
Scherzetto di Mario Martone trasforma il confronto tra un nonno e il suo nipote di cinque anni in una riflessione su memoria, creatività, fantasmi del passato e passaggio tra generazioni.
Sinossi
Daniele Mallarico (Toni Servillo) è un illustratore settantenne che vive a Milano e torna nella sua Napoli per occuparsi per qualche giorno del nipote Mario, cinque anni. Il bambino trascorre con lui il tempo nella casa di famiglia, la stessa in cui Daniele è cresciuto. Tra i due nasce un confronto fatto di giochi, incomprensioni e continue provocazioni. Intanto Daniele comincia a percepire nella casa presenze legate al proprio passato. Mario diventa così, inconsapevolmente, la guida attraverso una memoria che il nonno non ha mai davvero affrontato.
Ci sono case che continuano ad appartenere a chi le ha abitate anche quando si è smesso di viverci. Restano nelle stanze, negli oggetti, nei rumori provenienti dalla strada e soprattutto nelle versioni di noi stessi che lì hanno imparato a esistere. Scherzetto, diretto da Mario Martone e tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, parte proprio da questa idea per trasformare un appartamento di Napoli in un territorio sospeso tra memoria, conflitto familiare e fantasmi interiori.
Al centro della storia c’è Daniele Mallarico, illustratore affermato ormai oltre i settant’anni, vedovo e residente a Milano, costretto a tornare nella casa della propria infanzia per occuparsi per qualche giorno del nipote Mario. Il bambino ha cinque anni, un’intelligenza sorprendentemente adulta e un’autosufficienza che mette immediatamente in discussione l’autorità del nonno. Tra i due nasce così un confronto apparentemente quotidiano che progressivamente assume i contorni di un vero duello.
Martone non trasforma però Scherzetto in una semplice commedia familiare. La casa diventa piuttosto una macchina della memoria, un luogo nel quale passato e presente finiscono per sovrapporsi fino a rendere impossibile distinguere ciò che appartiene alla realtà da ciò che nasce dalla mente di Daniele. Le apparizioni e le ombre diventano così la manifestazione concreta di rimorsi, paure e occasioni perdute.
Il risultato è un film intimo e inquieto, sostenuto soprattutto dalla straordinaria alchimia tra Toni Servillo e il giovanissimo Lorenzo Perrotta. Una coppia cinematografica sorprendentemente efficace, capace di trasformare il conflitto tra nonno e nipote in una riflessione più ampia sull’eredità, sulla creatività e sulla necessità, arrivati alla fine della vita, di smettere finalmente di giudicare se stessi.
UNA CASA PIENA DI FANTASMI
L’appartamento non è soltanto l’ambientazione della vicenda, ma un vero personaggio, carico di una memoria che precede l’arrivo di Mario e continua a condizionare Daniele. È la casa nella quale l’illustratore è cresciuto, la stessa stanza che un tempo apparteneva a lui e che ora viene occupata dal nipote.
Daniele osserva il bambino e, attraverso di lui, sembra osservare se stesso da giovane. Ambizioso, irrequieto, pieno di quella “raggia” che appartiene alla Napoli della sua memoria e che riemerge anche osservando insieme al nipote la vitalità, talvolta violenta, della strada sottostante.
Le tavole su cui sta lavorando vengono considerate troppo scure dal committente, e il giudizio sembra colpire l’artista molto più profondamente di quanto lasci intendere. Quelle immagini non sono soltanto illustrazioni, sembrano infatti contenere qualcosa che Daniele non riesce ancora a riconoscere.
Ed è qui che entrano i fantasmi. Sagome, presenze e figure nere compaiono progressivamente negli spazi della casa, alimentando un’ambiguità che Martone mantiene con intelligenza. Non è necessario stabilire immediatamente se siano reali o immaginarie, perché la loro funzione più importante è un’altra: dare una forma visibile a ciò che Daniele ha trascorso la vita cercando di nascondere.
TONI SERVILLO E LORENZO PERROTTA, UN DUO PERFETTO
Se Scherzetto funziona così bene sul piano emotivo, gran parte del merito appartiene alla coppia formata da Toni Servillo e Lorenzo Perrotta. Il rapporto tra Daniele e Mario nasce sotto il segno della diffidenza. Il nonno è burbero, insofferente e convinto di poter mantenere il controllo della situazione, mentre il bambino sembra possedere una sicurezza quasi disarmante.
Mario parla come un libro stampato, conosce ogni cosa e soprattutto sembra non avere alcuna soggezione nei confronti dell’adulto. Persino quando osserva le illustrazioni del nonno riesce a formulare giudizi che, nella loro semplicità infantile, toccano nervi scoperti. È un personaggio che potrebbe facilmente diventare irritante, ma Perrotta gli conferisce una naturalezza capace di trasformare la sua insolenza in una forma di vitalità.
Servillo, al contrario, costruisce Daniele attraverso sottrazione. Il suo personaggio non ha bisogno di spiegare continuamente ciò che prova, sono gli sguardi, le esitazioni e le reazioni sproporzionate a tradire un’inquietudine che cresce progressivamente. L’illustratore appare inizialmente come un uomo sicuro della propria posizione, ma la presenza del nipote comincia lentamente a incrinare quella costruzione.
DISEGNARE I FANTASMI DEL PASSATO
La frase “riesco soltanto a disegnare i fantasmi di questa casa” rappresenta forse la chiave più efficace per comprendere il film. Daniele è un artista che ha passato la vita a trasformare la realtà in immagini, ma quando torna nel luogo della propria infanzia scopre di non riuscire più a separare ciò che vede da ciò che ricorda.
Tutto ciò che sembrava appartenere a un passato ormai concluso torna a manifestarsi nel presente, e la casa diventa quindi una sorta di archivio emotivo nel quale ogni stanza contiene una parte dell’uomo che Daniele è diventato. Le figure osservate attraverso il vetro, le sagome che sembrano confondersi con le illustrazioni, il balcone sospeso sul vuoto sono elementi che trasformano uno spazio domestico in un territorio quasi onirico. Anche le musiche contribuiscono in maniera decisiva a questa atmosfera, accompagnando il film senza appesantirne la componente emotiva e amplificando il senso di sospensione.
Il vuoto del balcone assume così un significato che va oltre il semplice elemento scenografico. È il limite tra interno ed esterno, tra protezione e pericolo, ma soprattutto tra ciò che Daniele è stato e ciò che ancora potrebbe diventare. La paura della morte convive con una forma inattesa di nostalgia, fino alla consapevolezza che l’uomo esprime quando si chiede perché dovrebbe provare ansia invece di nostalgia, considerando quanto sia vicino alla fine della propria vita.
SCHERZETTO!
Martone riesce soprattutto a evitare che il rapporto tra nonno e nipote venga trasformato in una semplice lezione reciproca. Il loro legame rimane conflittuale, imprevedibile e persino crudele in alcuni momenti, proprio perché autentico. Quando la dimensione del gioco prende una piega eccessiva, la distanza tra i due torna improvvisamente a manifestarsi, ricordando che l’affetto non elimina la possibilità del conflitto.
Eppure è proprio attraverso quella frattura che qualcosa cambia.
Il disegno, elemento apparentemente marginale all’inizio, diventa il punto nel quale Daniele può finalmente riconoscere un valore diverso da quello stabilito dal successo, dal committente o dal giudizio della moglie. Il gesto creativo del bambino finisce per contare più dell’opera che l’adulto sta realizzando per un incarico professionale, perché contiene una possibilità di futuro invece di un’altra immagine del passato.
Mario Martone costruisce un racconto sospeso tra commedia familiare, dramma psicologico e suggestione fantastica, mantenendo sempre al centro una questione tanto semplice quanto condivisibile ovvero quanto nel corso della propria esistenza si viva, purtroppo, attraverso il giudizio ricevuto dagli altri.
E la risposta non passa attraverso una grande rivelazione, ma attraverso il rapporto tra un nonno e un nipote, due figure agli estremi dell’esistenza che finiscono per riconoscersi proprio perché così diverse tra loro.








