
Be Brave di Francesco Carrozzini racconta Renzo Rosso e la nascita dell'impero Diesel attraverso testimonianze, provocazione e un massiccio utilizzo dell'intelligenza artificiale.
Sinossi
Be Brave di Francesco Carrozzini racconta la vita e la carriera di Renzo Rosso, fondatore di Diesel e del gruppo OTB, attraverso le testimonianze di amici, familiari, collaboratori e protagonisti del mondo della moda e della cultura. Dalle origini del marchio alla conquista del mercato internazionale, il documentario ripercorre la storia di un imprenditore che ha fatto della provocazione, dell’ironia e della capacità di rompere le convenzioni il proprio tratto distintivo. Per raccontare Rosso, il film utilizza anche l’intelligenza artificiale, trasformandola in uno strumento narrativo e in un’occasione per riflettere sul rapporto tra tecnologia, creatività e futuro.
Be Brave nasce con un’idea apparentemente molto interessante per raccontare Renzo Rosso, utilizzando l’intelligenza artificiale per attraversare la storia di un imprenditore che ha fatto della provocazione, dell’irriverenza e della capacità di sovvertire le regole il proprio marchio di fabbrica. Il problema è che, nel corso dei suoi novanta minuti, il documentario finisce spesso per confondere la provocazione con l’originalità, trasformando un’intuizione interessante in un dispositivo narrativo che tende a sovrastare il soggetto stesso della pellicola.
La storia di Rosso, naturalmente, non avrebbe bisogno di particolari artifici per risultare cinematografica. Dalla nascita di Diesel alla conquista del mercato americano, dagli iconici spot pubblicitari alla crisi del marchio, fino al rilancio degli ultimi anni e alla costruzione dell’impero OTB, il percorso dell’imprenditore veneto contiene già tutti gli elementi di una parabola imprenditoriale fuori dagli schemi.
Be Brave, però, sceglie deliberatamente di non limitarsi al racconto documentaristico tradizionale, affidandosi all’IA per costruire una sorta di cortocircuito tra realtà, finzione e memoria.
L’intenzione è esplicita e anche condivisibile. Interrogarsi sul rapporto tra tecnologia e creatività, chiedendosi se una macchina possa davvero replicare quella “meravigliosa stupidità umana” che il regista considera il vero motore dell’invenzione. Peccato che il risultato sia spesso meno brillante delle premesse, soprattutto quando il dispositivo artificiale diventa più importante delle persone e delle idee che dovrebbe contribuire a raccontare.
LA LUNGIMIRANZA DI RENZO ROSSO
La parte più interessante di Be Brave rimane quella apparentemente più tradizionale, quindi le testimonianze delle persone che hanno incrociato il percorso di Renzo Rosso. Familiari, amici d’infanzia, collaboratori, designer, imprenditori, artisti e figure fondamentali del mondo della moda costruiscono progressivamente il ritratto di un uomo capace di riconoscere negli altri qualcosa che spesso gli altri stessi non riescono ancora a vedere.
È un elemento che ritorna attraverso numerose testimonianze e che permette al documentario di individuare un tratto umano al di là dell’imprenditore. Rosso non viene presentato soltanto come colui che ha costruito Diesel e successivamente OTB, ma come una persona dotata di un particolare talento nel valorizzare individui eccentrici, creativi o semplicemente ancora privi dello spazio necessario per esprimersi.
La parabola di Diesel viene così ripercorsa attraverso alcuni dei suoi momenti più significativi: dagli inizi legati all’intuizione di utilizzare le rimanenze di altri marchi, fino all’approdo negli Stati Uniti nel 1996 e alla sfida simbolica lanciata a Levi’s proprio nella patria del denim. Accanto alla storia imprenditoriale trova spazio soprattutto quella comunicativa, fatta di campagne pubblicitarie volutamente provocatorie, slogan memorabili e una capacità quasi istintiva di trasformare il marchio in un fenomeno culturale.
L’IA COME PROVOCAZIONE E COME LIMITE
Il vero esperimento del film riguarda però l’intelligenza artificiale. Carrozzini dichiara apertamente di voler utilizzare l’IA non come semplice strumento tecnico, ma come parte integrante della narrazione, trasformandola quasi in un personaggio capace di alterare il confine tra ciò che è accaduto e ciò che potrebbe essere stato inventato.
L’esempio più evidente è quello di Nozer Sosor, collaboratrice apparentemente reale che in seguito viene ricondotta alla sua vera natura, un gioco costruito attraverso l’anagramma di Renzo Rosso e alimentato proprio dall’IA stessa. L’idea, sulla carta, possiede quella componente irriverente perfettamente coerente con l’universo Diesel. Il problema è che la messa in scena tende a sottolineare continuamente il proprio artificio, anziché permettere allo spettatore di interrogarsi spontaneamente su ciò che sta vedendo.
Le sequenze recitate da Rosso, in particolare, risultano spesso estremamente costruite e finiscono per generare un effetto involontariamente comico. Quello che dovrebbe essere un gioco sulla manipolazione dell’immagine si trasforma così in una rappresentazione piuttosto rigida, nella quale la volontà di essere provocatoriamente artificiale prende il sopravvento sulla naturalezza del racconto.
Il paradosso è significativo: Be Brave vuole dimostrare che l’intelligenza artificiale può diventare uno strumento creativo, ma proprio il suo utilizzo più insistito finisce per rendere meno creativo il documentario.
DA “BE BRAVE” A “BE ARTIFICIAL INTELLIGENT”
Il segmento ambientato nel futuro, con un salto temporale fino al 2255 e uno spot costruito interamente attraverso l’intelligenza artificiale, rappresenta la sintesi più evidente delle ambizioni del progetto. Rosso afferma di non avere paura delle nuove tecnologie, purché si impari a utilizzarle, e il concetto costituisce la vera dichiarazione d’intenti dell’intero documentario.
È una conclusione concettualmente coerente: l’uomo che ha costruito la propria fortuna disobbedendo alle regole non può che guardare alla tecnologia come a un’altra frontiera da esplorare. Ma proprio qui emerge il limite principale del film. Be Brave sembra talvolta più interessato a dimostrare quanto sia coraggiosa la propria idea che a interrogarsi sulle conseguenze di quella stessa idea.
Il documentario possiede materiali sufficienti per costruire un ritratto molto più stratificato di Renzo Rosso: la famiglia, gli amici, la moda, la comunicazione, le crisi, il rapporto con i collaboratori e il modo in cui un marchio nato come provocazione è diventato un impero. Quando si concentra su questi elementi, trova un equilibrio efficace tra biografia e storia industriale.
Quando invece lascia che l’IA diventi il centro della rappresentazione, Be Brave rischia di trasformarsi in ciò che vorrebbe criticare, ovvero un prodotto troppo consapevole della propria immagine. L’esperimento è legittimo, persino interessante, ma non sempre necessario. E un documentario sulla creatività umana avrebbe forse beneficiato proprio di una maggiore fiducia negli esseri umani che racconta.
L’intelligenza artificiale offre al film alcune intuizioni stimolanti, ma non riesce a compensare una struttura che tende a celebrare Rosso più di quanto riesca davvero a metterlo in discussione.







