
Na Hong-jin torna dieci anni dopo The Wailing con un monster movie ambizioso e spettacolare, ma incapace di sostenere le proprie idee per tutta la durata.
Sinossi
Nel remoto villaggio sudcoreano di Hope Harbor, vicino al confine tra le due Coree, il capo della polizia Bum-seok indaga su una serie di attacchi attribuiti inizialmente a una tigre. Mentre le vittime aumentano e i rinforzi vengono dirottati altrove, una squadra di cacciatori si mette sulle tracce della misteriosa creatura. La battuta di caccia si trasforma presto in una lotta per la sopravvivenza, destinata a coinvolgere minacce ben più grandi del previsto.
Dopo dieci anni di assenza dalla regia, Na Hong-jin torna con Hope, un blockbuster sudcoreano che punta tutto sulla spettacolarità, sull’ambizione visiva e su un immaginario mostruoso fuori dagli schemi. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film arriva con tutte le credenziali del grande evento: un budget record per il cinema sudcoreano, un cast internazionale che comprende Michael Fassbender e Alicia Vikander e una durata di oltre due ore e mezza. Il risultato, però, è decisamente più controverso delle premesse.
Hope è un’opera coraggiosa, irregolare e spesso ripetitiva, che alterna sequenze d’azione impressionanti a passaggi narrativi incapaci di giustificare le proprie ambizioni. Il problema non è tanto la volontà di costruire qualcosa di enorme, quanto la difficoltà di dare una direzione precisa a tutte le idee messe in campo. Quando si concentra sulla sopravvivenza di una piccola comunità contro una minaccia sconosciuta, il film funziona. Quando prova ad allargare il proprio orizzonte, invece, finisce per disperdere energie e significati. Per uscita, cast e trailer, è disponibile la guida a Hope di Recenserie.
IL RITORNO DI NA HONG-JIN: UN VILLAGGIO CONTRO L’IGNOTO
Hope è un film di fantascienza e azione scritto, diretto e co-prodotto da Na Hong-jin, autore che torna dietro la macchina da presa a dieci anni da The Wailing (2016), dopo aver firmato The Chaser (2008) e The Yellow Sea (2010). La produzione sudcoreana, sostenuta da Forged Films e Plus M Entertainment, può contare su un budget di circa 46 milioni di dollari, una cifra eccezionale per il mercato nazionale. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes, segnando la prima partecipazione di un’opera sudcoreana alla competizione per la Palma d’Oro dai tempi di Decision to Leave (2022).
Al centro della vicenda c’è Hope Harbor, un piccolo villaggio di pescatori vicino alla zona demilitarizzata tra le due Coree. Il luogo viene tratteggiato attraverso strade vuote, case basse e una comunità composta soprattutto da anziani, apparentemente lontana dalle preoccupazioni del resto del mondo. Il capo della polizia Ko Bum-seok (Hwang Jung-min) è un uomo ordinario, stanco, con l’aria di chi si ritrova a vivere la peggiore giornata della propria esistenza. A chiamarlo è il cugino Ko Sung-ki (Zo In-sung), cacciatore spavaldo e capo di un gruppo di abitanti del posto, che gli mostra una mucca morta con ferite orribili. L’ipotesi iniziale è quella di un attacco da parte di una tigre, ma bastano pochi eventi per capire che la spiegazione non regge.
Quando le vittime aumentano e un incendio boschivo costringe a dirottare altrove i rinforzi, Bum-seok deve gestire l’emergenza con l’aiuto della giovane recluta Im Sung-ae (Hoyeon), più preparata di quanto lasci intendere il suo aspetto. Intorno a loro si muovono un colonnello in pensione, un falegname dai modi bizzarri, un anziano che racconta esperienze apparentemente assurde e una squadra di cacciatori che sembra sapere più di quanto voglia ammettere.
La premessa è semplice e proprio per questo efficace. Il primo atto costruisce una tensione immediata, valorizzando l’isolamento geografico e l’assenza di aiuti esterni. È il territorio del cinema di genere più diretto, quello in cui un gruppo di persone deve affrontare qualcosa di troppo grande senza poter contare su nessuno. Quando Hope si comporta come un monster movie fisico, essenziale e brutale, riesce a trovare una propria identità.
Il problema è che Na Hong-jin rimane intrappolato nella formula più a lungo del necessario. Per arrivare al primo vero incontro con il pericolo servono circa cinquanta minuti di tensione, seguiti da un inseguimento ambizioso per dimensioni ma già poco convincente sul piano delle idee. La minaccia è interessante, il mistero funziona, ma l’esplorazione narrativa rimane in superficie. Il film sembra avere fretta di stupire senza dedicare abbastanza tempo alla costruzione di ciò che dovrebbe rendere memorabili le sue immagini.
FINALE SPIEGATO: IL MOSTRO, GLI ALIENI E LE OCCASIONI MANCATE
Attenzione: il paragrafo contiene spoiler sulla trama e sul finale del film.
L’idea più interessante di Hope arriva relativamente presto e, paradossalmente, diventa anche una delle occasioni mancate più evidenti. Il primo mostro, enorme e apparentemente indistruttibile, viene raggiunto da Bum-seok, che avrebbe la possibilità di finirlo ma esita quando si accorge che la creatura sta piangendo. Poco dopo, il mostro muore investito da un’autocisterna, ma quell’immagine rimane impressa e modifica la percezione di quanto accaduto fino a quel momento.
La successiva scoperta che il cacciatore Yang-bae ha ucciso un cucciolo e lo ha conservato in un congelatore ribalta infatti la prospettiva: la creatura non stava semplicemente attaccando il villaggio, ma cercava disperatamente il proprio figlio. Il riferimento al piccolo, successivamente indicato come il principe, aggiunge un significato ulteriore alla vicenda. Il film di mostri si trasforma così in una tragedia familiare, spostando la domanda da come fermare la minaccia a chi abbia realmente provocato il disastro.
È un’intuizione che avrebbe meritato molto più spazio. Il paragone più naturale è con Aliens di James Cameron, dove la regina aliena e Ripley diventano due figure materne speculari, oppure con The Host di Bong Joon-ho, in cui la creatura è anche il risultato degli errori umani. In Hope, tuttavia, il potenziale emotivo di questa svolta viene abbandonato troppo in fretta. Quando entrano in scena gli alieni Ma’veyyo e J’aur, interpretati da Michael Fassbender e Alicia Vikander, alla ricerca del figlio perduto, il dolore che aveva dato significato alla precedente sequenza lascia spazio a un nuovo confronto fisico.
La sofferenza dei genitori alieni rimane così un’intuizione senza un vero sviluppo, sacrificata in favore di inseguimenti e scontri che ripropongono meccanismi già visti. La seconda metà si regge su sequenze d’azione sempre più simili, con il primo inseguimento che impressiona per ambizione e quello successivo, ambientato in autostrada, che finisce per ripetere lo stesso schema senza aggiungere molto. La geografia dell’azione diventa inoltre poco coerente: le velocità di cavalli, automobili e creature cambiano secondo le necessità del montaggio, mentre le distanze si dilatano e si restringono senza una logica convincente. Anche lo slow motion viene utilizzato con eccessiva insistenza, appesantendo momenti che vorrebbero risultare epici.
A indebolire ulteriormente il racconto contribuiscono alcune incongruenze nella gestione dello spazio. Una sfera gigantesca precipita in un bosco a poca distanza da uno dei confini più militarizzati del mondo senza provocare una reazione proporzionata. Gli incendi e l’interruzione delle comunicazioni giustificano soltanto in parte questa assenza, soprattutto perché il film aveva dedicato molto tempo a costruire un contesto relativamente realistico.
Il finale rappresenta il punto più discusso dell’intera operazione. Un’altra astronave, presumibilmente la nave madre, precipita su una montagna e i protagonisti proseguono a piedi per avvisare il villaggio. Una scena a metà dei titoli di coda mostra inoltre Sung-ki, dato per disperso, mentre cammina zoppicando lungo una strada. Non si tratta di una vera conclusione, ma di un’interruzione che lascia apertissime le porte a un seguito. Il problema non è che Hope voglia diventare il primo capitolo di una saga, ma che sembri dimenticare di dover raccontare una storia compiuta anche da solo. Dopo oltre due ore e mezza, le parentesi narrative si moltiplicano senza che quelle principali trovino una chiusura soddisfacente. L’ambizione di costruire un universo finisce così per trasformarsi in un debito narrativo.
REGIA, CAST E COMPARTO TECNICO: TANTA AMBIZIONE, POCA SOSTANZA
Na Hong-jin conferma di possedere un talento raro per la costruzione della tensione e la regia dell’azione fisica. Le sequenze con stunt dal vivo, i paesaggi reali tra Corea del Sud e Romania e il senso della scala sono tra gli elementi più riusciti del film. L’autore dimostra di saper orchestrare scene complesse, capaci di trasmettere una sensazione di pericolo concreto e di sfruttare efficacemente la dimensione cinematografica. Non tutto, però, è all’altezza delle intenzioni.
La fotografia di Hong Kyung-pyo valorizza gli ambienti naturali e contribuisce a rendere credibile l’isolamento del villaggio, mentre le musiche di Michael Abels accompagnano le sequenze più spettacolari con una carica epica generalmente ben calibrata. Il vero problema è rappresentato dagli effetti digitali. Le creature in movimento appaiono spesso scattose e poco credibili, con una resa che ricorda a tratti quella di un videogioco e che fatica a giustificare le risorse impiegate. Il confronto con Mad Max: Fury Road regge soltanto sul piano delle ambizioni: il film di George Miller faceva dell’azione concreta, leggibile e fisica il proprio linguaggio, mentre Hope perde proprio questa leggibilità quando entra in gioco l’artificio digitale.
Sul fronte delle interpretazioni, Hwang Jung-min sostiene il film con una prova misurata, restituendo il ritratto di un uomo comune travolto da eventi più grandi di lui. Zo In-sung funziona come controparte impulsiva, mentre Hoyeon conferisce una presenza efficace alla giovane recluta. Il limite è che i personaggi rimangono spesso funzioni narrative, privi dello spazio necessario per diventare figure davvero tridimensionali.
Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell, invece, vengono impiegati soprattutto come presenze fisiche e vocali dietro personaggi alieni realizzati attraverso la motion capture. La lingua aliena e la limitata attenzione riservata alle loro psicologie finiscono per sacrificare parte del potenziale di un cast internazionale di questo livello. Anche l’umorismo fatica a trovare una direzione precisa: alcune battute e alcune morti scivolano nel comico involontario, mentre il tono oscilla continuamente tra dramma, grottesco e spettacolo senza riuscire a trovare un equilibrio stabile.







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