
Yuval Abraham e Rachel Szor raccolgono testimonianze dall'interno dell'apparato militare israeliano in un documentario crudo, essenziale e di una potenza disarmante.
Sinossi
Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, NAZA raccoglie le testimonianze anonime di 24 persone appartenenti o appartenute all’esercito e all’intelligence israeliana. Attraverso i loro racconti, Yuval Abraham e Rachel Szor ricostruiscono i sistemi di sorveglianza, selezione degli obiettivi e valutazione delle vittime civili utilizzati durante la guerra a Gaza.
Cosa vuol dire NAZA? NAZA non è un riferimento al trattamento nazista perpetrato dal governo israeliano nei confronti del popolo palestinese a Gaza – da cui il possibile mix Nazismo + Gaza – ma è altresì il termine utilizzato dall’intelligence militare israeliana per indicare il numero di vittime civili previste in un attacco, considerate danni collaterali rispetto all’eliminazione degli obiettivi identificati dall’esercito israeliano.
Chi scrive ha visto NAZA dopo i 25 minuti di applausi non-stop avvenuti alla prima proiezione della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e si è quindi approcciato alla visione pronto ad assistere a un ottimo documentario. Quello che non si aspettava era ascoltare dichiarazioni così crude da risultare, in alcuni momenti, quasi inumane.
Prodotto da The Guardian, che lo renderà gratuitamente disponibile sul proprio sito dopo la distribuzione cinematografica, NAZA è la nuova opera di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi di No Other Land, vincitore del Premio Oscar per il Miglior Documentario.
Un documentario osteggiato negli Stati Uniti e, nel giudizio di chi scrive, in particolare da Trump e dai Repubblicani, che vedono in Israele un alleato da difendere sempre e comunque, limitando così libertà di parola e possibilità di visione per non impattare l’opinione pubblica. No Other Land, nonostante l’Oscar, non riuscì infatti a ottenere un distributore tradizionale negli Stati Uniti e gli stessi autori definirono politica la riluttanza dell’industria americana.
Qualcosa di non troppo distante da ciò che sta succedendo ora in Israele: il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha chiesto che Abraham e Szor vengano privati della cittadinanza israeliana proprio a causa di NAZA. Un atteggiamento che, per chi scrive, appare sempre più difficile da conciliare con quello di una democrazia liberale.
DOPO IL 7 OTTOBRE
Prima di proseguire c’è però da precisare una cosa. La società israeliana nasce e cresce attorno a una fortissima cultura della difesa nazionale, alimentata anche dalla percezione storica di vivere circondata da paesi ostili e dalla convinzione che la sopravvivenza dello Stato dipenda innanzitutto dalla capacità degli israeliani di difendersi.
Con l’attacco terroristico guidato da Hamas il 7 ottobre 2023, il desiderio di sopravvivenza e l’identità nazionale, mescolati alla volontà di vendetta e di liberare gli ostaggi, si sono trasformati in un vasto mandato politico e sociale per fare tutto il possibile per raggiungere questi obiettivi.
Un mandato che Benjamin Netanyahu e il suo governo hanno fatto proprio e che si è poi tradotto nell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Per chi scrive, ciò che ne è seguito può essere definito genocidio; una Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite è arrivata alla stessa conclusione nel settembre 2025, mentre il governo israeliano la respinge e sostiene di condurre una guerra contro Hamas.
Ed è esattamente qui che si trova lo scoop di NAZA: mostrare dall’interno i meccanismi attraverso cui l’apparato militare israeliano ha reso possibile questa campagna.
80 MINUTI NEL BUIO
Il documentario dura solamente 80 minuti e non è girato come molti potrebbero aspettarsi. Non c’è una continua contrapposizione di immagini provenienti da Gaza, né la telecamera inquadra computer militari mostrando direttamente come vengano orchestrati gli attacchi.
Non c’è niente di tutto questo. Abraham e Szor scelgono un’estrema semplicità: l’intero documentario è girato prevalentemente al buio sui tetti di alcuni palazzi di Tel Aviv e lascia allo spettatore il compito di immaginare ciò che gli intervistati stanno raccontando.
Di fatto NAZA potrebbe quasi essere un podcast. Ma la forza narrativa delle testimonianze viene ulteriormente spinta dalla contrapposizione visiva con le numerose inquadrature che osservano la vita quotidiana degli israeliani all’interno dei loro appartamenti durante la notte.
È una contrapposizione crudissima: l’abitante medio di Tel Aviv trascorre la propria serata nella sicurezza del soggiorno, mangia, guarda la televisione e continua a vivere normalmente, mentre a poco più di 70 chilometri di distanza viene portata avanti un’offensiva che gli stessi registi descrivono come un sistema di uccisione di massa di civili palestinesi.
È proprio questa normalità sullo sfondo a rendere le dichiarazioni degli intervistati ancora più difficili da ascoltare.
LA GUERRA COME VIDEOGIOCO
Le persone intervistate da Abraham e Szor vengono oscurate per proteggerne l’identità ed evitare possibili ritorsioni. Nel corso delle varie domande, molte di loro raccontano ciò che hanno fatto con una distanza emotiva impressionante, anche se le reazioni non sono tutte identiche: alcuni esprimono disagio o vergogna, altri appaiono decisamente più distaccati.
Nel corso degli 80 minuti emergono soprattutto numerosi momenti che fanno intuire una sorta di gamification, ovvero una ludicizzazione del processo militare costruita attraverso obiettivi, numeri, punteggi, sistemi automatizzati e procedure che finiscono per allontanare chi opera dalle conseguenze reali delle proprie azioni.
È probabilmente uno degli aspetti più inquietanti del documentario. La morte di esseri umani viene trasformata in dati, obiettivi e percentuali, mentre la responsabilità si frammenta tra diversi livelli del sistema.
In questo senso anche il significato stesso di NAZA assume una forza particolare: il numero previsto di vittime civili diventa una variabile da considerare prima di effettuare un attacco, quasi fosse uno degli elementi di un’equazione.
L’uso dei silenzi durante le interviste è inoltre perfettamente dosato. Abraham e Szor non cercano continuamente di interrompere le dichiarazioni o di suggerire allo spettatore come debba reagire: lasciano che siano le parole, e soprattutto ciò che non viene detto, a produrre l’effetto più disturbante.
NESSUN COMMENTO NECESSARIO
È proprio questa scelta a rendere NAZA un documentario così potente. Nei momenti migliori non commenta continuamente quanto viene mostrato, non cerca una voce narrante che dica allo spettatore quale conclusione trarre e soprattutto evita di caricare artificialmente di emozioni dichiarazioni che sono già sufficientemente forti da sole.
La regia, per quanto fissa e scura per mantenere l’anonimato dei vari membri dell’apparato militare, possiede una potenza visiva disarmante proprio perché contrappone alle rivelazioni degli intervistati la serenità delle persone che continuano a vivere all’interno delle proprie case.
Funziona molto bene anche la suddivisione in capitoli, che permette di ordinare una quantità enorme di informazioni senza rendere il film dispersivo, così come la totale assenza di spettacolarizzazione delle testimonianze.
Sono la crudezza dei racconti e la distanza con cui vengono pronunciati a costruire l’esperienza. Lo spettatore viene lasciato libero di elaborare autonomamente ciò che ha ascoltato, senza che Abraham e Szor sentano il bisogno di sottolinearlo continuamente.
NETANYAHU RESTA SULLO SFONDO
Se c’è una recriminazione che si può fare al documentario, riguarda il fatto di aver soltanto scalfito la superficie per quanto concerne le contraddizioni di Benjamin Netanyahu e del suo governo.
NAZA inserisce solamente un breve filmato dedicato a una delle tante contraddizioni registrate nel corso degli anni, mentre la quasi totalità degli 80 minuti rimane concentrata sul funzionamento dell’apparato militare e dell’intelligence.
È una scelta comprensibile, perché proprio la possibilità di ascoltare 24 persone provenienti dall’interno di quel sistema rappresenta l’elemento più esclusivo del film. Ma sarebbe stato interessante approfondire maggiormente anche il rapporto tra queste procedure e le decisioni politiche che ne hanno definito gli obiettivi.
Rimane comunque un limite relativamente piccolo all’interno di un’opera che riesce a concentrare moltissimo materiale in una durata particolarmente contenuta.
UN DOCUMENTARIO DA VEDERE
NAZA è un documentario che deve essere visto perché, come nei migliori lavori d’inchiesta, costruisce la propria forza soprattutto sul materiale raccolto e sulla possibilità concessa allo spettatore di ascoltarlo senza una continua sovrastruttura narrativa.
La regia essenziale, i silenzi, la divisione in capitoli, la crudezza dei racconti e soprattutto la scelta di osservare Tel Aviv mentre le testimonianze descrivono ciò che accade a Gaza producono una combinazione difficilmente dimenticabile.
Non sorprende quindi che la prima proiezione veneziana sia stata accolta da 25 minuti di applausi e che la giuria dell’83ª Mostra abbia successivamente assegnato al film il Premio Speciale della Giuria.
Dopo la distribuzione cinematografica internazionale, The Guardian ha inoltre annunciato che renderà NAZA gratuitamente disponibile sul proprio sito, permettendo al documentario di raggiungere un pubblico ancora più ampio.
Per Recenserie, NAZA è uno dei documentari più potenti visti a Venezia 83: BLESS.








