BelTEMPO DI LETTURA 6 min

Bel
Recensione Film Bel Cinema Presentato all'EIFF 2026

La musica, i video personali e le testimonianze di amici e parenti di Beldina Odenyo costruiscono progressivamente il ritratto di una giovane donna complessa e fragile, ma anche quello di un'artista dotata di una voce capace di trasmettere un'emozione in grado di penetrare sotto la pelle.

Logo dell'Edinburgh International Film Festival 2026

Sinossi

Bel racconta la vita e l’eredità artistica di Beldina Odenyo, cantante, musicista e autrice kenyana-scozzese conosciuta con il nome d’arte Heir of the Cursed. Dopo la sua morte per suicidio nel 2021, la sorella e i musicisti che avevano condiviso con lei il percorso artistico si impegnano a dare forma a un album postumo, recuperando le canzoni lasciate su un hard drive e le numerose testimonianze video registrate dalla stessa Bel. Attraverso musica, filmati personali e ricordi di chi le è stato vicino, il documentario ricostruisce la storia di un’artista straordinariamente talentuosa, ma anche di una giovane donna attraversata da profonde fragilità.

Ci sono documentari musicali che nascono dalla necessità di celebrare un artista e altri che, invece, sembrano nascere dalla necessità di continuare a parlargli. Bel appartiene decisamente alla seconda categoria, perché Louise Lockwood non costruisce soltanto il ritratto di una musicista prematuramente scomparsa, ma racconta il tentativo delle persone che le sono state accanto di mantenere viva una voce che il silenzio avrebbe potuto cancellare.
Presentato in anteprima mondiale come film di chiusura dell’Edinburgh International Film Festival 2026, il documentario d’esordio di Lockwood trova il proprio centro nella figura di Beldina Odenyo, artista kenyana-scozzese conosciuta con il nome di Heir of the Cursed. La sua è una storia inevitabilmente segnata dalla tragedia, ma il film evita con grande sensibilità di trasformare la sua morte nell’unico elemento attraverso cui definirla. Al contrario, Bel prova a ricostruire la persona prima ancora dell’artista, lasciando che siano le sue parole, le sue canzoni e soprattutto le immagini da lei stessa registrate a restituire una personalità complessa, intelligente, ironica e profondamente fragile.

LA MUSICA COME FORMA DI MEMORIA


La struttura del documentario è legata alla realizzazione dell’album postumo di Bel, progetto portato avanti dalla sorella, medico di base in Scozia, e dai musicisti che facevano parte del suo gruppo. Le tracce diventano così il vero filo conduttore della narrazione, ma non vengono semplicemente presentate come brani da ascoltare. Ognuna diventa una porta d’accesso a un momento della vita della cantante, accompagnando il pubblico attraverso il suo percorso dall’arrivo in Scozia fino agli ultimi mesi della sua esistenza.
La musica si intreccia continuamente con i materiali personali lasciati da Bel, in particolare con i video girati con il proprio telefono all’interno del suo appartamento o durante le esibizioni dal vivo. Sono immagini preziose proprio perché lontane dalla costruzione della performance professionale: mostrano la donna dietro l’artista, con le sue insicurezze, le sue fragilità e i momenti di maggiore vulnerabilità. Il risultato è un racconto che non ha bisogno di una voce narrante onnisciente per spiegare chi fosse Bel. È Bel stessa, attraverso ciò che ha lasciato, a raccontarsi.

LA PERSONA DIETRO L’ARTISTA


È probabilmente questa la scelta più riuscita del documentario. Lockwood non separa mai completamente la Bel privata dalla Bel musicista, mostrando come le due dimensioni convivessero nella stessa personalità. Da una parte c’è una giovane donna alle prese con la propria identità, con l’esperienza della diaspora, con il razzismo e con le difficoltà legate alla salute mentale. Dall’altra c’è una performer capace, quando sale sul palco, di trasformare quella complessità emotiva in qualcosa di potentissimo.
Le immagini delle sue esibizioni restituiscono infatti una presenza scenica impressionante. La sua voce riesce a comunicare emozioni anche quando il documentario lascia parlare semplicemente la musica, senza bisogno di aggiungere spiegazioni. È una delle sensazioni più forti che Bel riesce a trasmettere: quanto talento ci fosse in una persona che non ha avuto il tempo di esprimere tutto ciò che avrebbe potuto diventare.
Il percorso narrativo conduce anche verso quella che sarebbe diventata una delle ultime grandi esibizioni di Bel, quella all’Usher Hall di Edimburgo nel 2021. La performance viene raccontata come un momento di straordinaria energia e rappresenta uno dei passaggi più dolorosi proprio perché lo spettatore conosce già ciò che accadrà dopo. La cantante si esibisce davanti a una platea, apparentemente nel pieno della propria forza artistica, e appena due settimane più tardi si toglierà la vita.
Il documentario non ha bisogno di forzare il contrasto attraverso facili manipolazioni emotive. È sufficiente mostrare quella performance e lasciar parlare il tempo che la separa dalla tragedia. Ancora più doloroso è il passaggio attraverso il periodo della pandemia, quando la distanza dai palchi e l’isolamento rendono ancora più evidente quanto il rapporto con la musica rappresentasse per Bel uno spazio fondamentale di espressione e connessione ma soprattutto, come lei stesse ammette, una forma di terapia necessaria per esorcizzare l’enorme dolore che si portava dentro ogni giorno della sua vita.

UN DOLORE RACCONTATO ATTRAVERSO L’AMORE


Il documentario è inevitabilmente straziante, ma ciò che lo rende realmente efficace è che il dolore non diventa mai l’unica emozione. Nei contributi della sorella, del fidanzato e degli amici emerge soprattutto l’amore per Bel. Sono persone che non stanno semplicemente raccontando la morte di qualcuno, ma stanno cercando di ricordare una persona con la quale hanno condiviso una parte della propria vita, e Lockwood riesce a mantenere questo equilibrio senza mai trasformare la sofferenza in spettacolo. La salute mentale viene affrontata attraverso le esperienze della protagonista e delle persone che le sono state vicine, mentre i temi del razzismo e della diaspora contribuiscono a delineare un’identità che non può essere ridotta alla sola carriera musicale.
In definitiva, Bel è un documentario sulla perdita, ma ancora di più è un documentario sulla memoria. La realizzazione dell’album postumo non rappresenta soltanto il completamento di un progetto musicale rimasto incompiuto, diventa un modo per permettere a Bel di continuare a esistere attraverso ciò che aveva creato. Ogni traccia recuperata dall’hard drive non è soltanto un frammento di musica, ma una parte della persona che l’ha scritta e interpretata. Ed è proprio qui che il documentario trova la propria maggiore forza: Bel non viene raccontata come un talento perduto, ma come un’artista che continuerà a parlare per sempre attraverso le proprie canzoni.

Scheda film
Titolo originaleBel
RegiaLouise Lockwood
SceneggiaturaLouise Lockwood
InterpretiBeldina Odenyo, Leah McAleer, Joe Rattray, Kathryn Joseph
DistribuzioneCinema
Durata92 minuti
OrigineRegno Unito, 2026
FestivalPresentato all’EIFF 2026
Il giudizio di Recenserie

BLESS THEM ALL

La grandezza di Bel sta nel permettere allo spettatore di conoscere Beldina non soltanto attraverso il ricordo degli altri, ma attraverso le immagini e la musica che lei stessa ha lasciato dietro di sé. Un’eredità artistica nata da una perdita, dunque, ma che il documentario riesce a trasformare in qualcosa di molto più luminoso: la possibilità che una voce interrotta troppo presto continui, fortunatamente, a essere ascoltata.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL
Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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