
Ritorno A Buenos Aires di Marco Bechis affronta il trauma della dittatura argentina attraverso il ritorno di un sopravvissuto, tra memoria, giustizia e colpa per essere rimasto vivo.
Sinossi
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra (Adriano Giannini) torna in Argentina per testimoniare contro gli ex militari responsabili della sua prigionia durante la dittatura. Insieme ad altri sopravvissuti, attende il momento della deposizione e si confronta con persone e luoghi legati a un passato mai realmente concluso. Il processo diventa così l’occasione per riportare alla luce una memoria rimasta dolorosamente sospesa.
Il cinema di Marco Bechis torna a confrontarsi con la dittatura argentina attraverso una storia di finzione che nasce da una ferita autobiografica, ma sceglie di non trasformarla in confessione. Ritorno A Buenos Aires osserva infatti il trauma da una distanza particolare, quella di chi è sopravvissuto e, proprio per questo, è costretto a convivere con una domanda impossibile da risolvere.
La scelta è significativa soprattutto considerando la storia personale del regista, anch’egli sequestrato durante la dittatura argentina. Ritorno A Buenos Aires non è però un’autobiografia mascherata, è piuttosto un tentativo di avvicinarsi, attraverso la finzione, a una verità che la memoria individuale fatica a contenere. Il risultato è un film severo e doloroso, non sempre perfettamente equilibrato nella costruzione drammatica, ma attraversato da una riflessione potente sulla colpa di essere rimasti vivi.
CIÒ CHE RIMANE DOPO LA VIOLENZA
Il punto di forza di Ritorno A Buenos Aires risiede nella scelta di spostare l’attenzione dalla dittatura come evento storico alla sua permanenza nella coscienza di chi l’ha attraversata. Non interessa soltanto raccontare ciò che è accaduto, ma osservare cosa rimane quando la violenza è terminata, i responsabili vengono processati e la vita sembra aver preso un’altra direzione.
Mariano porta con sé un’esistenza costruita altrove, lontana dall’Argentina e apparentemente separata da quella stagione. Il ritorno dimostra però quanto quella distanza sia fragile. I luoghi, i volti e soprattutto gli incontri con altri sopravvissuti riattivano una memoria che non procede secondo una logica lineare, ma attraverso improvvise associazioni, reazioni fisiche e frammenti emotivi.
È proprio il corpo, più ancora delle parole, a diventare uno degli strumenti attraverso cui Bechis rappresenta il trauma. Un ordine impartito, un gesto apparentemente insignificante o la presenza di una persona legata alla prigionia possono riportare Mariano dentro una condizione psicologica dalla quale il tempo non lo ha mai liberato completamente.
Il protagonista non è l’uomo che torna per ottenere semplicemente giustizia, ma è un individuo profondamente compromesso dall’esperienza vissuta, costretto a confrontarsi anche con le zone più ambigue della propria memoria. Ed è proprio questa imperfezione a rendere il suo percorso credibile e dolorosamente umano.
LA COLPA DEL SOPRAVVISSUTO
La domanda posta da Bechis – che cosa significa sopravvivere? – rappresenta il vero centro gravitazionale del film. La risposta non può essere trovata in una sentenza, perché nessuna condanna può restituire gli anni perduti, cancellare la violenza subita o risarcire completamente chi non è sopravvissuto.
La cosiddetta colpa del sopravvissuto assume quindi una dimensione quasi esistenziale. Mariano è vivo mentre altri non lo sono più; ha costruito una vita mentre altre esistenze sono state spezzate; può raccontare ciò che è accaduto mentre molte vittime non hanno mai avuto questa possibilità. La testimonianza diventa pertanto un dovere, ma anche una forma di confronto con un debito impossibile da saldare.
Particolarmente interessante è il modo in cui il film suggerisce che la vittima possa continuare a essere prigioniera anche dopo la fine della prigionia. Il campo non esiste più soltanto come luogo fisico, sopravvive nei comportamenti, nelle paure e nei riflessi condizionati. La libertà esterna non coincide necessariamente con quella interiore, e il ritorno in Argentina rende visibile proprio questa frattura.
In questo senso, la dimensione processuale non costituisce il punto d’arrivo tradizionale di un racconto giudiziario. La giustizia può identificare i responsabili, ricostruire i fatti e pronunciare una sentenza, ma non possiede gli strumenti per intervenire sulle conseguenze più intime della violenza.
LA MATERIALIZZAZIONE DEL TRAUMA
La componente autobiografica conferisce a Ritorno A Buenos Aires una particolare gravità. Bechis conosce direttamente la realtà che racconta, ma sceglie consapevolmente di non interpretare Mariano come un proprio alter ego.
La finzione diventa uno spazio di elaborazione. Non serve a rendere il racconto meno autentico, ma al contrario permette di avvicinarsi a una dimensione emotiva che la semplice ricostruzione documentaristica potrebbe non riuscire a raggiungere. Mariano è un personaggio, ma attraverso di lui il regista può interrogare una condizione che appartiene a una generazione intera di sopravvissuti.
Anche la regia segue questa impostazione, privilegiando una messa in scena essenziale, quasi trattenuta. La violenza non viene trasformata in spettacolo e il passato non viene continuamente mostrato per produrre un effetto emotivo facile.
È una scelta coerente con un cinema che considera la memoria non come un archivio ordinato, ma come qualcosa di fisico, irregolare e spesso incontrollabile. E il film trova le immagini più efficaci proprio quando lascia che il passato emerga senza essere spiegato completamente, trasformando alcuni luoghi e alcune presenze in una sorta di materializzazione del trauma.
QUALCHE IMPERFEZIONE
Dove Ritorno A Buenos Aires mostra qualche limite è nella costruzione della parte giudiziaria, che tende ad accelerare proprio quando il racconto sembrerebbe avere bisogno di maggiore profondità. L’attesa precedente al processo possiede una tensione psicologica tale, che la parte processuale vera e propria appare talvolta troppo rapida e meno capace di restituire tutta la complessità emotiva accumulata.
Il problema non riguarda tanto la volontà di evitare il melodramma, quanto il fatto che alcune conseguenze della testimonianza avrebbero potuto beneficiare di un’elaborazione più ampia. Il film sceglie la sottrazione, ma in determinati momenti la sottrazione rischia di diventare ellissi, lasciando alcune dinamiche emotive meno sviluppate di quanto il materiale avrebbe consentito.
Ritorno A Buenos Aires non promette una liberazione definitiva, ma suggerisce che riconoscere ciò che è accaduto possa rappresentare almeno l’inizio di una diversa forma di convivenza con il proprio dolore. È un’opera imperfetta nella costruzione del processo, ma profondamente coerente nella riflessione sulla memoria, sulla sopravvivenza e sulla necessità di testimoniare.







