
Nino di Walter Fasano racconta Nino Rota oltre il cinema, attraverso musica, memoria e testimonianze che restituiscono la complessità di uno dei più grandi compositori italiani del Novecento.
Sinossi
Nino di Walter Fasano è un ritratto del grande compositore italiano Nino Rota, autore di alcune delle colonne sonore più celebri della storia del cinema e, al tempo stesso, di un’importante produzione di musica “assoluta”. Attraverso la voce narrante di Sting, materiali d’archivio e testimonianze di musicisti, registi e personalità che ne hanno conosciuto l’opera, il documentario ripercorre la vita e la sensibilità di un artista capace di attraversare il Novecento senza lasciarsi definire da un’unica epoca. Dal sodalizio con Federico Fellini fino alle collaborazioni con Visconti, Zeffirelli e Coppola, il film racconta un compositore la cui musica continua a vivere oltre le immagini per cui è stata scritta.
Ci sono compositori che il cinema ha reso immortali e altri che, attraverso il cinema, sono stati paradossalmente ridotti a una sola dimensione. Nino Rota appartiene alla seconda categoria: il suo nome è indissolubilmente legato alle immagini di Federico Fellini, Luchino Visconti, Franco Zeffirelli e Francis Ford Coppola, ma la sua opera eccede continuamente il concetto stesso di colonna sonora. Nino, documentario diretto da Walter Fasano, nasce proprio dalla necessità di restituire a quell’opera una complessità che la memoria cinematografica rischia di aver cancellato.
Il film non costruisce una biografia lineare, né tenta di trasformare Rota in un monumento. Attraverso la voce narrante di Sting, materiali d’archivio, fotografie e testimonianze internazionali, Fasano preferisce procedere per associazioni, incontri e suggestioni, seguendo una logica più musicale che cronologica. È una scelta particolarmente appropriata per un artista la cui esistenza sembra essere stata inseparabile dalla musica stessa.
Il risultato è un documentario che non pretende semplicemente di ricordare un grande compositore, ma prova a comprendere perché le sue melodie continuino a possedere una vitalità così difficile da circoscrivere.
NON SOLO COLONNE SONORE
Il primo merito di Nino consiste nel sottrarre Rota all’immagine, ormai quasi automatica, del “compositore di Fellini”. La collaborazione con il regista romagnolo rappresenta naturalmente uno dei capitoli fondamentali della sua carriera, ma Fasano mostra quanto sia riduttivo utilizzare il cinema come unica chiave di lettura.
Rota fu innanzitutto un musicista dalla formazione profondamente classica. Bambino prodigio, allievo di Ildebrando Pizzetti, Alfredo Casella e Rosario Scalero, attraversò il Novecento mantenendo una relazione costante con la tradizione, senza per questo rinunciare alla possibilità di contaminarla. La sua produzione comprende opere, sinfonie, concerti e composizioni da camera accanto alle circa centocinquanta colonne sonore realizzate per il cinema.
È proprio questa doppia natura a rendere il personaggio tanto affascinante. Rota poteva passare dalla musica “assoluta” alle immagini senza percepire necessariamente una gerarchia tra le due dimensioni. Il cinema non rappresentava una degradazione della musica colta, così come la musica destinata a un film non doveva necessariamente rinunciare alla propria autonomia.
Il documentario insiste quindi, implicitamente, sul perché una musica associata a un’immagine non debba essere per forza considerata meno nobile di una musica ascoltata senza immagini. E nel caso di Rota, la distinzione appare ancora più fragile, perché le sue composizioni cinematografiche riescono spesso a vivere anche dopo essere state liberate dalle sequenze per cui erano state concepite.
LA COLLABORAZIONE CON FELLINI
Naturalmente Fellini rimane una presenza imprescindibile. La Strada, Le Notti Di Cabiria, La Dolce Vita, 8½, Amarcord, fino a Prova D’Orchestra, rappresentano una delle collaborazioni più celebri della storia del cinema, ma Nino evita di trasformarla nell’ennesimo racconto celebrativo del binomio Fellini-Rota.
La riflessione più interessante riguarda piuttosto il modo in cui Rota riusciva a costruire una musica capace di aderire alle immagini senza diventare loro semplice accompagnamento. Le sue melodie possiedono una qualità immediatamente riconoscibile, quasi infantile nella loro apparente semplicità, ma proprio questa semplicità nasconde una costruzione sofisticata.
È una musica che può evocare nostalgia senza essere necessariamente malinconica, leggerezza senza diventare superficiale, tragicità senza rinunciare all’ironia. In questo senso, Rota sembra avere compreso qualcosa che il cinema contemporaneo talvolta dimentica, cioè che la musica non deve sempre spiegare ciò che l’immagine sta mostrando. Può anche contraddirla, ampliarla, suggerire una dimensione emotiva che l’immagine da sola non sarebbe in grado di raggiungere.
L’INATTUALITÀ COME FORMA DI MODERNITÀ
Il cuore più affascinante del film arriva però quando Rota viene osservato non soltanto come autore, ma come uomo apparentemente fuori dal proprio tempo. La citazione scelta da Fasano restituisce perfettamente questa dimensione:
Del resto, questa parola, “inattuale” a me piace molto, perché è anche il titolo di un’opera di Nietzsche, Considerazioni inattuali; e, siccome Nietzsche è per antonomasia un autore sempre attuale, penso che la mia inattualità di oggi, sia una garanzia perché questa inattualità duri con attualità in futuro.
È una frase che potrebbe funzionare quasi come manifesto dell’intero documentario. Rota non sembra interessato a inseguire la modernità, perché comprende che la ricerca spasmodica dell’attualità rischia di rendere un’opera immediatamente vecchia. La sua forza risiede invece nella capacità di rimanere fedele a una sensibilità personale.
Il rapporto difficile con la critica musicale assume allora un significato particolarmente interessante. Ciò che in un determinato momento può apparire inattuale, troppo semplice, troppo melodico o persino troppo popolare, può acquisire con il tempo una diversa prospettiva. La distanza storica permette di riconoscere ciò che l’epoca in cui un’opera nasce non sempre è capace di vedere.
E l’immortalità artistica non nasce necessariamente dalla capacità di anticipare il proprio tempo, ma dalla capacità di non appartenere completamente a nessun tempo.
UN RITRATTO E NON UN MONUMENTO
La struttura libera di Nino è coerente con questa idea. Fasano non costruisce una celebrazione biografica tradizionale, ma lascia che fotografie, materiali d’archivio, interviste e musica si richiamino reciprocamente, creando un ritratto nel quale la dimensione personale rimane inseparabile da quella artistica.
La voce di Sting aggiunge un ulteriore livello di universalità, trasformando la vicenda di Rota in qualcosa che supera i confini della biografia italiana. Non è tanto importante stabilire una cronologia perfetta quanto comprendere la natura di un artista che sembra aver vissuto nella musica con una naturalezza quasi assoluta.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui il documentario funziona meglio quando rinuncia alla necessità di spiegare Rota e si limita a lasciarlo risuonare. Perché raccontare un compositore attraverso troppe parole comporta sempre il rischio di soffocare ciò che dovrebbe essere al centro del racconto.
Nino trova dunque la propria identità proprio nel tentativo di restituire spazio all’ascolto. Non sempre la dimensione documentaristica riesce a trasformare ogni intuizione in una riflessione compiuta, ma il progetto possiede una qualità fondamentale: comprendere che la migliore celebrazione possibile di Rota non consiste nell’innalzargli un monumento, bensì nel ricordare quanto sia ancora viva la sua musica.








