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Recensione Resident Evil Welcome To Raccoon City
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Resident Evil: Welcome To Raccoon City

Recensione di Resident Evil: Welcome To Raccoon City, un B-Movie senza troppe pretese ma anche un prodotto molto più "sentito" rispetto a qualsiasi film di Paul W.S. Anderson

Claire Redfield (Kaya Scodelario) e suo fratello maggiore Chris (Robbie Amell) sono due bambini che vivono nell’orfanotrofio di Raccoon City, una piccola città sotto l’egemonia della società farmaceutica Umbrella Corporation. Il Dr. William Birkin (Neal McDonough), impiegato della Umbrella, è uno dei responsabili dell’orfanotrofio, da cui preleva bambini per condurre i suoi esperimenti. Nel 1998, Claire fa ritorno a Raccoon City, dove una fuga improvvisa di un virus dai laboratori sotterranei della Umbrella provoca un’epidemia incontrollabile, causa per cui i cittadini finiscono morti o trasformati in zombie. Nel frattempo Leon S. Kennedy (Avan Jogia), recluta del dipartimento di polizia locale, si ritrova catapultato in un incubo surreale insieme ai membri della squadra speciale S.T.A.R.S., corpo d’elite di cui fa parte anche lo stesso Chris Redfield.

Every story has a beginning. Discover the origin of evil.

Conosciuto in Giappone come Biohazard, Resident Evil è forse il franchise videoludico più iconico di genere survival-horror a tema zombie. La serie delle opere dedicate a questa saga è chilometrica, esattamente come la lista dei capitoli videoludici usciti negli anni su qualsivoglia piattaforma, più di una sessantina tra titoli PlayStation, Xbox, Nintendo, PC e dispositivi mobili: nove manga, una saga di sette romanzi a cura della scrittrice S.D. Perry per Urania (tra l’altro l’adattamento più fedele che potrete trovare sulla saga di Resident Evil), quattro film d’animazione, una serie TV; e, naturalmente, i sei film con protagonista Milla Jovovich nel ruolo di Alice (personaggio non canonico presente solo all’interno dei film di Paul W.S. Anderson) che, nonostante la deriva trash e la scarsa attinenza all’opera originale, hanno certamente conquistato una grande notorietà nel corso dei quasi quindici anni passati dall’uscita nelle sale del primo capitolo della saga.
Al già folto gruppo di rappresentazioni letterarie, televisive e cinematografiche, si aggiunge quindi Resident Evil: Welcome To Raccoon City, che non ha nulla da spartire con la serie di film con protagonista Milla Jovovich, ma che si propone come adattamento della storia dei primi due videogiochi. A voler essere precisi, più del secondo capitolo, ma con alcuni riferimenti a quanto avvenuto in quello precedente. Un adattamento che sicuramente ha il pregio di – quantomeno provare a – mettere in scena la vera mitologia della serie – sebbene con qualche inesattezza – ma che purtroppo nel complesso si rivela essere una trasposizione un po’ frettolosa dell’originale, quasi fosse una sorta di recap di quanto avvenuto nei primi capitoli della saga videoludica, senza però una vera e propria struttura portante a sostenere il peso della narrazione.

Leon A / 01 / Dark Room


Già ai tempi del primo trailer era chiaro che non si andasse incontro ad un capolavoro di genere. Ma ad onor del vero, nonostante alcune forzature narrative e caratterizzazioni di alcuni personaggi abbastanza randomiche, la pellicola nel complesso porta a casa una serie di buoni risultati.
La Spencer Manor e la stazione di polizia di Raccoon City, i due luoghi più iconici dei rispettivi videogame, sono rappresentate molto bene, rievocando alla perfezione le atmosfere del videogioco, forse aiutate anche da quella sciatteria da B-Movie che ben si sposa con la ruvidità della grafica anni ’90. Vengono poi ricostruite alcune delle scene simbolo, come quella dello zombie che gira la testa verso il protagonista (la prima cut-scene del primo videogioco), o l’incontro con il licker, mutazione di un normale zombie al centro del primo vero momento di terrore del secondo gioco nonché incubo perenne degli appassionati della saga a causa dei suoi letali fendenti.
Non mancano poi le citazioni: dal celebre Jill-Sandwich di Barry, uno dei momenti più trash del primo videogioco di Resident Evil, passando per la scritta col sangue fatta dalla signora sul vetro che riporta Itchy Tasty, la frase riportata nel Keeper’s Diary, documento che racconta gli ultimi istanti di vita di un uomo in preda alla mutazione da T-Virus; o ancora, il filmato su bobina dove compare una coppia di ragazzi albini intenta a strappare le ali ad una libellula, probabilmente Alfred ed Alexia Ashford comparsi la prima volta in “Resident Evil CODE: Veronica”.
Inoltre, molti personaggi secondari risultano essere effettivamente quelli del videogioco, come ad esempio Enrico Marini e Ben Bertolini, rispettivamente vice capitano della S.T.A.R.S. e reporter investigativo sulle tracce della Umbrella, e dopo sei anni di film non canonici è bello per una volta sentire nomi familiari inseriti nel (quasi) giusto contesto narrativo.
La pellicola riesce inoltre a catturare in pieno lo spirito dei giochi senza però stonare sul media cinematografico, rimescolando un po’ le carte in tavola in merito al background di alcuni protagonisti (Claire e Chris in primis) e alle dinamiche per cui i vari personaggi si incontrano (ad esempio Leon che già conosce Wesker, Jill e soci e Claire che incontra Chris), ma mantenendo una certa coerenza rispetto alla trama del videogioco.
Il tutto condito da una CGI che, nel complesso, fatta eccezione per i doberman orrendi e le esplosioni da distanza ravvicinata (Chris come fa ad essere ancora vivo?), finisce per non deludere così tanto come invece sembrava suggerire il primo trailer rilasciato qualche mese fa. Da sottolineare anche una regia che in più di un’occasione strizza l’occhio al fan di lunga data, offrendo alcuni piani sequenza interessanti e primissimi piani sui personaggi in grado di far provare la giusta angoscia allo spettatore.

UN FILM PENSATO SOPRATTUTTO PER I FAN


Messi da parte questi aspetti positivi, però, ciò che rimane è un tiepido excursus delle scene salienti del videogioco, trattate spesso molto frettolosamente, oppure rovinate da momenti un po’ grotteschi causati soprattutto dal personaggio oggettivamente trattato peggio in termini di scrittura: Leon S. Kennedy. Senza il benché minimo dubbio, trasporre un personaggio come Leon, letteralmente una recluta al suo primo giorno che va in giro a fare strage di creature mutanti abnormi e letali come fossero insetti, non sarebbe stato semplice. È anche vero, però, che esistono caratterizzazioni un po’ meno estreme. Qualcosa nel mezzo tra “recluta invincibile” e “ragazzino deficiente”, ad esempio.
Certo, trasporre una trama videoludica su pellicola non è facile, e molte volte alcuni elementi vanno cambiati per esigenze cinematografiche, ma se il risultato finale è quello di avere un agente Kennedy ebete e terrorizzato (che tra l’altro da biondo e occhi azzurri diventa moro occhi castani, ma questo è il meno) incaricato di mandare avanti la linea comica del film, allora forse sarebbe stato meglio optare per la giovane recluta Rambo.
Altri personaggi, invece, hanno trovato maggior fortuna, restituendo allo spettatore amante della saga delle personalità abbastanza convincenti, condite da interpretazioni a volte decisamente sopra le righe ma che, in qualche modo, rievocano la ruvida bellezza del panorama videoludico di fine anni ’90.
Kaya Scodelario (Skins) senza dubbio ha il pregio di mettere in scena il personaggio più fedele all’originale, restituendo allo spettatore una Claire Redfield tosta e combattiva, armata di fucile e fidato grimaldello e peraltro molto simile anche dal punto di vista estetico al character del videogioco. Stesso discorso può essere fatto anche per altri, come il Chris di Robbie Amell, anche lui molto vicino al suo alter ego virtuale, oppure il Brian Irons di Donal Logue (Sons Of Anarchy), che in quest’occasione sembra recitare appositamente da cane per non far sfigurare gli altri, e che incarna alla perfezione la figura del capo della polizia arrogante e corrotto; o ancora, il William Birkin di McDonough (che col c***o lo tiravi giù con due pistolettate a caso) e la Jill di Hannah John-Kamen, completamente differenti dal punto di vista estetico, eppure scritti in maniera talmente valida da risultare comunque convincenti.
Il Wesker di Tom Hopper (The Umbrella Academy), invece, sembra essere ancora in fase di incubazione, e per il momento risulta essere l’unico personaggio senza una vera e propria caratterizzazione. Tenendo però a mente il ruolo occupato da Wesker nei capitoli successivi del videogioco e soprattutto la sequenza post-credits, è ovvio che si tratti solo di un’iniziale fase di stallo in attesa del momento giusto per approfondire la personalità e la trama del character.


Sicuramente non ci si trova al cospetto di un capolavoro del cinema. Se però lo si valuta per quello che è, un B-Movie che non si prende troppo sul serio e che per la prima volta propone una storia più fedele all’opera originale, allora gli si può perdonare qualche difetto. Si tratta di un prodotto mille volte più “sentito” rispetto a qualsiasi capitolo della saga di Anderson e correggendo un po’ il tiro si potrà arrivare a raggiungere risultati più convincenti – a maggior ragione in vista di un potenziale Resident Evil: Nemesis, altro capitolo iconico della saga – altrimenti il rischio di sprofondare nel trash più becero potrebbe presentarsi puntuale alla porta. E lo spettatore, purtroppo, già conosce quali sono i potenziali rischi nel ritrovarsi in questo genere di circostanza.

 

TITOLO ORIGINALE: Resident Evil: Welcome To Raccoon City
REGIA: Johannes Roberts
SCENEGGIATURA: Johannes Roberts

INTERPRETI: Kaya Scodelario, Robbie Amell, Tom Hopper, Avan Jogia, Neal McDonough, Donal Logue, Hannah John-Kamen, Lily Gao, Nathan Dales, Josh Cruddas
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.
DURATA: 107′
ORIGINE: USA, 2021
DATA DI USCITA: 03/12/2021

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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