
Il documentario di Brandon Salisbury ricostruisce il Resident Evil che George A. Romero avrebbe dovuto portare al cinema, tra la sua sceneggiatura, il rapporto con Capcom e un progetto destinato a rimanere uno dei più grandi film horror mai realizzati.
Sinossi
George A. Romero’s Resident Evil racconta la storia del film che il regista avrebbe dovuto realizzare a partire dal celebre videogioco Capcom. Attraverso interviste, materiale d’archivio e documenti legati alla sceneggiatura, il documentario di Brandon Salisbury ricostruisce la visione di Romero, il percorso del progetto e le ragioni che portarono alla sua definitiva cancellazione.
Ci sono film che vengono dimenticati perché non hanno lasciato abbastanza tracce e altri che, proprio perché non sono mai arrivati sullo schermo, finiscono per diventare qualcosa di molto più grande della loro reale esistenza. Il Resident Evil di George A. Romero appartiene decisamente alla seconda categoria. La sola idea che il padre del cinema zombie moderno potesse occuparsi dell’adattamento di un videogioco che aveva già assorbito moltissimo del suo immaginario contiene un cortocircuito cinematografico quasi irresistibile. Romero avrebbe dovuto portare al cinema un’opera che, in parte, era nata guardando proprio al suo cinema. Quel progetto non è però mai diventato un film. Sono rimasti una sceneggiatura, alcune testimonianze e una lunga serie di interrogativi su ciò che avrebbe potuto essere. George A. Romero’s Resident Evil, documentario diretto da Brandon Salisbury, parte proprio da questo vuoto e prova a ricostruire non un film perduto, ma la storia concreta di un film che non ha mai avuto la possibilità di esistere.
L’IMPORTANZA DI ANDARE DRITTI AL PUNTO
Il problema, però, è anche la principale difficoltà del documentario. Di quel Resident Evil non esistono immagini finite, riprese di produzione, scenografie, interpretazioni degli attori o materiale di backstage. Esiste soltanto la sceneggiatura e tutto ciò che, negli anni, è stato possibile raccogliere intorno al progetto. Salisbury deve quindi costruire il racconto partendo da una materia inevitabilmente incompleta e sceglie di allargare parecchio il discorso. Prima di arrivare all’incontro fra Romero e Resident Evil, il film dedica molto spazio alla carriera del regista, alla sua importanza per il cinema horror e alla nascita del videogioco Capcom. La scelta ha una sua logica, soprattutto pensando a uno spettatore che non conosca già la vicenda, ma comporta anche un effetto abbastanza evidente. Il documentario impiega parecchio tempo a raccontare ciò che già esiste, mentre il suo vero oggetto di interesse è qualcosa che, per definizione, non può essere mostrato.
La parte dedicata a Romero e alla nascita di Resident Evil funziona dunque soprattutto come contestualizzazione. Viene ricordata l’importanza di Night of the Living Dead, viene ripercorsa l’evoluzione del cinema del regista e viene spiegato il peso che quel lavoro avrebbe avuto sull’immaginario horror successivo. Parallelamente, Salisbury ricostruisce la nascita del videogioco e il suo sviluppo. Sono informazioni necessarie per capire perché l’ipotesi di Romero alla regia fosse tanto particolare, ma il loro peso finisce a tratti per rallentare il documentario. Alcuni interventi servono più a ricordare la figura di Romero che a chiarire davvero la storia del progetto, e in determinati momenti si ha quasi l’impressione che il film debba dimostrare quanto sia importante celebrare Romero prima ancora di arrivare al motivo per cui quel particolare progetto su Resident Evil meriti di essere raccontato.
UNA STORIA PERFETTA PER ROMERO
È quando entra finalmente in scena la sceneggiatura che il documentario trova il suo centro. A quel punto la domanda smette di essere quella, inevitabilmente astratta, su come sarebbe potuto essere un Resident Evil diretto da Romero e diventa molto più concreta: che cosa aveva realmente scritto Romero? È una differenza fondamentale, perché consente di uscire dal territorio delle fantasie costruite negli anni dai fan. Il progetto non era una semplice trasposizione del videogioco e nemmeno una storia che utilizzava Resident Evil soltanto come pretesto. La villa, gli zombie, le creature mutanti e il laboratorio rimanevano elementi essenziali, ma la sceneggiatura li inseriva all’interno di una struttura adattata alle esigenze del cinema e, soprattutto, alla sensibilità del regista.
Romero non sembrava voler scegliere fra fedeltà e libertà creativa come se fossero necessariamente due strade opposte. La questione è particolarmente importante nel caso di Resident Evil, perché l’esperienza del videogioco non dipende soltanto dalla storia raccontata, ma anche dal modo in cui il giocatore la attraversa tra esplorazione, attesa, gestione della paura, possibilità di sbagliare e conseguenze delle proprie decisioni. Un film non potrà mai replicare esattamente quel tipo di rapporto con lo spettatore. Deve trasformarlo. E la sceneggiatura di Romero sembra muoversi proprio in quella direzione, prendendo gli elementi che avevano reso riconoscibile il videogioco e cercando di tradurli attraverso gli strumenti del suo cinema.
L’epidemia, le istituzioni, l’esercito, la minaccia biologica e la reazione degli esseri umani davanti a una situazione fuori controllo sono tutti elementi che appartengono naturalmente all’universo di Resident Evil, ma nel cinema di Romero possono assumere un peso diverso. Non sono soltanto ingranaggi necessari per arrivare all’orrore successivo, ma possono diventare il punto di partenza per osservare il comportamento collettivo, la risposta delle istituzioni e il modo in cui una società reagisce quando le proprie certezze cominciano a crollare.
LA FINE DEL PROGETTO
Il documentario mette insieme testimonianze e ricostruzioni che fanno emergere una distanza fra l’idea di film coltivata da Romero e le aspettative della produzione, ma non arriva a una risposta definitiva. E forse non potrebbe farlo. Quando le fonti sono incomplete, trasformare una serie di testimonianze in una spiegazione certa rischierebbe di sostituire la ricerca con una ricostruzione arbitraria. Salisbury evita questo passaggio, lasciando aperte alcune questioni; una scelta corretta dal punto di vista documentaristico, anche se non sempre soddisfacente dal punto di vista narrativo. La vicenda nasce proprio dal desiderio di capire perché quel film non sia mai stato realizzato e, alla fine, una parte della risposta rimane inevitabilmente fuori campo.
Anche la forma del documentario deve fare i conti con questa mancanza. Salisbury utilizza interviste, materiali d’archivio, immagini legate al videogioco e soprattutto la sceneggiatura per dare una dimensione visiva a qualcosa che non ha mai avuto una vera dimensione cinematografica. Il risultato è curato e generalmente dinamico, ma in alcuni passaggi si avverte la necessità di dilatare il materiale disponibile. Alcune testimonianze tornano sulla figura di Romero senza aggiungere molto alla vicenda specifica del progetto, mentre altri interventi finiscono per ribadire concetti che la sceneggiatura aveva già reso evidenti. Non è difficile capire perché accada: raccontare un film mai girato significa avere a disposizione molto meno materiale rispetto a un normale documentario sulla realizzazione di un’opera, ma il problema è che proprio questa limitazione diventa percepibile nella durata complessiva.
QUESTIONE DI EQUILIBRIO
Il limite del documentario, alla fine, è soprattutto una questione di equilibrio. La lunga introduzione su Romero e sul videogioco può essere utile per chi si avvicina per la prima volta alla storia, mentre per chi conosce già la vicenda rischia di apparire ridondante. Al contrario, la sceneggiatura e il rapporto fra la visione di Romero e quella della produzione rappresentano il materiale più originale, ma vengono necessariamente compressi dalla struttura complessiva del film. George A. Romero’s Resident Evil rimane così in una posizione particolare: abbastanza approfondito da soddisfare la curiosità di chi conosce già il progetto, ma non sempre abbastanza concentrato da diventare un’indagine definitiva sulle sue vicende produttive.
Questo non cancella comunque il principale merito del lavoro di Salisbury. Il documentario riesce a spostare il Resident Evil di Romero dal territorio del semplice “what if” a quello di un progetto che può essere studiato e discusso. È una differenza tutt’altro che marginale. Non viene restituito un capolavoro perduto, perché non abbiamo gli elementi per stabilire che quel film sarebbe stato un capolavoro. Viene restituita, invece, una possibilità concreta, quella di vedere come Romero avrebbe affrontato un’opera che aveva già raccolto parte della sua eredità e che, attraverso il suo intervento, avrebbe potuto trasformarsi nuovamente.







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