente a sottrarre il cinema queer messicano agli stereotipi e alle narrazioni esclusivamente traumatiche. Un percorso che prosegue idealmente il lavoro già intrapreso dal regista con cortometraggi come Boyslut e A Certain Kind.
Tijuana, Todavía è un dramedy queer originale, umano e sorprendentemente maturo, capace di raccontare amore, solitudine, esilio e identità digitale senza trasformare i protagonisti in semplici simboli. Uno degli esperimenti più convincenti di Biennale College Cinema e un THANK decisamente meritato.







