
Tra difficoltà personali, nuove opportunità e vecchi sentimenti, il Richmond femminile continua a costruire la propria identità mentre i protagonisti imparano ad accogliere il cambiamento senza perdere se stessi.
Dopo una prima metà di stagione prevalentemente dedicata alla ridefinizione degli equilibri del Richmond, “Yes & Baby” compie un passo ulteriore nella costruzione della nuova identità di Ted Lasso, spostando ancora una volta il baricentro dalla dimensione sportiva a quella personale. La squadra rimane il luogo nel quale i personaggi si incontrano e crescono, ma i conflitti che la serie sceglie di osservare riguardano soprattutto ciò che esiste al di fuori del campo: responsabilità familiari, precarietà economica, desiderio di ricominciare e difficoltà nel concedersi nuove possibilità.
Il titolo dell’episodio contiene già la filosofia che ne attraversa la struttura. Quel “Yes and…” che diventa progressivamente una regola di comportamento non rappresenta soltanto una trovata comica o un esercizio di improvvisazione, ma introduce una riflessione più ampia sulla disponibilità ad accogliere ciò che la vita propone senza rinunciare alla possibilità di orientarlo. Dire sì non significa necessariamente accettare passivamente qualsiasi cosa: significa, piuttosto, riconoscere una possibilità e aggiungere qualcosa di proprio.
NON È UNO SPORT PER DONNE
La scelta di raccontare, attraverso le giocatrici, una serie di difficoltà personali molto concrete permette all’episodio di ampliare ulteriormente il discorso sul Richmond femminile. Le atlete non vengono presentate come semplici professioniste alle prese con una carriera sportiva, ma come persone costrette a conciliare aspirazioni e responsabilità che spesso rendono il calcio soltanto una delle molte questioni da affrontare quotidianamente.
La precarietà economica, gli impegni familiari e l’assenza di una rete di sicurezza trasformano così il progetto del Richmond in qualcosa di più complesso rispetto alla semplice costruzione di una squadra. Il problema non consiste soltanto nel creare le condizioni affinché queste donne possano giocare a calcio, ma nel comprendere quanto sia difficile, per molte di loro, trovare lo spazio materiale per poterlo fare.
È proprio qui che la serie trova una delle proprie riflessioni più interessanti sullo sport femminile. L’uguaglianza non può essere ridotta alla semplice possibilità di occupare lo stesso campo degli uomini quando le condizioni di partenza rimangono profondamente differenti. Se il talento deve continuamente competere con necessità economiche, familiari e professionali, allora anche la possibilità di trasformarlo in una carriera diventa un privilegio.
YES WOMAN
Il percorso di Alice si inserisce perfettamente in questa prospettiva. Il suo proposito di dire più spesso sì nasce da una volontà autentica di aprirsi alle opportunità, ma la serie si affretta a mostrarne anche il rovescio. Un sì indiscriminato può trasformarsi in una nuova forma di incapacità di stabilire dei confini.
La soluzione proposta da Ted, quel “Yes, and…”, diventa allora qualcosa di più raffinato. Accogliere una possibilità non significa cancellare la propria individualità, ma contribuire a modificarla. Non tutto ciò che arriva deve essere respinto, ma neppure deve essere accettato così com’è.
Particolarmente significativo è il modo in cui l’episodio torna sull’iconico cartello Believe, ormai indissolubilmente legato all’identità del Richmond. La nuova squadra, tuttavia, sembra non accontentarsi di ereditarlo passivamente.
Credere, da solo, non risolve un problema economico, non impedisce a una famiglia di trovarsi in difficoltà e non garantisce a una squadra la possibilità di affermarsi. La fede nelle proprie possibilità ha un valore soltanto quando viene accompagnata dalla consapevolezza delle condizioni concrete nelle quali quella fiducia deve tradursi.
La personalizzazione del messaggio da parte di Alice acquista quindi un significato ben preciso. “Believe” deve diventare “Believe and Win”, non per trasformare il motto originario in uno slogan più aggressivo, ma per adattarlo a una generazione di personaggi che non vuole semplicemente ereditare in modo passivo ciò che è stato costruito prima di loro.
STE SCENE DEMMERDA DE BACI DEMMERDA
Tra gli elementi meno convincenti dell’episodio c’è ancora una volta la gestione del rapporto tra Roy e Keeley. La loro sottotrama appare ormai eccessivamente dilatata, priva di una reale tensione narrativa e soprattutto incapace di sorprendere, perché ogni passaggio sembra condurre verso un esito che la serie ha già reso fin troppo evidente.
Il risultato è una dinamica che alterna momenti sinceramente poco interessanti ad altri decisamente cringe, nei quali l’insistenza sui sentimenti irrisolti di Roy e sulla gelosia di Keeley perde progressivamente naturalezza. Anche alcuni elementi potenzialmente maturi vengono trattati con una leggerezza che finisce per indebolirli, mentre il triangolo sentimentale assume a tratti i contorni di un espediente narrativo utilizzato semplicemente per tenere i personaggi in sospeso.
Ancora più problematica è la sensazione che la serie non stia realmente mettendo in discussione il destino della coppia. La separazione sembra più una parentesi che un autentico punto interrogativo, e questo priva ogni possibile sviluppo della necessaria imprevedibilità. Se il pubblico percepisce già da tempo quale sarà la direzione finale, continuare ad accumulare esitazioni, equivoci e imbarazzi rischia di trasformare quello che dovrebbe essere un percorso emotivo in una lunga attesa prima di arrivare a una conclusione ampiamente annunciata.
I AM LOVABLE
Parallelamente, la scelta di Ted di avvicinarsi al mondo delle app di incontri rappresenta l’altra grande declinazione del tema dell’episodio. Per un personaggio abituato a utilizzare l’ottimismo come meccanismo di protezione, accettare la possibilità di incontrare qualcuno significa esporsi a una vulnerabilità completamente diversa.
Il passaggio più significativo, però, non riguarda tanto la ricerca di una nuova relazione quanto il modo in cui Ted arriva a definirsi. La scelta delle tre parole per descriversi, “I am lovable”, sembra quasi banale, ma assume un peso considerevole considerando il percorso personale del personaggio.
Per molto tempo Ted ha avuto la tendenza a concentrarsi sui bisogni degli altri, diventando il punto di riferimento emotivo di chiunque gli stesse intorno. Affermare invece qualcosa su di sé significa riconoscere di meritare affetto non soltanto in quanto persona capace di offrirlo agli altri, ma per ciò che è.
Eppure, la conclusione con la stage director introduce una nota perfettamente coerente con la serie: aprirsi alla possibilità non significa ottenere immediatamente ciò che si desidera. Ted compie finalmente il passo che gli era sempre mancato, ma scopre che il momento non è quello giusto. Non è un fallimento, bensì la dimostrazione concreta della filosofia del “Yes, and…”. E aver avuto il coraggio di provarci è comunque un passo avanti rispetto al non aver provato affatto.
THUMBS UP 👍
- La riflessione sulle difficoltà delle giocatrici
- L’evoluzione di Alice
- Il percorso emotivo di Ted
THUMBS DOWN 👎
- Il triangolo (già finito) tra Roy, Keeley e la dottoressa Beaumont e in generale la loro storyline
- La componente calcistica rimane ancora marginale
- Questa quarta stagione fatica a far presa sullo spettatore







