
Gregg Araki torna al cinema con una commedia erotica sfacciata e provocatoria.
Sinossi
Elliot è un giovane aspirante artista appena uscito dall’università, privo di una vera direzione professionale e intrappolato in una relazione sentimentale ormai priva di stimoli. L’occasione di lavorare per Erika Tracy, controversa artista concettuale ossessionata dal sesso e dalla provocazione, sembra offrirgli finalmente una possibilità di riscatto. Quando Erika lo coinvolge in una relazione BDSM, Elliot scopre una parte di sé che non aveva mai avuto il coraggio di esplorare. Ma tra desiderio, potere e confini sempre più labili, quella che sembrava un’innocua esperienza sessuale rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più complicato.
Ci sono registi che, anche dopo decenni di carriera, continuano a cercare il modo di mettere il pubblico a disagio, costringendolo a confrontarsi con ciò che normalmente preferirebbe lasciare fuori dall’inquadratura. Gregg Araki appartiene senza dubbio a questa categoria e I Want Your Sex dimostra quanto il suo cinema continui a essere riconoscibile anche quando sceglie una strada decisamente più accessibile.
A distanza di dodici anni da White Bird In A Blizzard, il ritorno al cinema del regista della Teen Apocalypse Trilogy conserva infatti tutti gli elementi che hanno costruito la sua poetica: sesso, desiderio, identità, provocazione, corpi, colori sgargianti e personaggi incapaci di vivere secondo le regole imposte dalla società. La differenza principale è che questa volta Araki sembra avere meno interesse a scioccare il pubblico e maggiore voglia di divertirlo.
Il risultato è una commedia erotica surreale, pop e sfacciatamente queer, nella quale il sesso diventa soprattutto uno strumento per parlare di libertà, potere e paura di vivere. Una formula che funziona proprio perché il film non pretende di trasformare ogni provocazione in una grande dichiarazione filosofica, preferendo invece mantenere un tono leggero, ironico e continuamente sopra le righe.
DON’T FUCK WITH YOUR BOSS
Il protagonista è Elliot, interpretato da un Cooper Hoffman perfettamente calibrato sulle caratteristiche del personaggio. Giovane, impacciato, ingenuo e sostanzialmente incapace di capire cosa voglia davvero dalla propria vita, Elliot è un aspirante artista che sembra avere come unica prospettiva, ancora vaga, di voler iniziare un podcast. Il lavoro come assistente di Erika Tracy rappresenta quindi molto più di una semplice opportunità professionale. Erika è un’artista concettuale di enorme personalità, provocatoria fino all’eccesso e completamente priva di interesse per qualsiasi forma di prudenza sociale. Olivia Wilde la interpreta trasformandola in una presenza quasi mitologica, contemporaneamente affascinante, narcisista, manipolatoria e irresistibilmente divertente.
Il rapporto tra i due costituisce il vero motore del film. Erika individua immediatamente l’insicurezza di Elliot e, attraverso una relazione sessuale basata sulla dinamica dominante-sottomesso, gli offre qualcosa che nessuno sembrava riuscire a dargli: la possibilità di scoprire una parte repressa della propria personalità. Araki ribalta così anche una dinamica cinematografica ormai familiare, trasformando il classico rapporto tra capo e dipendente in una relazione nella quale è una donna a esercitare il potere e un uomo a lasciarsi guidare. La scelta non è soltanto una trovata provocatoria, perché permette al film di interrogarsi continuamente sulla differenza tra desiderio e manipolazione. Ed è proprio questa ambiguità a rendere interessante la relazione tra Elliot ed Erika. Il film non considera automaticamente il BDSM come qualcosa di negativo e non tratta il desiderio come una colpa, ma allo stesso tempo mostra quanto facilmente una dinamica consensuale possa diventare problematica quando entrano in gioco il potere professionale, la dipendenza emotiva e la necessità di essere approvati.
IL SESSO COME FORMA DI LIBERTÀ
Araki costruisce il film come una risposta provocatoria alla crescente prudenza con cui il cinema contemporaneo rappresenta il desiderio, arrivando a trasformare Erika in una sorta di portavoce di una generazione cinematografica cresciuta proprio sulla possibilità di rappresentare liberamente corpi, sesso e identità. La questione viene però filtrata attraverso il rapporto con una generazione più giovane, rappresentata da Elliot. Il ragazzo sembra avere paura dell’esperienza, del fallimento, dell’umiliazione e soprattutto della possibilità di perdere il controllo. Erika, al contrario, sembra vivere secondo l’idea opposta: bisogna provare, sbagliare, desiderare e soprattutto smettere di preoccuparsi continuamente delle conseguenze.
Il film è particolarmente efficace quando mette queste due visioni una di fronte all’altra senza trasformarle in una semplice contrapposizione generazionale. Se da una parte Araki sembra prendere bonariamente in giro la presunta prudenza sessuale della Gen Z, dall’altra riconosce che la libertà sessuale non coincide automaticamente con una relazione sana.
Gran parte del divertimento deriva dalla capacità del cast di assecondare il tono volutamente esagerato della pellicola. Olivia Wilde trova in Erika un ruolo nel quale può abbandonare qualsiasi forma di misura, trasformando ogni battuta e ogni gesto in una manifestazione di assoluta sicurezza. Cooper Hoffman, invece, lavora sulla direzione opposta, costruendo un Elliot costantemente spaesato davanti agli eventi che lo circondano. La sua goffaggine impedisce alla componente erotica di diventare eccessivamente seria e trasforma molte delle situazioni più trasgressive in momenti di comicità surreale. La chimica tra i due è probabilmente il principale punto di forza del film. Il loro rapporto riesce infatti a essere contemporaneamente erotico, divertente, tenero e inquietante, mantenendo quella necessaria ambiguità che permette alla storia di non ridursi a una semplice fantasia sessuale.
MISTERI, ARTE E PROVOCAZIONE
La struttura narrativa aggiunge anche un piccolo elemento da thriller alla commedia. Il film si apre con un’immagine apparentemente inspiegabile e poi torna indietro nel tempo per raccontare come Elliot sia arrivato fino a quel punto. Il meccanismo permette ad Araki di alternare la progressiva evoluzione del rapporto tra Elliot ed Erika alle conseguenze che quella relazione sembra avere prodotto. Il mistero, tuttavia, non rappresenta necessariamente la componente più interessante della storia.
Anche l’arte contemporanea viene presa di mira con una satira divertita ma non particolarmente sofisticata. Le opere di Erika sono volutamente grottesche e kitsch, costruite attorno alla sessualità come se la provocazione fosse diventata essa stessa un prodotto commerciale. Ed è probabilmente qui che il film trova una delle sue intuizioni più divertenti: la trasgressione è diventata un mercato, e persino ciò che nasce con l’intento di scandalizzare può finire per essere venduto, esposto e trasformato in status symbol. Araki non sembra però interessato a costruire una critica sistematica del mondo dell’arte. Preferisce utilizzarlo come sfondo per la propria commedia, lasciando che siano i personaggi e le situazioni a portare avanti il discorso.
I Want Your Sex non è il film più profondo di Gregg Araki e probabilmente non aspira nemmeno a esserlo. È però un’opera sorprendentemente vitale, capace di dimostrare che il regista conserva intatta la voglia di provocare, giocare con le convenzioni e mettere il desiderio al centro della propria narrazione.







