
Milly Alcock prova a dare corpo a una Supergirl più cupa e ferita, ma il nuovo film DC spreca gran parte del potenziale di Woman of Tomorrow.
Sinossi
Kara Zor-El attraversa la galassia insieme a Krypto, lontana dalla luminosità eroica spesso associata al nome dei Kryptoniani. Quando la giovane Ruthye Marye Knoll le chiede aiuto per ottenere giustizia contro Krem delle Colline Gialle, Supergirl si ritrova coinvolta in un viaggio interstellare fatto di vendetta, dolore e scelte morali sempre più difficili.
Il punto di partenza di questa recensione di Supergirl, film DC con Milly Alcock, è il rapporto tra aspettative e realtà. In un mondo che si muove sempre più velocemente e dove la continua lotta per l’attenzione porta lo spettatore ad avere uno span sempre più ridotto, la qualità di un prodotto, insieme a un’ottima campagna marketing, diventa l’unica vera differenza tra un progetto destinato a imporsi e uno destinato a sgonfiarsi in pochi giorni. Questo vale ancora di più quando si parla di un film come Supergirl, nuovo tassello del DC Universe dopo Superman e produzione dal budget importante, chiamata non solo a introdurre davvero Kara Zor-El sul grande schermo, ma anche a dimostrare che il rilancio orchestrato da James Gunn e Peter Safran può reggere anche fuori dall’orbita diretta di Superman.
Il punto di partenza, almeno sulla carta, era fortissimo perchè il film attinge a piene mani dalla famosissima Supergirl: Woman Of Tomorrow, la miniserie in otto numeri firmata da Tom King e Bilquis Evely pubblicata tra il 2021 e il 2022. Non un riferimento secondario, ma una delle storie che più hanno ridefinito Kara attraverso una prospettiva aspra, malinconica e lontana dall’immagine più solare spesso associata al personaggio. Il problema è che, nella trasposizione cinematografica, qualcosa va storto quasi subito: la sensazione di trovarsi davanti a un film di serie B è palese fin dalle prime battute.
SUPERGIRL, IL FILM DC CHE ADATTA WOMAN OF TOMORROW
Come nella graphic novel, al centro c’è un viaggio nello spazio insieme a Krypto, ma anche l’incontro con Ruthye Marye Knoll, giovane aliena determinata a ottenere giustizia per l’uccisione del padre da parte di Krem delle Colline Gialle. È da qui che il materiale originale traeva la sua forza: non solo dall’avventura cosmica, ma dal contrasto tra epica supereroistica, dolore personale e racconto di formazione. Una miscela che, se tradotta con attenzione, poteva offrire al film una statura più adulta e una voce nettamente distinta all’interno del nuovo universo DC.
Il film di Craig Gillespie e Ana Nogueira, però, interviene parecchio su quella struttura, come confermano anche le differenze raccolte da GamesRadar. Ruthye, che nel fumetto era la vera narratrice della storia e contribuiva a costruire il mito di Supergirl attraverso il proprio sguardo, qui perde molto peso e finisce spesso per essere una semplice compagna di viaggio. Viene eliminato il lungo salto temporale legato al destino di Krem, il timer di Krypto viene reso più esplicito e meccanico, sparisce una tappa importante come Maypole, che nel fumetto serviva a ragionare sul male sistemico, e manca completamente Comet the Super-Horse. Al loro posto arrivano Lobo e qualche intervento di Superman, utili più a collegare il film al DCU che a rafforzare davvero la storia. Il risultato è un adattamento riconoscibile nelle premesse ma molto più piatto nell’impatto emotivo.
RUTHYE, KREM E UNA SCENEGGIATURA CHE NON REGGE
Il problema di Supergirl non risiede soltanto nell’essere una versione annacquata di Woman Of Tomorrow. È qualcosa di più generalizzato, che si estende alla costruzione dei personaggi e alla tenuta stessa della sceneggiatura. Eve Ridley, nei panni di Ruthye Marye Knoll, non riesce mai davvero a bucare lo schermo. Il personaggio dovrebbe essere il detonatore morale del racconto, la ferita da cui parte il viaggio, la controparte emotiva di Kara. Invece diventa spesso una presenza piatta e superficiale, più una palla al piede che una reale spinta narrativa. Il confronto con la versione fumettistica è impietoso, perché lì Ruthye aveva voce, prospettiva e centralità; qui sembra soprattutto qualcuno da proteggere, spostare, rincorrere.
Non va meglio con Krem delle Colline Gialle, interpretato da Matthias Schoenaerts, villain che dovrebbe incarnare una minaccia brutale e disturbante ma finisce per risultare più dimenticabile che temibile. A peggiorare il quadro c’è una sceneggiatura piena di passaggi fragili, buchi di trama e scorciatoie nascoste da un montaggio ricco di sbavature. Alcuni character scompaiono e riappaiono in luoghi completamente diversi a distanza di pochissimo tempo, mentre la componente temporale viene gestita in modo confuso: Krypto è avvelenato, Kara ha solo tre giorni per recuperare l’antidoto, eppure non si percepisce mai davvero l’urgenza del tempo che passa. Un problema enorme per una trama costruita, almeno in teoria, su un conto alla rovescia.
MILLY ALCOCK TIENE A GALLA IL FILM
In tutto questo, la responsabilità non può ricadere su Milly Alcock. Anzi, è proprio lei a tenere in qualche modo a galla un film che intorno a lei fatica costantemente a trovare una forma convincente. La sua Kara è dichiaratamente opposta rispetto a Superman: meno luminosa, meno fiduciosa, meno pronta a trasformare il dolore in ottimismo. Una Supergirl depressa, ferita, rabbiosa, che prova comunque a fare la cosa giusta anche quando sembra non avere più alcuna voglia di credere davvero nella bontà dell’universo. L’idea è interessante, e Alcock la porta sullo schermo con una fisicità nervosa e uno sguardo spesso più efficace delle battute che le vengono affidate.
Il resto del cast, però, non la sostiene abbastanza. Jason Momoa nei panni di Lobo ha presenza e carisma, ma resta una parentesi più rumorosa che necessaria; David Corenswet appare per pochissimo, giusto il tempo di ribadire il contrasto tra Kara e Kal-El; mentre tutto ciò che ruota attorno a Ruthye e Krem resta troppo debole per dare davvero peso al viaggio. La sensazione, più in generale, è quella di un film che avrebbe potuto risolversi molto più velocemente e che invece si prende tempo per raccontare una storia piuttosto banale, mascherandola da percorso interiore più cupo e adulto di quanto non sia davvero.
UN FINALE MIGLIORE DEL FILM
Senza entrare troppo nei dettagli, il finale è paradossalmente una delle cose più interessanti di Supergirl. La scelta conclusiva di Kara la separa nettamente dai principi di tantissimi altri supereroi, suo cugino compreso, e funziona proprio perché arriva da una ferita che il personaggio si porta dietro per tutto il film. È una soluzione apprezzabile per il modo in cui mette Supergirl davanti a un confine morale più ambiguo e meno rassicurante del solito.
Il problema è che un buon finale non basta a giustificare i novanta minuti abbondanti che lo precedono. Supergirl voleva essere una risposta più sporca, cosmica e malinconica alla solarità di Superman, ma troppo spesso sembra solo un film che confonde la depressione con la profondità e la ruvidità con la complessità. La promessa di Woman Of Tomorrow resta visibile sotto la superficie, ma il film non riesce quasi mai a trasformarla in cinema davvero memorabile. E per un progetto nato per mostrare quanto Kara Zor-El potesse essere diversa, autonoma e necessaria, è un’occasione mancata pesante.






