
Love on the Brain restituisce centralità ai casi medici e introduce una riflessione interessante sull'accesso alle cure, ma non rinuncia alle consuete dinamiche sentimentali ripetitive.
Dopo tre episodi trascorsi a ridefinire gli equilibri del Grey Sloan Memorial, come raccontato anche nella recensione di “It’s All Wrong, but It’s All Right”, la ventitreesima stagione di Grey’s Anatomy comincia a mostrare con maggiore chiarezza alcune delle direzioni che intende seguire. Love on the Brain è una puntata corale, costruita attorno a diverse storyline che si alternano tra casi medici, tensioni sentimentali e questioni personali ancora irrisolte.
Il risultato è complessivamente positivo, soprattutto perché restituisce spazio alla dimensione ospedaliera e alle dinamiche professionali, ma non mancano le consuete scorciatoie narrative. Alcune vicende trovano sviluppi interessanti, altre sembrano invece riproporre schemi che la serie ha già esplorato fin troppe volte.
“I SOLDI POSSONO ESSERE DATI IN CAMBIO DI BENI E SERVIZI”
Uno degli aspetti più riusciti dell’episodio riguarda Miranda Bailey e il suo rapporto con il nuovo assetto del Grey Sloan. La protagonista si trova ad affrontare una battuta d’arresto nel proprio percorso accademico, dopo che una tutor giudica mediocre una sua proposta di ricerca. Per un personaggio che ha sempre costruito la propria identità sulla competenza e sulla determinazione, la critica rappresenta un colpo non indifferente. Bailey cerca quindi nel lavoro in ospedale una conferma delle proprie capacità, ma anche qui si ritrova inizialmente in difficoltà.
Insieme a Kwan, deve occuparsi di Lillian, una paziente che da sei mesi affronta esami e accertamenti senza riuscire a ottenere una diagnosi. La donna è stata trasferita nel reparto VIP dai figli, che hanno addirittura utilizzato tutti i propri risparmi per garantirle un’assistenza che sperano possa finalmente risolvere il mistero. Un particolare tutt’altro che secondario, perché Bailey, inizialmente convinta di trovarsi davanti all’ennesima famiglia benestante e pretenziosa, scopre che dietro quella scelta non c’è un privilegio economico, ma la disperazione di persone che hanno esaurito le alternative.
La diagnosi arriva grazie all’intuizione di Kwan, che ascoltando una conversazione tra i familiari individua una possibile origine genetica dei disturbi. Sarà poi Bailey a collegare gli indizi alla neoplasia endocrina multipla e a individuare la patologia. È un momento importante soprattutto per Kwan, che finalmente riesce a dimostrare il proprio valore davanti a Webber e a riconquistare la possibilità di tornare in sala operatoria. Il suo percorso di riabilitazione professionale procede forse con una rapidità eccessiva, ma il personaggio aveva bisogno di un’occasione concreta per dimostrare di non essere soltanto il medico impulsivo e problematico visto negli episodi precedenti. Sarà da valutare come la comparsa del padre, nel finale di puntata, inciderà sui rapidi sviluppi di questo inizio stagione.
La vicenda di Lillian, tuttavia, apre una questione più ampia. Bailey rimane colpita dal fatto che una paziente abbia dovuto ricorrere al reparto VIP per ottenere una diagnosi dopo mesi di tentativi infruttuosi. Decide quindi di approfondire le ragioni di questa disparità, cercando di capire se le risorse e le procedure messe a disposizione dei pazienti privilegiati possano essere utilizzate anche a beneficio di tutti gli altri. È probabilmente la direzione narrativa più interessante introdotta dalla puntata. Il nuovo reparto non dovrebbe rappresentare soltanto un cambiamento organizzativo o un pretesto per creare conflitti tra i medici, ma un’occasione per affrontare il rapporto tra sanità privata, disponibilità economica e diritto alle cure. Anche Webber, che continua a vivere con disagio la trasformazione dell’ospedale voluta da Norton, si trova davanti a una contraddizione difficile da ignorare: il sistema che contesta può offrire strumenti utili, ma resta profondamente problematico il fatto che non siano accessibili a tutti. Si tratta di una questione già introdotta con l’apertura della nuova ala VIP nella recensione di “Collide”.
SIMONE E LUCAS: PARTE ENNESIMA
Sul fronte sentimentale, invece, Love on the Brain mostra qualche limite in più. Simone continua a muoversi in una situazione emotivamente complicata, soprattutto per la presenza di Lucas. Quest’ultimo si accorge che la ragazza sta attraversando un momento difficile e prova ad avvicinarsi, mentre lei ammette di aver vissuto qualcosa di cui non riesce ancora a parlare. La decisione di invitarlo a trasferirsi nuovamente a casa sua, nonostante la relazione con Wes, appare piuttosto azzardata. È difficile non vedere in questa scelta l’ennesimo tentativo di mantenere aperta una dinamica sentimentale che è stata ripetitiva fin dalle primissime scene in cui i due personaggi erano stati coinvolti. Dani, in tutto ciò, sembra essere totalmente scomparsa.
JULES E WINSTON: PARTE 2
Il caso medico che coinvolge Amelia, Simone e Lucas è invece uno dei più particolari della puntata. Miguel, un bambino di otto anni arrivato in ospedale dopo una caduta durante una partita di calcio, manifesta una serie di convulsioni che portano Amelia a individuare una grossa cisti cerebrale. Durante l’intervento, l’ecografia rivela però una sorpresa decisamente più inquietante: all’interno della cisti si trova un parassita. Per evitare complicazioni potenzialmente catastrofiche, Amelia deve riuscire a rimuovere l’intera formazione senza provocarne la rottura. È uno di quei casi estremi che appartengono da sempre all’identità della serie e che, pur spingendo parecchio sul versante dello spettacolo, riescono a restituire centralità alla componente medica.
Più convincente è il confronto tra Amelia e Toni, legato a una sorpresa di quest’ultima per trascorrere del tempo da sole, senza figli attorno. La loro riconciliazione non risolve magicamente ogni difficoltà, ma offre alla relazione una base più solida dato che conoscere una persona significa anche imparare a rispettare ciò di cui ha bisogno.
La storyline di Jules e Winston è invece quella che più chiaramente si affida ai meccanismi tradizionali del melodramma. La ragazza fatica a convivere con la fine della relazione e, soprattutto, con il fatto che Winston sia diventato il suo superiore diretto. Ogni gesto di attenzione da parte sua viene interpretato con sospetto, perché Jules non riesce a distinguere il ruolo professionale dai sentimenti ancora presenti. La morte di Tracie, una donna rimasta gravemente ferita dopo essere stata travolta durante la Sockeye Salmon Run, diventa il catalizzatore del confronto.
Jules reagisce con grande frustrazione e decide quindi di affrontare Winston, accusandolo di comportarsi come se la rottura non lo avesse minimamente toccato. Lui chiarisce di non averla dimenticata e i due finiscono per “riappacificarsi alla Grey’s Anatomy” nell’ufficio di lui. La scena è prevedibile e, considerate le premesse (un tira e molla snervante già palesatosi in pochissimi episodi), il futuro della coppia non risulta dei più interessanti.
Resta inoltre il problema del loro rapporto professionale. Winston è il responsabile degli specializzandi e Jules lavora sotto la sua supervisione. La serie non può limitarsi a utilizzare questa gerarchia come ostacolo romantico, per poi accantonarla nel momento in cui i due decidono di lasciarsi andare. Se vuole rendere credibile questa relazione, dovrà affrontarne anche le conseguenze sul lavoro.
JO INIZIA AD AFFRONTARE I PROPRI DEMONI
Tra le storie più delicate dell’episodio c’è quella di Jo, che decide finalmente di partecipare a un gruppo di supporto dedicato alle donne che hanno vissuto un’esperienza traumatica durante il parto. L’incontro con Corrie, una madre che deve affrontare una seconda gravidanza dopo un precedente parto difficile, permette a Jo di raccontare qualcosa che finora aveva tenuto per sé. È una storyline che merita di essere sviluppata con attenzione. La maternità non dovrebbe essere rappresentata come un’esperienza automaticamente appagante, né il desiderio di tornare al lavoro come una mancanza di affetto nei confronti dei propri figli. Jo sta cercando di riconoscersi in una quotidianità che è cambiata radicalmente e il suo disagio non può essere liquidato con una semplice rassicurazione. Il fatto che riesca a definire una buona giornata grazie a un confronto sincero è un piccolo passo avanti, non la soluzione definitiva dei suoi problemi. Proprio per questo la sua evoluzione risulta più credibile di alcune delle riconciliazioni sentimentali viste nella stessa puntata.
Resta invece sullo sfondo la trama che riguarda Link. Nelle scorse puntate, come già nel finale della stagione precedente, il chirurgo è stato mostrato mentre assumeva di nascosto antidolorifici, come già emerso in “Bridge Over Troubled Water”. Ma, per ora, restano soltanto accenni. Quindi, o si tratta di qualcosa di passeggero che prima o poi verrà affrontato oppure, e questo sarebbe lo scenario migliore, gli sceneggiatori stanno costruendo un background pezzo dopo pezzo per portare Link a una caduta fragorosa nel silenzio generale, sottolineando per l’appunto la morsa della dipendenza da oppiacei. Sarà da capire se prima o poi ci sarà qualche sviluppo significativo in tal senso.
THUMBS UP 👍
- Il caso medico di Miguel riporta al centro la componente ospedaliera
- Il percorso di Bailey apre una riflessione sulla disparità nell'accesso alle cure
- La storyline di Jo affronta con sensibilità il trauma del parto
THUMBS DOWN 👎
- Le dinamiche sentimentali di Simone e Lucas risultano ripetitive
- Il tira e molla tra Jules e Winston resta intrappolato nel melodramma e nei conflitti gerarchici: si inizia già a tirare la corda della pazienza da questo versante







Vuoi parlare del finale? Segnala gli spoiler all’inizio del commento.