MissionTEMPO DI LETTURA 6 min

Mission
Recensione Film Mission Cinema Presentato all'EIFF 2026

Mission è un film radicale, nervoso e sorprendentemente fisico, sostenuto da una performance di George MacKay che riesce a trasformare il disagio esistenziale in energia pura.

Logo dell'Edinburgh International Film Festival 2026

Sinossi

Dylan è un giovane scozzese che ha raggiunto il punto di rottura con una vita che percepisce come vuota, ripetitiva e priva di prospettive. Dopo aver lasciato il lavoro, decide di concedersi una settimana per trovare una ragione per continuare a vivere, trasformando ogni giornata in una sfida sempre più estrema ai propri limiti. Tra gesti impulsivi, incontri improbabili e un progressivo distacco dalle convenzioni sociali, la sua ricerca assume forme sempre più caotiche e pericolose. Paul Wright costruisce così un ritratto esistenziale radicale, immersivo e anarchico, sospeso tra disperazione, ironia e desiderio di libertà.

Ci sono film nei quali la crisi esistenziale viene raccontata attraverso il silenzio, l’immobilità e la contemplazione, e poi c’è Mission, che sceglie esattamente la direzione opposta. Paul Wright trasforma il disagio del giovane Dylan in un’esplosione di energia anarchica, costruendo un’opera che sembra costantemente sul punto di perdere il controllo insieme al proprio protagonista. La premessa è semplice e potentissima: un giovane uomo, incapace di trovare un significato nella propria esistenza, decide di avere una settimana per scoprire una ragione per continuare a vivere.
La domanda “What did you do if you had a week to live?” diventa così il motore di un’esperienza cinematografica nella quale ogni limite sembra improvvisamente negoziabile. Dylan non cerca necessariamente la felicità, almeno non nella sua forma convenzionale: cerca una sensazione, quella di essere finalmente presente nella propria vita.
Il protagonista non intraprende un viaggio ordinato verso una maggiore consapevolezza, ma procede per tentativi, errori e provocazioni, come se soltanto spingendosi oltre ogni limite potesse capire cosa significhi davvero essere vivo. George MacKay sostiene questa discesa con una performance fisicamente e psicologicamente impegnativa, capace di passare dalla comicità grottesca alla disperazione senza soluzione di continuità. Dylan può essere ridicolo, irritante, imprevedibile e persino respingente, ma proprio questa impossibilità di renderlo facilmente simpatico costituisce uno dei punti di forza del film. Wright non chiede necessariamente di approvare le sue azioni, ma di comprendere il vuoto dal quale nascono.

UN VERO FILM PUNK


L’energia di Mission deriva soprattutto dalla forma, che riflette continuamente lo stato mentale del protagonista. La regia è frenetica, la colonna sonora punk accompagna l’accelerazione emotiva e la macchina da presa sembra voler rimanere sempre qualche passo avanti rispetto a Dylan. L’intero film assume così la forma di una fuga in avanti, nella quale l’azione non è tanto importante per ciò che produce quanto per la sensazione che permette al protagonista di provare. Karaoke, discoteche, provocazioni, comportamenti assurdi e situazioni sempre più estreme diventano altrettanti tentativi di spezzare la monotonia. È una strategia narrativa che permette a Wright di mettere in discussione un’idea particolarmente radicata nella cultura contemporanea, quella secondo cui una vita soddisfacente debba necessariamente essere produttiva, ordinata e finalizzata a un obiettivo.
Dylan ha un lavoro, una routine e relazioni potenzialmente significative, ma tutto questo non gli basta perché non riesce più a sentirsi parte della propria esistenza. La sua ribellione assume allora una dimensione quasi infantile, come se dovesse nuovamente imparare a scoprire il mondo attraverso l’esperienza immediata. La differenza è che, diventato adulto, ogni tentativo di meravigliarsi può avere conseguenze molto più gravi.

IL VALORE DELL’ORDINARIO


Il film diventa particolarmente interessante quando mette in discussione la differenza tra il desiderio di vivere e il desiderio di distruggersi. Dylan ripete di non voler morire, ma molte delle esperienze attraverso cui cerca di sentirsi vivo sembrano avvicinarlo continuamente alla possibilità opposta. È una contraddizione che Wright non cerca di risolvere facilmente, perché costituisce il cuore stesso del personaggio. La ricerca di un significato può trasformarsi in una ricerca del rischio, soprattutto quando una persona non riesce più a percepire il valore delle esperienze ordinarie. Il protagonista sembra quindi avere bisogno di qualcosa che interrompa il rumore di fondo della quotidianità, anche se quel qualcosa comporta il rischio di perdere definitivamente ciò che sta cercando.
È qui che il rapporto con la sorella assume un’importanza particolare. Nei pochi momenti nei quali Dylan torna a confrontarsi con la propria storia familiare, il film suggerisce che il legame che stava cercando disperatamente fuori da sé fosse in realtà molto più vicino di quanto riuscisse a comprendere. Non si tratta di una semplice rivelazione sentimentale, ma di una riflessione sulla nostra tendenza a cercare esperienze sempre più straordinarie quando abbiamo smesso di riconoscere il valore di quelle ordinarie. Nella frase, apparentemente banale, “I want to feel alive” si trova esattamente questa contraddizione: il problema di Dylan non è necessariamente l’assenza di cose per cui vivere, ma l’incapacità di sentirle come tali.
Wright evita comunque di trasformare questa idea in una morale consolatoria. Mission rimane troppo arrabbiato e troppo inquieto per offrire una soluzione semplice, preferendo lasciare lo spettatore dentro l’incertezza del protagonista. Anche la sessualità e la trasgressione vengono utilizzate soprattutto come strumenti attraverso cui Dylan cerca di verificare i propri limiti, ma il film non presenta mai queste esperienze come automaticamente liberatorie. Il corpo diventa piuttosto l’ultimo spazio nel quale un uomo incapace di trovare una direzione cerca di percepire qualcosa, qualsiasi cosa, che gli permetta di sentirsi presente.

LA PAURA DI NON SENTIRE NULLA


La componente più sorprendente di Mission è però il modo in cui la sua anarchia visiva nasconde una riflessione molto malinconica sull’incapacità di riconoscere ciò che si possiede già. La corsa di Dylan verso esperienze sempre più estreme sembra inizialmente un tentativo di liberarsi dalle convenzioni, ma progressivamente assume il significato opposto: più cerca qualcosa di eccezionale, più rischia di perdere di vista le persone e i legami che potrebbero offrirgli una forma di appartenenza. Paul Wright non trasforma mai questa consapevolezza in un discorso esplicativo, preferendo affidarsi alla fisicità della regia e alla presenza di MacKay. Il protagonista corre, urla, provoca, ride e si espone continuamente al pericolo, ma sotto quella superficie ipercinetica rimane un uomo profondamente impaurito dalla possibilità di trascorrere la propria vita senza aver mai sentito di averla davvero vissuta. È questa paura, più della rabbia, a definire Mission. Il film riesce così a essere contemporaneamente esilarante e angosciante, con una colonna sonora punk che amplifica la sensazione di trovarsi dentro una crisi adolescenziale vissuta però con il corpo e le responsabilità di un adulto. Alcuni passaggi possono risultare volutamente eccessivi e la progressione delle provocazioni rischia occasionalmente di rendere il film ripetitivo, ma la coerenza della visione di Wright rimane evidente.
Mission non vuole raccontare come trovare uno scopo nella vita, vuole mostrare cosa può accadere quando si è così disperati da pensare che qualsiasi esperienza sia preferibile al non sentire nulla. E proprio per questo la sua domanda più importante non riguarda la morte, ma la vita. Non perché dovrei morire?, bensì che cosa significa, davvero, vivere?. E la risposta non arriva sottoforma di una grande rivelazione, ma nella consapevolezza che forse la bellezza non deve essere necessariamente conquistata attraverso il caos. Talvolta è già lì, soltanto difficile da vedere finché si continua a correre.

Scheda film
Titolo originaleMission
RegiaPaul Wright
SceneggiaturaPaul Wright
InterpretiGeorge MacKay, Rosy McEwen, Emma Naomi, Nick Preston, Ross McShane, Liam Hughes
DistribuzioneCinema
Durata87 minuti
OrigineRegno Unito, 2026
FestivalPresentato all’EIFF 2026
Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Paul Wright costruisce un’esperienza cinematografica immersiva attraverso un montaggio frenetico, musica punk e una regia che rifiuta deliberatamente la compostezza. Non sempre l’eccesso mantiene la stessa efficacia e alcune provocazioni possono apparire ridondanti, ma la forza della visione e la capacità di trasformare una crisi personale in un’esperienza cinematografica così viscerale rendono Mission uno degli esordi più audaci del concorso.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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